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Una «casa» per la città

cattedrale

Il 16 dicembre 1117, farà novecento anni nel 2017, il papa Pasquale II tornando da una lunga peregrinazione nel Sud d’Italia, prima di rientrare a Roma, si fermò a Palestrina a consacrare la cattedrale, noi diciamo a dedicare la cattedrale a Dio intitolandola a Sant’Agapito. Sarebbe bello conoscere che cosa ne fu in seguito della nostra cattedrale, che conobbe almeno due o tre distruzioni, ma ancora più bello vedere come la diocesi di Palestrina, antichissima, tra le prime sette più antiche della storia, avesse i suoi luoghi principali di culto, ma soprattutto la sua cattedrale, la chiesa del vescovo, il segno di unità di tutto il popolo prenestino.
Noi vogliamo vivere questa grande memoria con tre anni di celebrazioni; non diciamo festeggiamenti (ci sarà anche la festa), ma anni in cui saremo aiutati e chiamati a riflettere e convertirci sulla nostra fede in Dio e il nostro amore alla chiesa, alla stessa cattedrale, segno di unità, luogo della celebrazione dell’Eucarestia, centro della vita di ogni cristiano, e luogo nativo di tutti i sacramenti della vita cristiana. Siamo invitati a ripensare e a credere nella Chiesa, a mettere al centro della chiesa i giovani e a celebrare con grande dignità, preparazione e fede i sacramenti della vita cristiana. Questi sono in prima approssimazione i temi di questi tre anni che ci vedranno incontrarci a meditare e a pregare, fare percorsi di fede, vivere celebrazioni di sacramenti, fare opere di carità. Abbiamo davanti le grandi sfide dell’oggi, della crisi economica e soprattutto della crisi dell’umanità che oggi stenta a riconoscersi creazione di Dio e a rivolgersi a Lui come Padre. Siamo però anche confortati di avere una grande guida in questo cammino: il nostro amatissimo papa Francesco che ci offre un volto di Dio grandissimo nella misericordia e della chiesa una luce che accompagna gli uomini, dopo essersi offerta senza riserve a fare da ospedale da campo.
Stiamo vivendo oggi un grande passaggio con la liturgia: inizia l’Avvento. Noi semplicemente diciamo la preparazione al Natale, festa sempre molto attraente per la nostra stessa umanità, per i nostri sentimenti e le nostre tradizioni. Ma l’Avvento è molto di più: è vivere l’attesa di quello che sarà il nostro mondo definitivo alla fine dei tempi quando il Signore verrà e aprirà il suo regno di infinita misericordia e grande giustizia per tutta l’umanità. Questa attesa noi vogliamo vivere, a questa disporre i nostri pensieri e i nostri sentimenti. Il Natale sarà un segno di questa grande venuta ultima di Gesù.
Abbiamo concluso in cattedrale domenica scorsa con la festa delle bande che hanno offerto le loro armonie a Cristo re dell’universo, l’anno pastorale 2013–2014. È stato ancora un anno di sofferenza, di fatica, di povertà per tante famiglie, ma anche un anno di generosità di tanti cristiani che si sono accompagnati ai poveri e li hanno aiutati a non disperare, di buoni imprenditori che non hanno licenziato erodendo il loro margine di sicurezza per l’azienda, di tanti ammalati che hanno offerto la loro sofferenza per fare più buono il mondo come ha fatto Cristo. Ci diamo tutti appuntamento in cattedrale a Palestrina alla sera del 15 dicembre, la vigilia dell’anniversario della dedicazione della nostra cattedrale, in cattedrale, per dare inizio a questo bel triennio di rinnovamento, di ringraziamento, di conversione.

 

+ Domenico Sigalini

 

Lazio Sette 30 novembre 2014

 

 

Col Regno nel cuore

3Omelia. Sigalini durante la veglia mariana: «Dio è sempre Padre anche quando ci sferza»

Noi abbiamo la triste possibilità di cambiare anche le cose più belle in una bottega. Abbiamo un istinto indomabile di mercificare ogni cosa, ogni sentimento più bello, ogni realtà anche profonda: il primo è stato l’amore stesso.
Che cosa mi dai se ti prego Dio per farti avere una grazia? Signori avete avuto fortuna quest’anno con i vostri greggi, con i vostri affari? Guardate che dovete pagare, altrimenti l’anno prossimo la grandine è assicurata, le locuste vi mangeranno tutto, dall’aviaria non avrete scampo. Guardate che bel capretto vi potete acquistare per placare Dio di tutte le malefatte che avete combinato. Era la scena che apparve davanti a Gesù quel giorno vicino alla pasqua in cui era salito al tempio. La
casa di Dio scambiata per un mercato. È l’immagine di ogni dimora di Dio, che è la nostra vita, scambiata in oggetto di mercificazione.
E Gesù butta all’aria tutto. La mia casa è la casa della preghiera, è il luogo dove ascoltare la Parola di Dio. Mio padre non è quello che voi dite, non sta dietro l’altare a vedere se gli animali che gli offrite sono zoppi, ma vi guarda il cuore. E gli scoppiò dentro questa certezza. Il Regno è qui, è dietro l’angolo. Il Padre è disposto a tutto pur di inaugurarlo
e io mi ci metto dentro, costi quel che costi. Se volete stare con me dovete lasciare i vostri loculi, e buttarvi nella vita. Vi sembrerà di fare poco, di essere solo una goccia nell’oceano. Mio Padre fa il Regno con le gocce. Questo gesto del tempio non è un momento di follia o di perdita di controllo. Andate a leggere il capitolo 23 Matteo, dove lancia i suoi guai: ipocriti, guide cieche, talebani, sepolcri imbiancati, sguatteri di lavandini sbrecciati, serpenti, razza di vipere, buttamassi dalle autostrade della vita. Si firmava la sua condanna, ma aveva nel cuore il Regno di Dio che non può subire continuamente
scippi di perbenismo, qualunque esso sia. Non gridava allo scandalo, ma alla possibilità di prendere coscienza di sé e degli altri, del male che ti rende schiavo e che non ha certo bisogno di silenzio complice per essere vinto, ma soprattutto di un affidamento a Dio Padre per goderne l’infinito amore, che al terzo giorno avrebbe rinnovato il tempio per eccellenza: il corpo, la vita, di Gesù. Oggi noi siamo qui a pregare Dio perché ci perdoni il nostro mercanteggiare, aiutati da Maria.
Tutti noi più o meno siamo stati a Medjugorje e anche da percorsi lontani e sbagliati siamo tornati a Dio, abbiamo capito il suo grande amore per noi sollecitati da Maria. Oggi siamo qui ancora a dire che amiamo la Chiesa, questa chiesa; che le siamo obbedienti, che non riteniamo soprannaturale ciò che ancora non è possibile affermare e che non è mai stato negato. Siamo in attesa che la chiesa si pronunci e saremo obbedienti come lo siamo oggi con tutta la prudenza necessaria attenendoci alle dichiarazioni di 23 anni fa. Non possiamo negare tutti i frutti di conversione e di misericordia che sono scaturiti da questi anni di devozione a Maria per arrivare sempre a Gesù e amare la Chiesa nostra madre.
Non si tratta di dogmi di fede. Nemmeno le apparizioni di Lourdes e di Fatima sono dogmi di fede, anche se per quelle la chiesa ha dichiarato la soprannaturalità.
Il Signore ci chiede ancora tanta pazienza, preghiera e digiuno e noi siamo contenti di attendere, pregare e digiunare. Questo abbiamo visto che ci fa bene e ci fa cambiare vita e ci avvicina di più al Vangelo.

 

+ Domenico Sigalini
Lazio Sette 23 novembre 2014

 

 

Non stare a contare i mucchietti Lc 12, 13-21

paolo VI

C’è nel Vangelo la descrizione dell’insana soddisfazione di un uomo che ha lottato tutta la vita per farsi un nome, per costruire una azienda, per alzare il fatturato, per imporsi sul mercato. Un uomo riuscito che si è allargato sempre di più e che ha il dono di sedersi a contemplare e a sentirsi soddisfatto. Fermarsi a guardare ciò che si è raggiunto è già un fatto positivo rispetto a quell'affanno dell'avere che a molti avvelena tutta la vita per conquistare sempre di più.
Ebbene quest'uomo si siede, contempla e pone la sua fiducia in quello che ha. Anima mia godi, hai fatto tutto quello che potevi per star bene, oggi hai il premio delle tue fatiche. E’ stata dura, abbiamo dovuto far fuori tante altre persone che ci facevano concorrenza, non siamo sempre stati del tutto leali, ma il mondo è così: se non mangi tu gli altri, sono loro che mangiano te. 
I suoi sogni si sono realizzati, ma stanno diventando un incubo. Infatti sente sullo sfondo un mormorio: stolto stanotte dovrai rendere conto di tutto e resterai nudo come quando sei nato, le uniche cose che ti porterai con te sono il tuo cuore e la tua capacità di amare.
Anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni. E’ più che una constatazione, è l’insegnamento di Gesù che ci mette in guardia dall’attaccamento al denaro, ai soldi, agli euro, alle operazioni finanziarie, ai giochi d’azzardo, all’accumulo. E’ sempre alle porte la tentazione di affidare il nostro futuro alle cose: il drogato lo affida alle sostanze, la star al successo, il giocatore agli ingaggi, l’uomo televisivo all’audience. E purtroppo spesso diventiamo mezze persone, fantocci in balia delle situazioni, buttiamo l’anima credendo di salvarci al vita. E’ quello che capita a quasi tutti coloro che vincono somme favolose alle lotterie: non hanno finito di soffrire, ma di vivere.
E’ a Dio che occorre affidarsi,  è questa speranza che è Lui che deve sempre stare davanti a tutti i nostri pensieri.

Oggi siamo in questa nostra cattedrale a ringraziare Dio della beatificazione di Paolo VI. Devo a Lui una richiesta di perdono e una gratitudine immensa. Il perdono lo chiedo perché in vita non lo ho mai conosciuto a fondo e ammirato; ascoltato sì, incontrato pure, amato anche, ma nei limiti dell’atteggiamento dovuto alla formazione cattolica. Ieri, dialogando con alcuni miei amici di Brescia, ho rimproverato i miei educatori di allora, perché non mi hanno aiutato ad amarlo di più, ad ammirarlo e ad esserne orgoglioso. La mentalità del tempo, la contestazione degli anni ’68 ci avevano intorbidato la coscienza. Nemmeno mi serviva un revanscismo da bresciano, ma un atteggiamento di fede pura nella Provvidenza e nella sua storia. Gli anni seguenti mi hanno aiutato ad apprezzare, a tornare alle fonti, a leggere la grandezza  della sua statura e della sua santità. Non sono quasi mai mancato in questi anni di episcopato il 6 di agosto alla celebrazione in Vaticano nell’anniversario della sua morte. Ieri ho ripensato alla sua sofferenza e alla sua limpida fiducia nella Provvidenza. L’amore semplice e forte di papa Francesco mi hanno aiutato a fare questa scoperta ancora di più. Ho pranzato una sola volta con papa Francesco assieme a qualche vescovo bresciano, in maggio di quest’anno. Papa Francesco ci disse di essere in dubbio se per la liturgia della sua beatificazione, che era appena stata annunciata, dovesse usare i paramenti bianchi dei santi o quelli rossi per un martire, tanto sapeva della sofferenza patita da Paolo VI per la fede e per la Chiesa. Infatti ieri ebbe a dire: Nelle sue annotazioni personali, il grande timoniere del Concilio, all’indomani della chiusura dell’Assise conciliare, scrisse: «Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, e non altri, la guida e la salva» (P. Macchi, Paolo VI nella sua parola, Brescia 2001, pp. 120-121). In questa umiltà risplende la grandezza del Beato Paolo VI che, mentre si profilava una società secolarizzata e ostile, ha saputo condurre con saggezza lungimirante - e talvolta in solitudine - il timone della barca di Pietro senza perdere mai la gioia e la fiducia nel Signore.

Ho voluto indagare in questi tempi sulla sua immane sofferenza e ne ho tratto una scuola indicibile. Il card. Tonini ricordava che negli anni 1940/45 si accanivano a presentarlo come il “politicante del vaticano”, ispiratore delle forze antifasciste e antinaziste. Hanno fatto di tutto e sono riusciti  a togliergli la FUCI, dove preparava gli uomini del futuro. La mia convinzione sul beato papa Paolo VI è che i disegni degli uomini sono sempre piccoli e Dio scrive dentro di essi il suo piano, ma chiama qualcuno a portarne la realizzazione con la sofferenza.
Nel 1954 viene mandato a Milano dalla carica di pro segretario di stato, senza il minimo riconoscimento ecclesiatico per il lavoro fatto e ci rimane per almeno 4  anni senza nessun segnale vaticano. Fosse stato fatto cardinale, era talmente in vista che, come ebbe a dire papa Giovanni in seguito, non ci sarebbe stato un Giovanni XXIII, che avrebbe indetto il Concilio. Qualche buon informatore dice che a Roncalli prima della sua elezione a papa gli fosse stata posta una condizione: non fare Montini segretario di stato. Lo fece però cardinale come ben pensava dovesse essere e alla sua morte fu fatto papa per servire la chiesa ancora di più con la classica legge che Dio offre ai suoi profeti. Il senso segreto del suo pontificato è l’innocenza, quella integrità d’animo che è frutto dell’attrazione di cui usa far sfoggio l’Onnipotente quando stanno per suonare le ore più grandi della storia (cfr Tonini). Sono profeti o mistici. Quando compaiono tra noi questi servi di Jahvè non hanno bisogno di farsi largo: la loro esistenza è una attrazione.
Ci furono gli anni delle prime aperture oltre la cortina di ferro con Casaroli, gli anni del terrorismo. Da dove gli provenisse tanta forza interiore, quale personalità si nascondesse in lui, l’Italia lo capì in occasione della tragedia di Moro: fu una sorpresa che si trasformò in un coro altissimo di ammirazione e gratitudine intensa; finalmente la chiesa non fu più vista come “l’istituzione clericale”, ma come l’ha sempre presentata lui e la viveva lui: maestra in umanità.

 

 

 + Domenico Sigalini

 

C’è nel Vangelo la descrizione dell’insana soddisfazione di un uomo che ha lottato tutta la vita per farsi un nome, per costruire una azienda, per alzare il fatturato, per imporsi sul mercato. Un uomo riuscito che si è allargato sempre di più e che ha il dono di sedersi a contemplare e a sentirsi soddisfatto. Fermarsi a guardare ciò che si è raggiunto è già un fatto positivo rispetto a quell'affanno dell'avere che a molti avvelena tutta la vita per conquistare sempre di più.
Ebbene quest'uomo si siede, contempla e pone la sua fiducia in quello che ha. Anima mia godi, hai fatto tutto quello che potevi per star bene, oggi hai il premio delle tue fatiche. E’ stata dura, abbiamo dovuto far fuori tante altre persone che ci facevano concorrenza, non siamo sempre stati del tutto leali, ma il mondo è così: se non mangi tu gli altri, sono loro che mangiano te. 
I suoi sogni si sono realizzati, ma stanno diventando un incubo. Infatti sente sullo sfondo un mormorio: stolto stanotte dovrai rendere conto di tutto e resterai nudo come quando sei nato, le uniche cose che ti porterai con te sono il tuo cuore e la tua capacità di amare.
Anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni. E’ più che una constatazione, è l’insegnamento di Gesù che ci mette in guardia dall’attaccamento al denaro, ai soldi, agli euro, alle operazioni finanziarie, ai giochi d’azzardo, all’accumulo. E’ sempre alle porte la tentazione di affidare il nostro futuro alle cose: il drogato lo affida alle sostanze, la star al successo, il giocatore agli ingaggi, l’uomo televisivo all’audience. E purtroppo spesso diventiamo mezze persone, fantocci in balia delle situazioni, buttiamo l’anima credendo di salvarci al vita. E’ quello che capita a quasi tutti coloro che vincono somme favolose alle lotterie: non hanno finito di soffrire, ma di vivere.
E’ a Dio che occorre affidarsi,  è questa speranza che è Lui che deve sempre stare davanti a tutti i nostri pensieri.

Oggi siamo in questa nostra cattedrale a ringraziare Dio della beatificazione di Paolo VI. Devo a Lui una richiesta di perdono e una gratitudine immensa. Il perdono lo chiedo perché in vita non lo ho mai conosciuto a fondo e ammirato; ascoltato sì, incontrato pure, amato anche, ma nei limiti dell’atteggiamento dovuto alla formazione cattolica. Ieri, dialogando con alcuni miei amici di Brescia, ho rimproverato i miei educatori di allora, perché non mi hanno aiutato ad amarlo di più, ad ammirarlo e ad esserne orgoglioso. La mentalità del tempo, la contestazione degli anni ’68 ci avevano intorbidato la coscienza. Nemmeno mi serviva un revanscismo da bresciano, ma un atteggiamento di fede pura nella Provvidenza e nella sua storia. Gli anni seguenti mi hanno aiutato ad apprezzare, a tornare alle fonti, a leggere la grandezza  della sua statura e della sua santità. Non sono quasi mai mancato in questi anni di episcopato il 6 di agosto alla celebrazione in Vaticano nell’anniversario della sua morte. Ieri ho ripensato alla sua sofferenza e alla sua limpida fiducia nella Provvidenza. L’amore semplice e forte di papa Francesco mi hanno aiutato a fare questa scoperta ancora di più. Ho pranzato una sola volta con papa Francesco assieme a qualche vescovo bresciano, in maggio di quest’anno. Papa Francesco ci disse di essere in dubbio se per la liturgia della sua beatificazione, che era appena stata annunciata, dovesse usare i paramenti bianchi dei santi o quelli rossi per un martire, tanto sapeva della sofferenza patita da Paolo VI per la fede e per la Chiesa. Infatti ieri ebbe a dire: Nelle sue annotazioni personali, il grande timoniere del Concilio, all’indomani della chiusura dell’Assise conciliare, scrisse: «Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, e non altri, la guida e la salva» (P. Macchi, Paolo VI nella sua parola, Brescia 2001, pp. 120-121). In questa umiltà risplende la grandezza del Beato Paolo VI che, mentre si profilava una società secolarizzata e ostile, ha saputo condurre con saggezza lungimirante - e talvolta in solitudine - il timone della barca di Pietro senza perdere mai la gioia e la fiducia nel Signore.

Ho voluto indagare in questi tempi sulla sua immane sofferenza e ne ho tratto una scuola indicibile. Il card. Tonini ricordava che negli anni 1940/45 si accanivano a presentarlo come il “politicante del vaticano”, ispiratore delle forze antifasciste e antinaziste. Hanno fatto di tutto e sono riusciti  a togliergli la FUCI, dove preparava gli uomini del futuro. La mia convinzione sul beato papa Paolo VI è che i disegni degli uomini sono sempre piccoli e Dio scrive dentro di essi il suo piano, ma chiama qualcuno a portarne la realizzazione con la sofferenza.
Nel 1954 viene mandato a Milano dalla carica di pro segretario di stato, senza il minimo riconoscimento ecclesiatico per il lavoro fatto e ci rimane per almeno 4  anni senza nessun segnale vaticano. Fosse stato fatto cardinale, era talmente in vista che, come ebbe a dire papa Giovanni in seguito, non ci sarebbe stato un Giovanni XXIII, che avrebbe indetto il Concilio. Qualche buon informatore dice che a Roncalli prima della sua elezione a papa gli fosse stata posta una condizione: non fare Montini segretario di stato. Lo fece però cardinale come ben pensava dovesse essere e alla sua morte fu fatto papa per servire la chiesa ancora di più con la classica legge che Dio offre ai suoi profeti. Il senso segreto del suo pontificato è l’innocenza, quella integrità d’animo che è frutto dell’attrazione di cui usa far sfoggio l’Onnipotente quando stanno per suonare le ore più grandi della storia (cfr Tonini). Sono profeti o mistici. Quando compaiono tra noi questi servi di Jahvè non hanno bisogno di farsi largo: la loro esistenza è una attrazione.
Ci furono gli anni delle prime aperture oltre la cortina di ferro con Casaroli, gli anni del terrorismo. Da dove gli provenisse tanta forza interiore, quale personalità si nascondesse in lui, l’Italia lo capì in occasione della tragedia di Moro: fu una sorpresa che si trasformò in un coro altissimo di ammirazione e gratitudine intensa; finalmente la chiesa non fu più vista come “l’istituzione clericale”, ma come l’ha sempre presentata lui e la viveva lui: maestra in umanità.

+ Domenico Sigalini

Cristo Re, festa diocesana bande musicali cattoliche

festival bandeCredo che tutti abbiano passato qualche notte insonne in attesa di un esame. Come sempre l’abbiamo fatto più difficile di quanto non lo fosse, i nostri genitori magari ci ridevano sopra, ma per noi era una prova. Che cosa mi domanderà? Non ci bastava l’aver raccattato tutte le domande possibili: ci immaginavamo sempre qualcosa di inaspettato, di nuovo, di non previsto. Non sarà così invece per l’esame della nostra vita. Che cosa ci chiederà il buon Dio quando gli staremo davanti alla fine della vita? Che imprevisti inventerà per metterci al muro? Ci sarà qualcosa cui nella vita non ho fatto caso che non potevo nemmeno immaginare e che invece sarà decisivo? Niente affatto di tutto questo. Gesù nel Vangelo ci anticipa tutte le domande, tutto il programma. Non si tiene nessuna sorpresa, non trama nessun inganno. Solo che quando saremo davanti alla commissione d’esame le nostre risposte già saranno là.

Le domande risolutive saranno molto semplici. Che avete fatto al povero che petulante bussa alla vostra porta? all’handicappato che non può salire nessuna scala? al carcerato che aspetta che gli si venga data una pena certa e una possibilità di riabilitazione? all’immigrato che è venuto a chiederti alloggio o un lavoro? al demente che viene accollato solo sulle spalle dei suoi vecchi genitori?
Abbiamo mandato assegni alla caritas, abbiamo fatto petizioni in comune, abbiamo fatto manifestazioni in piazza, abbiamo dato quattro soldi per levarceli di torno, abbiamo fatto lavare i vetri ai semafori…

Ero io in quel povero, in quel demente, in quell’immigrato, in quel carcerato… Mi hai guardato negli occhi? mi hai degnato di un sentimento di amore o hai provato solo pietà e magari distacco?

La vita è avere il coraggio di guardarsi in faccia e riconoscere in ciascuno il volto di Gesù. Fare la carità oggi, ma è sempre stato così, non è facile, occorre farsi carico della vita dell’altro, anche negando il denaro che non risolve nessun problema, offrendo la canna per imparare a pescare e non il pesce, aiutando a trovare lavoro perché ciascuno si costruisca il suo futuro, offrendo un microcredito che possa ridare fiato al momento sfavorevole.. Molta povertà è solo frutto di inedia, di forze inoccupate e orientate all’ozio e quindi al vizio.

Come fanno questi poveri a capire che cosa è il regno di Dio a capire che il Re non li abbandona? Solo se troveranno persone che vedranno in loro il volto di suo figlio e lo metteranno al centro della loro vita. Queste domande di Gesù dobbiamo sempre sentirci nelle orecchie.

Ho avuto fame e tu mi hai dato da mangiare? Ho avuto sete e mi hai dato da bere? Ero straniero mi hai accolto? Stavo senza niente mi hai coperto con qualcosa? Ero senza salute e senza ospedale mi sei venuto a trovare? Mi hanno sbattuto in galera, sei venuto a farmi passare il tempo impossibile della prigionia con una tua visita?

Ma come? Ma quando ti sei mostrato a me in questo condizioni? Io non ti ho mai visto. Ho visto barboni, ho visto prostitute, ho visto delinquenti, ho visto immigrati, ho incontrato drogati, ma non avevano certo la tua faccia!
E sì che ti ho cercato tante volte!

Quello che non hai fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli è a me che non l’hai fatto. Sono questi, che stanno seduti sul trono del re.

Questo sarebbe il vangelo della festa del Cristo Re?! Ma che religione è questa? Che Dio è questo? Che regno ha inventato? Il regno della debolezza e dell’amore, la sola arma che permette di superare ogni fragilità e di avere sempre aperanza.

Siete qui a rendere lode a Cristo re, il Signore del cielo e della terra. Vi ha introdotti davanti a Lui la dolce figura di santa Cecilia che protegge tutti coloro che con la musica rendono lode a Dio e invocano pace per l’umanità. Sappiate sempre con le vostre note dare gloria al Signore, aiutare noi tutti ad alzare uno sguardo buono a Dio, uno sguardo di amore e di pietà verso tutti gli uomini, sentimenti di pace per tutta l’umanità che imbarbarisce. Nei luoghi di guerra io invierei non soldati, ma bande musicali, direttori di orchestra, suonatori di trombe e percussori di tamburi, suonatori di flauti, di contrabbassi, di violini e di fagotti, non uomini in assetto di guerra che imbracciano mitragliatrici.
Sono sicuro che la musica porta più pace delle armi. E tra di voi so che ci son sempre tante discussioni; non è bello; ci sia confronto, gara, emulazione, ricerca della perfezione: su questo gareggiate non su piccole e inutili invidie, sete di fama e di posti d’onore; siate sempre disponibili anche a partecipare ai funerali dei poveracci che muoiono senza che nessuno si accorga di loro. E Dio vi spalancherà le porte del suo paradiso, farete parte del regno del re che è morto in croce.

 

+ Domenico Sigalini

 

 


 

Ripartiamo insieme

2 family+ Domenico Sigalini

Quando si fanno le gare soprattutto di atletica leggera, gli atleti sono ai posti di blocco in posizione di partenza e aspettano impazienti, agitati, tesi che lo starter dia il via. Se ai blocchi di partenza ci sono i cavalli da corsa con il fantino, di partenze sbagliate e da rifare, di tensione ai blocchi ce n’è da vendere.
Noi non siamo così tesi e preoccupati, ma preparati sì e sicuramente disposti a dare inizio a eventi significativi. Iniziamo quest’anno con una Settimana biblica. Mettiamo al centro la Parola di Dio, la Bibbia, la consapevolezza, la bella notizia, il dono grande che Dio ci ha fatto, di parlarci come ad amici. Sappiamo tutti che la Bibbia non è un libro come tanti altri, diceva papa Benedetto, che è una piccola biblioteca nata nel corso di un millennio e sappiamo da una recente
ricerca che c’è in quasi tutte le case. La lettura o la conoscenza della Bibbia non è solo dei cattolici o dei cristiani. Dice Enzo Bianchi in una sua introduzione a questa ricerca: «La bibbia è un’opera che attraversa il sentimento religioso e laico. Il sacro e il profano. Destra e sinistra. Ed è entrata nel senso e nel linguaggio comune». Noi non diamo per scontato niente, vogliamo in questa settimana che ogni credente della diocesi si metta davanti alla Bibbia e ne tragga
insegnamenti, ispirazione, forza, soprattutto si metta in ascolto di Dio, di Gesù Cristo, dei profeti, preghi con i salmi, rifletta sulle parabole di Gesù, guardi al futuro con i testi sacri. A conclusione della settimana biblica facciamo la Festa diocesana della famiglia, che è già alla quarta edizione. Questo significa che la diocesi ha individuato nella famiglia un grande dono che Dio ha fatto all’umanità, che l’amore tra uomo e donna, che diventano marito e moglie, è la più bella
immagine dell’amore di Dio per l’umanità, dopo l’amore sconfinato di suo figlio Gesù sulla croce. Siamo in tempi molto problematici rispetto alla famiglia, ne cogliamo a fondo le fatiche le difficoltà, il costante assalto della tecnologia alle leggi dell’amore, la procreazione che con molta facilità viene proposta come fatto tecnico, meccanico, sempre rispettoso, si spera, ma dove l’amore non trova più la sua manifestazione naturale.
Siamo di fronte a equazioni tra diversi modi di legarsi affettivamente distorcenti la nostra vita, la nostra collocazione nel creato, il futuro della specie umana. Siamo fiduciosi, perché ci sono tante belle famiglie che devono poter mostrare la loro gioia, la loro piena realizzazione umana e cristiana, la loro grande prospettiva di presenza nella società, nel tessuto delle relazioni umane. Non intendiamo fare nessuna contrapposizione o dare vita a fobie di qualsiasi genere, vogliamo solo essere collaboratori della gioia di tutte le famiglie e consapevoli che dobbiamo custodire, proporre e mostrare la bellezza dell’essere famiglia cristiana. Nella famiglia si concentra tutta la bellezza delle relazioni umane, è uno spazio disolidarietà, di mutuo aiuto, di comprensione, di sprone a rischiare nella vita lo stesso amore che hanno i genitori. La famiglia è anche luogo di crescita nella fede. È finito il tempo, se mai c’è stato, del ricorso a un supporto esterno alla vita di famiglia per comunicare la fede. È la famiglia stessa che trova bello aiutare i figli anche piccoli a dialogare semplicemente con Dio, con preghiere a fior di labbra, gesti di saluto e di lode, di amore e di speranza.

 

Lazio Sette 7 settembre 2014

 

 

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