Domenica, 06  Dicembre  2020  03:07:29


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XXI Domenica anno A (Mt 16,13-20)

carismaMa io per te chi sono?
Lo domanda il ragazzo alla ragazza. Si sente ora abbracciato e baciato, ora amato e lasciato, ora alle stelle per l’amore corrisposto, ora abbandonato e solo. Lo domanda la moglie al marito che si sente sequestrata in casa; o il marito alla moglie, quando si sente un soprammobile; lo domanda un figlio ai suoi genitori: talvolta si sente di nessuno, qualche altra volta è soffocato da non potersi esprimere. Lo domanda un prete al suo vescovo per sentire se ha ancora un padre cui affidare la sua passione per il vangelo. Lo domandiamo tutti a Dio, quando non ci bastano i ruoli ufficiali della vita, quando vogliamo uscire dalla nostra autosufficienza che ce ne ha allontanato e ha provocato solitudine e spesso peccato.

Non è una domanda innocente, è una domanda che si porta dentro una pretesa se non un rimprovero. E’ una invocazione di relazione vera, è desiderio di essere chiamati a vivere in maniera nuova, autentica. Gesù ha davanti a sé il suo seminario di apostoli, di gente che vuol condividere con lui la passione per il Regno. Ma avranno capito questi chi sono? Come potranno sostenere tutte le prove della vita se per loro sono solo uno che fa miracoli, o un predicatore di grido, o uno che sa tener testa ai violenti, che sa parlare schietto, che sa risvegliare dal torpore. Soprattutto come faranno a entrare nel Regno dei cieli se fissano il loro sguardo solo sulla storia che li precede, sui profeti pur grandi dell’Antico Testamento, se tutto quel che avviene nel mondo è sempre e solo una replica del passato. Sapranno fare un salto nella assoluta novità del Regno? Come faranno ad accettarmi risorto, quando sarò stato crocifisso e cancellato non solo dai loro occhi, ma anche dalla loro stima, dalla loro fede, dal loro rapporto con mio Padre?

Gesù si mette in gioco. Rischia il primo abbandono. Ce ne saranno tanti dopo, all’ultima cena, nel Getsemani, nel pretorio, sul Calvario, ma anche sulla via di Emmaus con tutti quei verbi al passato.. speravamo.., con Tommaso…
 È passato un po’ di tempo dall’inizio entusiasta dell’avventura, quando li aveva chiamati a uno, a due, insieme e aveva scatenato in loro entusiasmo, decisione, radicalità. Da allora li aveva curati, amati, coccolati, aiutati a guardare alla vita in un altro modo. Aveva insegnato loro a chiamare Dio con il dolce nome di Padre, li aveva istruiti e aiutati a sognare una maniera diversa di Dio di stare con gli uomini; li aveva innamorati del suo Regno con tutte quelle belle parabole riportate da Matteo che mettevano fuoco nelle vene: il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto, a una perla preziosa; è un regno che porta gioia.

Ma di lui, di Gesù che cosa pensavano? C’era ancora un elemento chiave, decisivo, assolutamente necessario da cogliere. Lui, Gesù, non poteva essere scambiato per un profeta tra i tanti: giusto, bravo, superiore alla media, vero interprete di Dio, deciso, tutto d’un pezzo, autorevole… ma pur sempre un profeta. È questo che va dicendo in giro la gente. Non ci sono dubbi sulla sua collocazione dalla parte di Dio, nemmeno sulla vita rischiosa che sta facendo. Se lo paragonano a Giovanni il Battista, hanno ben in mente la fine che ha fatto e Gesù vi si sta incamminando troppo velocemente. Ma non è quello che Gesù è.

Voi chi dite che io sia? Chi sono per voi? Da quell’intimità con cui ci siamo legati avete capito il segreto intimo della mia vita?
È Pietro che, come sempre, esce con quella solare professione di fede, che neanche Lui riesce a tenersi dentro e forse non sa nemmeno da quale certezza gli viene. “Tu sei il mandato da Dio, sei suo figlio”. È una verità che non è risultato di congetture. È una fede che si trova dentro come dono, è solo la luce che viene da Dio che è in grado di far comprendere il mistero profondo di Gesù.
E per noi, per noi uomini di oggi, per noi che ogni tanto ci sintonizziamo sul Vangelo, troppo raramente da percepirlo come una eco di altri mondi, chi è Gesù per noi? Oggi Gesù rifa a tutti noi questa domanda.

Siamo stati assieme in questi pochi giorni per aiutarci a rispondere a dire:  “…Tu, sei Gesù il Cristo, Figlio di Dio vivo. Sei il rivelatore del Dio invisibile, sei il primogenito di ogni creatura. Sei il fondamento di ogni cosa. Sei il maestro dell’umanità, e il Redentore. Sei colui che ci conosce e ci ama. Sei il compagno e l’amico della nostra vita. Sei l’uomo del dolore e della speranza. Sei la pienezza della nostra esistenza, la nostra felicità. Io non finirei più di parlare di lui. Sei il Figlio di Maria, la benedetta fra tutte le donne, tua madre nella carne, e madre nostra nella partecipazione allo Spirito del Corpo mistico.

Papa Paolo VI dirà: Questo Gesù Cristo io sono venuto ad annunciare di nuovo perché sia la pienezza della vostra vita! E lo dico qui in questo storico castello dove fu imprigionato Jacopone da Todi, poeta meraviglioso della vergine Maria. Qui dove i cristiani si sono spesso combattuti, non certo per il vangelo, ma per i propri interessi anche se erano uomini di Chiesa. La nostra chiesa, quella che rappresenta da secoli la nostra comunità cristiana che deve essere resa sempre più abitabile da tutti, la stessa parrocchia è la casa di tutti, la casa dove si apprende la fede. Se non avesse nient’altro che il vangelo da offrire ai giovani, a voi, ai vostri amici, avrebbe già tutto quello che ci aspettiamo da Lei. E oggi vi ridico che senza giovani cristiani la nostra chiesa non avrà futuro. Ci saranno bei monumenti, ma saranno solo per fare le fotografie e non per dare speranza e gioia agli uomini del futuro. Ci dobbiamo sbilanciare dalla loro parte, dalla vostra parte non per accontentarvi, ma per leggere in voi i doni che Dio ci ha dato e per farli fruttificare.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

Prenestini pendolari, ma fieri (Mt 10, 17-22) (2)

santagapito novenaLe feste durano poco, perché sono solo dei segni collocati nella nostra esistenza per darle aperture di infinito, momenti di gioia, di gratuità, di comunione per poter affrontare con determinazione la vita quotidiana. Le feste sono infusioni di coraggio, finestre aperte sul senso dei nostri giorni, per poterlo sempre avere nel cuore, e determinare i nostri atteggiamenti. Quale che sia l’idea che abbiamo dei giovani, talora purtroppo è disprezzo, commiserazione o compassione, sta di fatto che sono sempre i primi a cogliere la verità e a pagarne il prezzo. Questa nella vita della chiesa è la storia di tanti martiri.

Il primo è stato proprio un giovane, lo hanno chiamato il protomartire, Santo Stefano, il primo testimone fino al dono del sangue e della vita per la sua adesione a Cristo. Era giovane, deciso, entusiasta, aperto al futuro: ha incontrato sulla sua strada una piccola sparuta comunità di gente semplice, coraggiosa, innamorata di Cristo; vi è entrato, ha subito deciso di orientare tutte le sue energie alla cura dei poveri, è diventano diacono, servitore. Il primo titolo di onore della chiesa, di ruolo, di ministero.

Non ha scelto di lavorare, di essere concreto, come potrebbe capitare a qualcuno di noi, per protagonismo o perché riteneva la preghiera perdita di tempo o perché gli mancava la contemplazione, ma dopo una lunga profonda riflessione sulla storia del popolo d’ Israele, sulla bibbia. Tutto portava a Gesù e si meravigliava che i suoi amici non capissero che il tempo era compiuto,  che l’atteso era con loro e che occorreva cambiare tutto.

In questa scia si colloca il nostro martire sant’Agapito.  Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio… Tremende le parole del vangelo. Quelle torture ce gli hanno inflitto si portavano dentro l’odio, la cecità, la bestemmia verso un Dio che aveva scelto di farsi uomo, di venire al mondo messia, fuori dagli schemi comodi di chi lo aspettava.

E sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Il cristianesimo non è un invito alla vita tranquilla, ma sempre un coinvolgimento impegnativo. Noi però oggi non siamo odiati o guardati con supponenza, perché siamo troppo cristiani, ma forse perché non lo siamo fino in fondo. Se vivessimo veramente per lui, Lui all’appuntamento con la nostra decisione radicale di seguirlo si darebbe certamente a vedere. Ci ha sempre detto di non preoccuparci, di affidarci a Lui. Potremo sperimentare una vera difficoltà, ma non saremo mai abbandonati da Dio.

Agapito ha fatto la storia delle nostra città e in seguito della nostra diocesi. Non era sconosciuta allora, come oggi, la città di Palestrina; Agapito non era uno dei tanti, se nemmeno cinquat’anni dopo, con l’editto di Costantino Palestrina fu fatta centro di diocesi, cioè chiesa autonoma, con proprie tradizioni, costumi, responsabili, diritti sapendo le diatribe, le contrapposizioni e le guerre che  avevano opposto i prenestini all’urbe di Roma. E in seguito per onorare il martire si costruì una basilica a cinque navate!

Noi vogliamo riscoprire nella nostra storia ragioni di vita e di fede; sono contento che anche dalla società civile, dalla amministrazione comunale, vengano segnali concreti in questa direzione.

Abbiamo ideali da vendere e ce li facciamo soffiare da un  pendolarismo che invece di renderci orgogliosi dei nostri valori, portatori di speranze, coltivatori di giustizia, intelligenti costruttori di un  futuro radicato in un passato forte e fiero, annunciatori del vangelo ci svuota, ci ammorba, perché importiamo stili che non sono nostri, adattamenti alle mode che cancellano le nostre gloriose radici, una vita cristiana e forse anche civile, adattata alle contese affaristiche e alle appropriazioni indebite.

Potremmo essere segni fragili, ma vivi di solidarietà, di progettualità cristiana, sociale e civile, di nuove solidarietà, di accoglienza, di apertura, di ospitalità viva. Come Chiesa prenestina questo  tentiamo di farlo da sempre; così ho trovato la diocesi quando ormai quasi dieci anni fa sono venuto; ne ho preso il testimone e, con la collaborazione di tutti lo porto avanti con gioia.

Abbiamo la possibilità di sperimentare, di intuire e di seguire le indicazioni di papa Francesco che ci dice: “Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una « semplice amministrazione ».[21] Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un « stato permanente di missione ».[22]

A noi preti continua a dire di avere l’odore delle pecore, non delle sacrestie. Ne deriva allora che si ricostruisce un popolo nuovo carico di futuro, un popolo credente coraggioso e fiero.

 

 

L’arca dell’alleanza

assunataCiascuno di noi ha degli oggetti cui è molto attaccato: gli ricordano momenti importanti della vita, incontri, promesse, esperienze determinanti… E quando si sposta  se li porta con sé o se li mette addosso se sono di moda. Sono anelli, nastrini, fotografie da mettere nel portafoglio, collane, brillantini, chiodi infissi nelle orecchie come piercing. I bambini hanno i loro giocattoli che si portano dietro fino a età non troppo infantile: un set di barbies da risistemare tutte le mattine sul letto, qualche orsacchiotto di pelouche… Con questi elementi si sente più tranquillo, si ritrova con la sua vita.

Ebbene anche gli ebrei si portavano dietro dovunque andavano un’arca, detta arca dell’alleanza, in cui erano collocati oggetti che definivano la loro storia con Dio: la manna del deserto, le tavole della Torah,  qualche pietra significativa della loro storia.. L’arca era il segno della presenza concreta di Dio nella loro vita. Dio si era fatto incontrare in momenti precisi della loro storia e aveva lasciato dei segni, che dovevano parlare a tutti quelli che avrebbero fatto parte del popolo di Israele.

Oggi che è la festa dell’Assunta, quel cammino deciso di Maria attraverso la montagna ci richiama proprio l’arca dell’alleanza. Maria è  simbolo dell’Arca proprio perché portava dentro di sé la presenza di Dio, tanto da esserne la madre. Nella sua carne era carica di un dono concreto di Dio, sperimentabile, vivo: Gesù Cristo, il patto tra Dio e l’uomo fatto persona, la nuova alleanza fatta non più con sacrifici di animali, ma con il dono della vita stessa di Dio.

Il punto di arrivo dell’arca degli ebrei era  Gerusalemme e sarà quella la meta in cui arriverà Gesù alla fine della vita assieme a sua madre Maria: a Gerusalemme, l’immagine del regno di Dio, del luogo dell’incontro con Dio. Maria assunta fa l’ingresso nel cielo, come l’arca faceva l’ingresso in Gerusalemme. A questo noi crediamo quando facciamo la festa dell’Assunta; la nostra fede ci dice che  il corpo di Maria non ha conosciuto la corruzione, ma è entrato dietro a suo Figlio nella gloria definitiva che con la risurrezione di Gesù è garantita ad ogni uomo che si affida a Dio.

Due verità vengono allora sottolineate:
• La grandezza di Maria che ci apre a Dio, a Gesù, ci offre colui che ci svela il senso della vita, il punto di arrivo delle nostre aspirazioni, il Signore Gesù.
• Il suo punto di arrivo che è la Gerusalemme celeste. Oggi la contempliamo in questa gloria finale della sua esistenza.
Maria ci ha aperto la strada per arrivare a Dio per l’eternità. La processione è iniziata e ha già la testa nel cielo, la seguirà anche tutto il corpo, noi che siamo incamminati nella sua direzione.

Come ha fatto Maria a vivere questa bellezza? E’ stata docile a Dio nella fede. E’ grande perché è la mamma di Gesù, ma ancor più grande dice il vangelo perché si è affidata a Dio con il massimo della disponibilità possibile a una creatura. Ha avuto fede, ha messo in pratica nella vita le indicazioni di Dio. Ha soprattutto accolto la sua Parola.

Oggi celebrare l’Assunta significa ricordarci il nostro futuro, la nostra vocazione. Nel momento più distratto di tutto il nostro anno in cui tutti riposano, tutti sono in vacanza a ritemprare giustamente le proprie forze la Chiesa ci ricorda la nostra vocazione. Siamo chiamati a cose grandi, la terra è pur sempre solo un passaggio da vivere orientati a  Dio.

La nostra vita allora si apre alla speranza; nei nostri pensieri si introduce non il freddo calcolo del tempo che ci rimane da vivere che nessuno possiede, ma la decisione di affidarci a Dio, al suo perdono, alla sua bontà, alla sua Parola.

Possiamo guardare al mondo non con l’occhio del predatore o del potente che crede di ottenere tutto con la forza e che si permette di distruggere le vite degli altri, ma con lo sguardo di chi è desideroso di poter incontrare Dio la vera felicità della vita, nel volto amato del prossimo.

Sapere che abbiamo una mamma che ci ha preceduto in cielo ci dà la forza di non smettere mai di invocarla, di lodarla e di costruire qui la cordata dei fratelli che si aiutano l’un l’altro a fare passi decisivi di bontà e di pace.

In questi tempi soprattutto in cui molti cristiani sono perseguitati, allontanati, torturati, uccisi, esprimiamo la nostra solidarietà  con la preghiera, e papa Francesco ce la chiede sempre: lui ne conosce la forza e sa che questa è la cosa principale che il cristiano deve fare; esprimiamo pure la nostra partecipazione alla loro dolorosa vicenda con una coscienza civile che ci fa allargare l’orizzonte dei nostri interessi, con una opinione pubblica che si mobilita per ottenere il rispetto dei diritti di tutte le minoranze, con una più profonda convinzione di fede.

A noi la fede non costa niente o quasi: non siamo discriminati, non siamo perseguitati, forse la usiamo per il nostro tornaconto personale e la facciamo diventare una bandiera di potere, di perbenismo, una lotta di pollaio… Dio ci aiuti a rinvigorirla e, a partire dalla vergogna che di fronte a queste nuove persecuzioni ci sentiamo crescere dentro, ci doni la grazia di convertirci.

+ Domenico Sigalini

 

 

Solennità di Sant'Agapito Martire

Morte e lotta, ma io ci sono

Tre parole ci stampa la sacra scrittura nella coscienza stasera: la morte, la lotta, una compagnia.

 

La morte è guardata dal punto di vista di Dio. E' la morte per l'uccisione spietata di Agapito, per una persecuzione senza sosta contro i cristiani che in questo tempo sta aumentando come ai tempi di Agapito in quei giorni romani, efferati, di agosto, in cui furono ammazzati crudelmente tanti giovani: Lorenzo, Sebastiano, Tarcisio, i quattro diaconi di papa Sisto... Abbiamo pregato per loro il giorno dell'Assunta e oggi assieme ad Agapito vogliamo rendere loro onore.

 

Ma c'è anche una sfida, una lotta: chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada...? Ma che sto a dire io vescovo di Palestrina? Che tribolazione, che angoscia, che persecuzione abbiamo noi cristiani prenestini? Non vi sembra che invece stiamo navigando mollemente di nuovo nel paganesimo dei tempi di sant'Agapito? Allora si veniva al tempio a farsi predire il futuro, per tentare la fortuna portando animali per essere sacrificati.

 

Oggi c'è una fila continua di prenestini davanti ai maghi, ai fattucchieri, a chi legge la mano. Tornano di moda sette sataniche; c'è gente disturbata da fenomeni strani, malata dentro nello spirito e si affida a tutti, agli oroscopi pure, fuorchè a Dio. Siamo in difficoltà di lavoro, di economia, ma non abbiamo più speranza; pensiamo ciascuno ai fatti nostri; non osiamo rischiare carità. La celebrazione eucaristica non è più un appuntamento cercato, scritto nella vita di una persona, di una famiglia, nel programma della domenica. E' ridotto solo a un gesto formale e occasionale, l'ultima cosa da tenere in considerazione.

 

Chi ci separa dall'amore di Cristo? Non c'è angoscia o persecuzione, ma maldicenza, calunnia, sfruttamento, il non pagare il lavoratore, la ruberia, l'ostentazione solo di una facciata; sto facendo solo l'elenco di quello che continuamente il papa rimprovera a noi cristiani. Vogliamo dare una sterzata alla nostra vita cristiana così che cresca anche una società più civile, più giusta, più partecipata? La smettiamo di vedere in ogni nostra amicizia un possibile affare, in ogni espressione di fede un tornaconto personale, in ogni nostro bisogno o malattia o sofferenza una sconfitta e non invece una risorsa, una chiamata di Dio a una esistenza più profonda?

 

Si tratta di tornare a contemplare la bontà di Dio, il fascino della persona di Gesù, avere la consapevolezza, ed è la terza parola, che la sua compagnia ci è garantita senza se e senza ma. Io sono con voi tutti i giorni. Non sto cercando di alzare il fatturato delle nostre chiese, delle nostre parrocchie, della categoria del culto, ma di far crescere la nostra fiducia nel Signore.

 

Non siamo noi, preti, vescovo o frati e suore da imitare, ma Gesù di cui innamorarsi, da incontrare più spesso nei sacramenti, nella preghiera vera, nei poveri di ogni tipo cui aprire la nostra vita, la nostra casa, la nostra cordialità.

 

Papa Francesco ce ne dà l'esempio, compie gesti veri di condivisione, che sono la sua stessa vita. Abbiamo la fortuna di avere a quattro passi un papa che sta aprendo porte che pensavamo impossibili, non perdiamo l'appuntamento con la storia. Le nostre tradizioni sono belle, ma vanno assolutamente ripensate, rivissute per ridire la fede oggi, per dire ai giovani che non stiamo curando una facciata, ma stiamo scrivendo nella nostra vita un nuovo modo più autentico di essere cristiani e cittadini, di vivere una fede che possa star anche solo vicino a quella di tutti i martiri che veneriamo, ma anche a quelli che vengono segnati in Iraq da una N (nazzareni) per indicare la loro condanna a morte.

 

Siamo tutti Nazzareni anche noi; sulle nostre case, ma soprattutto dentro le nostre relazioni familiari scriviamo la nostra fede, viviamola come patrimonio inviolabile nelle nostre famiglie.

 

Giovani
Siamo al centro della festa di sant'Agapito. Ho visto che siete sinceri, perchè ho chiesto la settimana scorsa alle squadre del palio se potevano promettere di non litigare, mi hanno detto di no. Lode alla sincerità. Non mi son permesso di chiedere di non dire parolacce, sareste stati muti tutta settimana. Avete sentito che hanno fatto ai cristiani a Mosul, a Ninive in Iraq? Hanno segnato le case dei cristiani con una N così che chi vi abitava o rinunciava alla sua fede o veniva violentato e cacciato e derubato di ogni cosa, spesso anche ucciso. Siete disposti a farvi tatuare sulle braccia o sul petto questa N o, meglio, la croce di Gesù?
A voi costa qualcosa la vostra fede? Ma volete essere cristiani davvero?
Chiedete a sant'Agapito con me: abbiamo una fede che fa pena, aiutaci a credere davvero in Gesù, come hai fatto tu.

 

+ Domenico,vescovo

 

 

settimana biblica

settimana biblicaSiamo tutti in cerca di una speranza viva, perché di speranze morte ci stiamo riempiendo la vita ogni giorno. Non pochi di noi navigano nell’abbondanza, altri vivono con dignità la loro indigenza, molti fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Non riusciamo ad immaginare un futuro più bello come era consuetudine di tutte le famiglie fino a poco tempo fa. Il bene comune è solo la somma dei beni di ciascuno e chi li ha se li tiene.
In questo nostro modo di vivere ci siamo dentro come cristiani, come comunità, come parrocchie. Non siamo ricchi, anzi manchiamo del necessario soprattutto dal punto di vista educativo. Le nostre parrocchie non sono assolutamente fonti di guadagno, ma di un capitale di fede per irradiare il dono che Dio ci ha dato che è l’affascinante persona di Gesù. La speranza più grande che abbiamo è la Parola di Dio: la nostra vita, la nostra pienezza, la nostra felicità. Questa Parola è stata pronunciata da Dio fin dall’eternità ed è diventata persona in Gesù. La nostra unica speranza è Gesù, il centro delle nostre aspirazioni è Gesù. Lui vogliamo mettere al primo posto nella nostra vita, conoscerlo, amarlo, obbedirgli, ascoltarlo, farlo conoscere. L’essere Figlio di Dio non gli toglie la dignità di essere uomo, di condividere con noi tutte le gioie e le debolezze dell’umanità, lo sforzo della crescita, la gioia della condivisione, la prova della sofferenza.
Solo il peccato non condivide della nostra vita, perché Lui è l’amore fatto persona, Dio fatto uomo. Ogni nostra casa è la casa di Gesù, ogni nostro progetto lo affidiamo a Lui. La nostra comunità dice ordine a lui. Le nostre parrocchie ci sono per Gesù. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha ridato ufficialmente alla Parola di Dio il suo ruolo primario nella vita della chiesa, dei cristiani e degli uomini di buona volontà. Vogliamo riscoprire in profondità questo grande dono che Dio ci ha fatto e che il Concilio ci ha riproposto, come lo ha fatto e quali conseguenze ne sono sbocciate e possono ancora oggi aprirsi. Non possiamo dare per scontata la costituzione più bella del Concilio, la Dei Verbum, anche solo per dare il quadro determinante del rinnovamento della Chiesa a contatto con la Parola di Dio, riscoperta e riportata al suo ruolo decisivo nella vocazione cui ogni cristiano deve rispondere, nel silenzio che deve caratterizzare l’ascolto, nella illuminazione che ne deriva sempre per il comportamento etico degli uomini e nello slancio della stessa nuova evangelizzazione che ripropone ad ogni persona quella Parola che salva. Programmiamo una settimana– tipo che si svolge per la diocesi nella città di Palestrina, a tre appuntamenti della quale sono invitati tutti i fedeli della diocesi, e invitiamo le varie vicarie, o singolarmente o mettendosi assieme a quella vicina, a ripercorrere per ogni fedele in luoghi più accessibili almeno quattro tappe fondamentali e di base.
I tre appuntamenti per tutti sono:

 

la sera della Domenica 14 settembre alle ore 21 per un inizio ufficiale,

 

la sera di Mercoledì 17 alle 21 per una celebrazione della Parola,

 

domenica 21 settembre a Olevano per la conclusione durante la festa della famiglia.

 

Le tappe che si possono seguire e programmare nelle vicarie sono: una lectio–preghiera, per l’approccio spirituale; uno spettacolo o filmato, per l’approccio culturale; una presentazione della Bibbia, per l’approccio scientifico; presentazione e offerta di bibbie, per l’approccio pedagogico.

 

+ Domenico Sigalini
Lazio Sette 27 luglio 2014

 

 

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