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A Cave “la pace ci piace”

cave vescovo 2014E’ da alcuni  anni che i giovani di Cave all’inizio, e poi tutta la pastorale giovanile, organizzano una tre giorni di riflessioni, manifestazioni, canti, fiaccolate, momenti teatrali, preghiere sui temi della pace. Cave nell’antichità è stata luogo di un glorioso trattato di pace, che viene ricordato ogni anno; qui i giovani ne vogliono vivere lo spirito che non è legato alla storia o alle commemorazioni, ma alla vita di tutti i giorni. Infatti si interessano anche di violenza e soprattutto di come poterla snidare dal cuore e dai comportamenti. Nel novembre scorso si sono dati appuntamento per manifestare contro la violenza alle donne, contro il femminicidio e in questi giorni l’appuntamento ha come tema: “la speranza dopo la violenza”. Si vuol costruire assieme un percorso che apre a gesti e pensieri, opere e riflessioni di pace. Sta davanti a loro la forza di persuasione e la concretezza oltre che il coraggio di papa Francesco che convoca a Roma, a casa sua proprio due capi di popoli irriducibili: allenati a violenze continuate e inaudite, ma convinti dalla storia, dal dolore sopportato, dall’evidenza della ragione e soprattutto dalla loro storia religiosa  di pregare assieme per la pace, di avviare in un altro modo, perdente per i potenti, ma pieno di speranza per chi crede, il cammino di riconciliazione. A Cave i giovani della diocesi di Palestrina si sono inventati questo modo di stabilire un contatto con tutte le tensioni della terra, con l’invito del papa a Israele e alla Palestina, gridando a tutti la loro coscienza di pace che sta nei desideri di tutti. La pace ci piace; lo diranno con una fiaccolata, lo diranno con dei giochi, lo svilupperanno con confronti e testimonianze. E’ utile sempre riportare ciò che dice papa  Francesco: “ Il Medio Oriente da decenni vive le drammatiche conseguenze del protrarsi di un conflitto che ha prodotto tante ferite difficili da rimarginare e, anche quando fortunatamente non divampa la violenza, l’incertezza della situazione e l’incomprensione tra le parti producono insicurezza, diritti negati, isolamento ed esodo di intere comunità, divisioni, carenze e sofferenze di ogni tipo. Occorre dunque incamminarsi risolutamente verso di essa, anche rinunciando ognuno a qualche cosa. Auguro ai popoli palestinese e israeliano e alle rispettive Autorità di intraprendere questo felice esodo verso la pace con quel coraggio e quella fermezza necessari per ogni esodo. La pace nella sicurezza e la mutua fiducia… riferimento stabile.”
La pace è una realtà possibile e doverosa da vivere e da proporre. Non basta ai giovani di Cave però dire la parola “pace”, vogliono anche capirla di più, viverla tra loro e, se hanno un po’ di fede, chiederla a Dio come dono assolutamente necessario per vivere felici.
Non pensano la pace solo per loro,  ma la vogliono proporre per tutti, cercare per tutti, farla crescere per tutti. Sono stufi di vedere popoli che si combattono, gente ammazzata, popoli che devono migrare per poter vivere, gente che è costretta a lasciare la sua terra, bambini ammazzati, mamme private della loro dignità. Vogliono un mondo in pace, non basta loro la tranquillità della città di Cave, desiderano e vogliono che tutto il mondo sia in pace.
La pace è però un concetto dinamico, frutto anche di un impegno, di una azione, di un dinamismo della vita che li vede protagonisti, vivi, con l’argento vivo addosso e invitano tutti a vivere di speranza.

 

Domenico Sigalini
+ vescovo
Lazio Sette 8 Giugno 2014

 

 

 

Ordinazioni a Pentecoste 2014

Ubriachi sembravano, ma erano solo le nove del mattino, ci tenne a precisare Pietro, nel suo primo discorso urbi et orbi che ha fatto, diremmo noi oggi, dalla loggia del cenacolo. Quella loggia sarebbe diventata dopo tanti anni, dopo il martirio di Pietro e Paolo, dopo secoli di martiri, dopo secoli bui, dopo tante purificazioni la loggia in cui si può ancora oggi sperimentare la forza, la novità dello Spirito, come abbiamo visto con papa Francesco.

Ricordiamo tutti il primo affacciarsi a quella loggia di papa Francesco. Ci ha dato la certezza che nella chiesa non ci sono tavoli di concertazione, non ci sono soprattutto strategie politiche, ma sempre la freschezza la novità dello Spirito. Abbiamo tutti sperimentato concretamente la forza dello Spirito Santo per la sua Chiesa.

 Ebbene in quella lontana mattina della prima Pentecoste della chiesa quel gruppetto di apostoli impauriti e rintanati a leccarsi le ferite della morte di Cristo non sembrava più quello: si mostravano ed erano visibilmente: coraggiosi, decisi, entusiasti, sciolti di lingua, comprensibili, audaci. Non c’era più niente che li assimilasse a quattro poveri pescatori. Gesù non c’era più, ma l’avevano sperimentato risorto, aveva detto loro che non sarebbero mai stati soli;  ora toccava a loro, ed erano abitati da una nuova presenza: lo Spirito.

Dio non solo aveva creato e amato da Padre amorevole ciascuno di loro, non solo aveva generato il Figlio Gesù, che aveva coltivato ciascuno di loro in una tenera amicizia e aveva per loro offerto la sua vita; ora entrava a forza in ciascuno come vento che scuote, come energia che rinnova, come fuoco che brucia, come Spirito  che ridà la vita.

La liberazione dal peccato era avvenuta, ma fino a quel giorno la mentalità da galeotto non li aveva ancora abbandonati; un conto è essere schiavi liberati, un altro è avere la mentalità da figli. Si può stare in casa ad aspettare solo l’eredità o fuggire a sperperarla, si può stare nella esistenza a lasciarsi fasciare dalle cose e a deglutire amaramente infelicità. Ricordate i due figli del padre  misericordioso: il giovane che scappa di casa e l’altro che resta a rivendicare ogni giorno l’eredità? È il cuore che deve essere cambiato.

Questo è compito dello Spirito. Dio manda lo Spirito che permette di rivolgerti al Padre non con la rivalsa di ottenere “ciò  che mi spetta” o ciò che non mi hai mai dato, ma con la tenerezza di un dialogo di amore: Papà, Abbà. È lo Spirito che delinea in ogni persona i tratti della figliolanza, i lineamenti dell’umanità di Gesù. È questa l’unica forza che farà di ogni pescatore di Galilea un vero apostolo, un altro Gesù Cristo.

Oggi è ancora lo Spirito che vi consacra all’ordine del presbiterato nei suoi due primi gradi: diaconato e presbiterato.

Voi diaconi dovete custodire in una coscienza pura il ministero della fede, per annunziarla con le parole e con le opere. Papa Francesco darebbe per scontato che si devono fare opere e direbbe “anche con le parole”. Noi purtroppo diremmo soprattutto con le parole, perché parliamo tanto, e poi, se proprio occorre, con le opere. Voi oggi cominciate a dare segni della vostra totale dedizione  a Cristo Signore attraverso il celibato e la preghiera quotidiana per la chiesa e per il mondo.

E tu presbitero come fedele cooperatore del vescovo celebrerai con devozione e fedeltà i misteri di Cristo, che non puoi interpretare tu come vuoi, ma secondo la tradizione della Chiesa; la messa e la confessione li puoi celebrare solo tu, e così lenire le malattie corporali con l’unzione degli infermi. Ti devi dedicare assiduamente alla preghiera come ha comandato il Signore ed essere per il popolo di Dio colui che implora la divina misericordia.

Stamane ho celebrato la Pentecoste presso l’Opera dello Spirito Santo e durante le preghiere dei fedeli spontanee ne ho sentite almeno tre o quattro che erano rivolte a Dio per i preti; si chiedevano che il popolo esprimesse mamme sante che li custodissero, grazie abbondanti perché fossero santi e fedeli, richieste di santità e di grazia per loro; tanto che mi sono insospettito e ho interrotto a mio modo le preghiere dicendo: ma voi ce l’avete con i miei preti, con noi preti?! Non li avessi mai provocati.

E’ uscito un adulto che si è messo a ricordarmi tutto quanto papa Francesco sta dicendo a noi preti: avere l’odore delle pecore, servire il popolo senza guardare l’orologio, indifferenza alla carriera, cercatori delle 99 pecore e non pettinatori o parrucchieri dell’unica rimasta, stare davanti al popolo per far da guida, in mezzo per condividerne la vita, dietro il popolo per raccogliere i dispersi e i fragili. La gente oggi non ci lascia più in pace, non ce le manda a dire e fa bene.

E’ una nuova Pentecoste per voi e per la chiesa. Lo Spirito non vi dona qualcosa da tenere per voi stessi, ma mette a disposizione della Chiesa doni che solo Lui può fare e che voi dovete essere.

 

 

 

Lectio Magistralis con il Vescovo

Lectio magistralis del Vescovo alla Scuola di Formazione Teologica

Lunedì 12 maggio 2014- ore 18,00- Sala dei Cardinali in Curia.


All'interno del programma della Scuola di Formazione Teologica della nostra Diocesi, il Vescovo S.E. Mons. Domenico Sigalini terrà il giorno 12 maggio 2014 alle ore 18,00 nella Sala dei Cardinali della Curia una lectio magistralis sul tema "Evangelii Gaudium: una pastorale della gioia". Si tratta di un incontro nel quale avremo la possibilità di riflettere approfonditamente sulle prospettive pastorali indicate da Papa Francesco nell'Esortazione Apostolica "Evangelii Gaudium" sull'annuncio del Vangelo nel mondo attuale.

"Ho scelto di proporre alcune linee che possano incoraggiare e orientare in tutta la Chiesa una nuova tappa evangelizzatrice, piena di fervore e dinamismo" (Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n. 17)

L'incontro è aperto a tutti ed è rivolto in modo particolare ai presbiteri, ai diaconi e a tutti gli operatori pastorali.

Si ricorda che è possibile parcheggiare nel cortile della Curia.

 

 

 

 

 

Ideare in comunione

La presunzione, la tristezza, l'inerzia e la fretta, tentazioni da allontanare.

 

Quando i vescovi si riuniscono in assemblea è sempre una esperienza bella. Tutti siamo vescovi, carichi di responsabilità verso Dio e verso i fratelli, con nel cuore la propria diocesi e in cerca di una comunione, difficile perché siamo più di 200, ma garantita perché basta accoglierla da Dio che ce ne fa sempre dono. Molteplici le tematiche di questa sessione: la più coinvolgente dal punto di vista della responsabilità del vescovo nel suo compito di maestro e guida nella fede della Chiesa è stata l'approvazione all'unanimità del testo «Incontriamo Gesù: orientamenti per la catechesi». Nessuno aveva in mente di ignorare il famoso «testo base» degli anni immediatamente dopo il Concilio, ma solo di rinnovare oggi quell'entusiasmo e quella volontà di dedicarsi all'educazione alla fede delle nuove generazioni dentro le sfide di oggi. 50 anni sono passati e di cose ne sono avvenute, di sfide culturali nuove ne sono sorte e ci stanno sfidando. Il testo aiuta tutti a farsi educatori alla fede, oltre che annunciatori e operatori pastorali nelle periferie esistenziali. A riguardo la parola del Papa è stata determinante per lo spirito che poi ha motivato tutta l'assemblea: «Le tentazioni, che cercano di oscurare il primato di Dio e del suo Cristo, sono "legione" nella vita del Pastore: vanno dalla tiepidezza, che scade nella mediocrità, alla ricerca di un quieto vivere, che schiva rinunce e sacrificio. È tentazione la fretta pastorale, al pari della sua sorellastra, quell'accidia che porta all'insofferenza, quasi tutto fosse soltanto un peso. Tentazione è la presunzione di chi si illude di poter far conto solamente sulle proprie forze, sull'abbondanza di risorse e di strutture, sulle strategie organizzative che sa mettere in campo. Tentazione è accomodarsi nella tristezza, che mentre spegne ogni attesa e creatività, lascia insoddisfatti e quindi incapaci di entrare nel vissuto della nostra gente e di comprenderlo alla luce del mattino di Pasqua. Fratelli, se ci allontaniamo da Gesù Cristo, se l'incontro con Lui perde la sua freschezza, finiamo per toccare con mano soltanto la sterilità delle nostre parole e delle nostre iniziative. Perché i piani pastorali servono, ma la nostra fiducia è riposta altrove: nello Spirito del Signore, che – nella misura della nostra docilità – ci spalanca continuamente gli orizzonti della missione».
Altro impegno è stato quello di cambiare alcuni articoli dello statuto della Cei circa la designazione del suo presidente. I cardinali Ruini e Bagnasco furono scelti dal Papa. Oggi papa Francesco dice ai vescovi italiani: «il presidente della Cei ve lo scegliete voi». Due le proposte che poi hanno finito per convergere: operare una scelta tra i vescovi che poi il Papa avrebbe riconosciuto, come avviene in tutte le conferenze episcopali del mondo; oppure, per la particolare situazione dell'Italia che ha come primate, proprio il papa, operare la scelta di tre persone tra le quali il Papa può scegliere chi desidera. Si è alla fine arrivati a convergere su questa. A conclusione, coscienti delle grandi sofferenze delle famiglie in questa crisi che non conosce ancora la fine, abbiamo voluto esprimere vicinanza concreta alla nostra popolazione. Il comunicato finale dice almeno in segno quello che ogni vescovo sta vivendo e facendo per il suo popolo. Una assemblea è sempre ritrovarci tra fratelli e uscirne confortati e rinnovati.

 

Domenico Sigalini
+ vescovo
Lazio Sette 1 Giugno 2014

 

 

La tomba è vuota, il corpo non c’è più (Gv 20, 1-10)

domenica di pasqua 2014 2Ci facciamo tutti gli auguri di buona pasqua, gli orientali si dicono solo “Cristo è risorto” e rispondono “è veramente risorto”. Vanno subito al centro della festa, al cuore di questa giornata. Sappiamo di dire cose che hanno dell’inverosimile, parliamo di una vita che non ha fine, una vita che continua sempre, rinnovata e bella, senza le brutture che le abbiamo incollato con le nostre cattiverie.

Quei volti sfigurati dalle violenze, quei corpi violentati dalle guerre, quelle vite stroncate dagli assassini, tornano a vivere e non conoscono più dolore, sopruso, ingiustizie. La vita non è tolta, ma trasformata cantiamo a ogni funerale.
Ha reso vero tutto questo Gesù che non è rimasto nella tomba. Abbiamo ancora negli orecchi le pretese del Sinedrio, dei potenti di non voler lasciare nessuna traccia né nei cuori e nemmeno nella terra di questo Gesù. Già avevano cominciato a stare all’erta quando Giuseppe d’Arimatea aveva loro sottratto il cadavere di Gesù. Loro penavano di seppellirlo come ogni delinquente o bestemmiatore in una fossa comune con tutti i pezzi del suo supplizio. Invece no. Occorre ancora vigilare per far bene le cose e chiedono a Pilato di mettere guardie a custodire una tomba. La sparizione senza volto e senza nome e senza tomba di Gesù non è loro riuscita.

Infatti quella mattina dopo il grande sabato, per noi sarebbe un volgare lunedì, un giovane e un adulto si sono portati correndo verso un posto già visto per l’uno, un luogo nuovo per l’altro; il posto era il Golgota nei pressi del quale c'era il sepolcro nuovo in cui era stato ricomposto in fretta il cadavere di Gesù. Hanno udito notizie sorprendenti, vociare di donne, correre di informazioni, meraviglie, domande, esclamazioni, dubbi.

Nella tomba non c'è più. Siamo andate di buon mattino perché volevamo imbalsamarlo, ma là il corpo non c'è più. Il giovane era Giovanni, quello che aveva assistito fino all'ultimo momento, all'ultimo spasimo Gesù che moriva, per sostenere sua madre. L’adulto era Pietro, quello che aveva dato a Gesù il colpo di grazia del tradimento, quello che, mentre Gesù veniva sbeffeggiato e insultato da tutti, non aveva avuto il coraggio di stare dalla sua parte.

Due vite incantate da Gesù, due apostoli, due storie si rimettono in corsa col cuore in gola per poter sperare ancora, per potersi dire che non è vero che tutto è finito, per farsi sorprendere dalla potenza di Dio. Giovanni è giovane, è innamorato perso e corre di più; Pietro è adulto, si porta dentro anche il peso del tradimento e arranca. Giovanni lo precede, arriva prima, ma si ferma davanti al sepolcro, aspetta Pietro. Il giovane è entusiasta, è veloce, ma sa di avere bisogno della saggezza di Pietro. È sempre così anche nella vita: giovani e adulti stanno bene insieme, hanno bisogno gli uni degli altri. Questo ci tiene a dircelo sempre papa Francesco associando adulti e giovani per un dialogo vincente per la vita del mondo.

La scoperta che assieme fanno è di grande importanza: sarà determinante per i
secoli futuri. Anche loro constatano che Gesù non c'è più, il suo corpo che Giovanni aveva visto esalare l'ultimo respiro non c'è più. E descrivono il lenzuolo, la sindone, le bende che avevano hanno avvolto Gesù afflosciate su di sé, come se da sotto ne fosse sparito il corpo.

E noi da quella giornata abbiamo cominciato a riprendere speranza, ci siamo sentiti liberare come gli Ebrei dalla schiavitù dell’Egitto; siamo stati liberati dal peccato, abbiamo una speranza di vita bella, felice e eterna. Liberati, ma decisi a diventare liberi. C’è una bella differenza tra l’essere fuori da un carcere e pensare ancora da carcerati vedere ancora il sole a scacchi come quando eri tra le sbarre, così è chi è liberato soltanto, ed l’essere liberi, cioè capaci di vita nuova. Lo Spirito Santo ci aiuterà in questa avventura che comincia da Pasqua e si sviluppa per tutta la vita...

 

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