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E' una vita piena, definitiva, senza limiti, che ci viene regalata stanotte. (2)

sabato santo 2014 2Abbiamo terminato le nostre quaresime; la vita purtroppo sembra più una quaresima che una pasqua, soprattutto in questi anni di crisi che non riusciamo a scrollarci di dosso. Incolpiamo tutti, ci arrabbiamo pure, restiamo stupiti della fantasia e della spudoratezza di chi ruba i nostri sacrifici, stiamo a sperare e ci mettiamo tutti un po' del nostro impegno per tornare a vivere serenamente e almeno a lavorare.

Ma questa settimana abbiamo voluto ancora concentrare la nostra attenzione, convogliare i nostri sentimenti su Gesù. Abbiamo fatto con lui l'ultimo percorso della sua vita con una croce in spalle. Abbiamo disceso le scalinate del nostro antico tempio nel segno della croce, il tempio della dea fortuna, segno della gloria della nostra città, ma anche del paganesimo che vi dominava,. Giovani e adulti si sono presi una parte in questa via crucis e ci hanno creato sentimenti di partecipazione anche intensa, ci hanno aiutati a pregare.

Nelle nostre piazze e strade ieri sera abbiamo rivissuto anche con sentimenti e meraviglia spontanei la vicenda di Gesù. Anche qui, molti di noi si sono presi una parte da recitare. Parlavo ieri con chi ha fatto Giuda. Quest'anno mi tocca, ho fatto altre volte Gesù, ma oggi rivivo quei sentimenti di tutti gli uomini di fronte alla tragedia che siamo capaci di provocare con i nostri tradimenti. Ho sentito persone urlare "Sia Crocifisso", arrabbiarsi contro Gesù, spintonarlo e farlo cadere. Hanno rappresentato tutte le nostre vite, le nostre ferite e le nostre debolezze. Siamo poi tornati a casa come il Cireneo che ha dovuto dire ai suoi figli come lo aveva cambiato Gesù, quando lo ha guardato negli occhi, come Pietro distrutto, ma traditore perdonato.

Stasera l'atmosfera è diversa. Siamo ancora noi, ma vogliamo farci crescere speranza e futuro, abbiamo udito che la morte non è l'ultima parola. Quel Gesù che hanno voluto cancellare dalla vita, ma anche dalla coscienza ci aspetta ancora nella nostra Galilea, il luogo quotidiano della nostra vita, dei nostri affetti, delle nostre paure. I due adulti che battezzeremo verranno immersi coscientemente, volutamente nella morte e risurrezione di Gesù, significata dall'acqua e decidono di fare con noi un nuovo cammino nella vita di ogni giorno.

Ci domandiamo però: è proprio un nuovo modo di vivere il nostro da cristiani o ci stiamo adattando a tutto, abbassando a tutto? Se i due nuovi battezzati guardassero a come ci comportiamo, guadagnano quella visione bella, pulita, serena, felice, della vita che Dio ci ha regalato?

Certo siamo sfidati ogni giorno a non perdere la speranza di diventare anche solo più umani, più solidali, più generosi. Dio ha dimostrato di starci assieme, vicino, dentro le nostre coscienze. Stanotte usciamo dai racconti, dalle sacre rappresentazioni, dalle fiction e ci affidiamo alla grande bontà di Dio che ci vuole nuovi, che ha seminato in noi non solo speranza, ma la sua stessa presenza, ci ha donato il suo Santo Spirito, che non ci abbandona più.

Alle nostre disperazioni oppone la sua forza, ai nostri odi il suo amore, alla nostra crisi la solidarietà e la speranza. Gesù li aspetta tutti in Galilea. Erano andati come ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Ma la loro patria, la terra dei loro giorni, della vita quotidiana è la Galilea. Gesù si fa incontrare nei luoghi e nei pensieri della nostra quotidianità. La dove viviamo lo possiamo e dobbiamo vedere e far incontrare vivo.

Abbiamo una fede che ci tormenta, ma che ci rende felici e fa il mondo sicuramente migliore di quanto siamo capaci di fare da soli. E' questa la nostra Pasqua che auguriamo a noi e a tutti.

 

+Domenico,vescovo.

 

 

Depositiamo le nostre morti nelle braccia di Dio Padre

Quel venerdì, quel giorno di Parasceve, quel giorno in cui Gesù affronta quello che agli occhi dei potenti, dei benpensanti, degli stessi rappresentanti di Dio, è ritenuta una vittoria su di lui, una sconfitta della sua missione, una fine definitiva sui suoi sogni, sul suo progetto di mondo e di uomo nuovo, è per noi una data memorabile. Tentiamo ancora oggi di calarci in quella morte, riudire quel grido che sembra di disperazione, perché sappiamo che dobbiamo tutti passare da qui. Passare soltanto e non rimanerne prigionieri per sempre. Abbiamo negli occhi il pianto di ogni madre che perde suo figlio, di ogni figlio che perde papà o mamma, di ogni uomo che perde un amico.

Gesù nel Getsemani è ogni uomo, mostra le paure di tutti, i pensieri faticosi del vivere, le ansie e gli interrogativi del morire che ci assalgono tutti. La preghiera di Gesù è abbandono nelle braccia del Padre, è il desiderio di sentirsi di qualcuno nel momento supremo e quindi si abbandona nella fede. Gesù è turbato, non tenta penosamente di nasconderlo a nessuno, ma il turbamento non spezza il rapporto di fiducia in suo Padre. L'ideale della cultura greca, che anche in Palestina stava penetrando, era di mostrarsi altero, dignitoso, sprezzante del pericolo, autosufficiente, eroico; l'ideale di Gesù è di mostrarsi fiducioso nel Padre. La sua è accettazione dolorosa nella verità, è fedeltà a Dio.

Gesù mantiene uno sguardo serio e realistico sulla morte. Per la sapienza razionale, l'atteggiamento quasi stoico di un eroe di fronte alla morte è di gran lunga più nobile di quello di Gesù. Il modo con cui Gesù è morto è uno scandalo, è indegno di un figlio di Dio, ma anche di un uomo responsabile di altri. Dovrebbe fare da eroe, se vuole che qualcuno lo apprezzi, dovrebbe presentare una certa saggezza per essere ricordato da tutti nella sua fierezza, nel suo coraggio.

Gesù si unisce in certo modo a tutte le nostre morti ingloriose, scioccanti, distruttrici di ogni umanità e le svuota di potenza dall'interno. Gli eroi muoiono come si vorrebbe morire, Gesù muore come veramente si muore.

Il fatto straordinario è che Gesù, lui che è morto così miseramente, soffrendo senza ritegno, affrontando le paure e le ansie del morire con così poco coraggio stoico, è proprio il Figlio di Dio. Se il Figlio di Dio muore così allora le nostre povere morti, le nostre paure, le pene che soffriamo, l'attaccamento alla vita che abbiamo, il dolore disperato per le morti improvvise e violente sono depositate con amore nelle braccia di un Padre, non sono opera di un tragico destino.

Allora non ci è richiesto sforzo di autocontrollo, ma abbandono nelle mani del Padre. La nostra morte non è una resa dei conti impossibile, ma è lasciarsi amare fino in fondo da Dio, nella massima fiducia di avere un Padre che ci ama sempre, proprio a partire da quella morte in croce che nelle sue stesse braccia diventa risurrezione.
Anche perché al di là c'è la risurrezione, la vittoria di questo debole, umano Gesù sulla morte e sul peccato.

 

+Domenico,vescovo

 

 

Giovedì Santo 2014: essere pastori, contenti, affidati a Dio e dedicati al popolo suo

Stasera nelle nostre comunità celebreremo la cena del Signore, saremo toccati e affascinati con i nostri fedeli da quel dono straordinario che Gesù ci ha fatto tra una promessa e un tradimento; stamane siamo tutti uniti nel nostro presbiterio a ridirci che siamo contenti di essere preti, che desideriamo sempre metterci al servizio del popolo di Dio col dono che Dio ci ha fatto essere, che vogliamo offrire a tutti, soprattutto ai più poveri, la sua parola, il suo corpo e il suo sangue, il suo perdono, la sua consolazione, la sua grazia sacramentale.
Siamo un presbiterio molto vario, capace di aprirsi a presenze nuove, a condividere anche se per poco tempo la nostra opera pastorale con tanti preti studenti di nazioni diverse. Siamo consapevoli di avere nei religiosi un dono abbondante e prezioso per la nostra vita ecclesiale. Abbiamo imparato a riscoprire e coltivare le nostre radici nell'accoglienza e nella consapevolezza della nostra bella storia di presbiterio diocesano. La nostra diocesi è ricca di tante presenze e esperienze presbiterali. Dovremmo sicuramente conoscerci di più, collaborare di più, aiutarci di più. Il Signore non ce ne farà mancare la forza.
Desidero però oggi sottolineare qualche elemento di interiorità operativa che ci deve possedere maggiormente, seguendo l'insegnamento di papa Francesco che non ci fa mancare mai osservazioni anche brucianti che ci scomodano nel nostro pericoloso adattamento al minimo.
Siamo preti per il popolo. L'idea di popolo che ha papa Francesco è un po' diversa da quella che ci siamo fatti noi o che viviamo noi. Per lui popolo di Dio non è una astrazione teologica, anche se ne condivide la definizione conciliare, ma è l'esperienza di una relazione con le persone, che il Signore ci ha messo accanto nel nostro territorio e nella nostra vocazione. Sono i battezzati, o coloro che desiderano essere buoni, che ci assediano con le loro domande, i loro bisogni, la loro povertà, la loro ricerca di senso. Non sono tutti dentro i confini della nostra cosiddetta pastorale, non passano sempre da noi, molti non ci cercano nemmeno più, ma in loro è stata risvegliata una coscienza che cerca ascolto, stima, perdono, aiuto, nutrimento, che cerca Dio alla fine.
Ci stiamo accorgendo, a partire dai giovani, che pure abbiamo seguito con cura fino alla Cresima, che la gente non frequenta più automaticamente i nostri ambienti, che aumenta il contenzioso con molti cosiddetti cristiani che hanno spesso pretese e non domande vere, voglia di potere e non servizio, agnosticismo e non fede semplice, fiducia solo nelle proprie forze e non abbandono in Dio. Non voglio però dire che cosa dobbiamo fare, ma chi dobbiamo essere, che spiritualità dobbiamo avere, che stato d'animo dobbiamo nutrire, che rapporto con Gesù dobbiamo vivere.

Odore delle pecore
C'è una frase che papa Francesco ci ricorda spesso: avere "l'odore delle pecore"; ce l'ha detto il primo giovedì santo che ha celebrato in Basilica vaticana, non collezionisti di antichità o di novità. Questo significa tante cose: stare con la gente, andare nelle periferie come quando si va all'altare, vivere una autentica vicinanza, prossimità, servizio. Dobbiamo rivestirci dei nomi di ciascuno dei nostri fedeli, del nostro popolo come se ce li portassimo sulla casula. Questo non significa fare populismo a buon mercato, ma avere sempre chiaro che un dono dobbiamo presentare al popolo di Dio, il dono della fede e della misericordia infinita , non ci dobbiamo mai stancare di essere misericordiosi, benevoli, uomini di misericordia e di compassione.

Ospedale da campo
La chiesa è un ospedale da campo: prima di tutto occorre curare le ferite, in seguito faremo analisi anche sociologiche per evidenziare la cause delle ferite, le persone che vanno messe di fronte alle loro responsabilità. Torniamo seriamente al confessionale se lo avessimo messo in secondo piano e sappiamo tutti che il confessionale non è una sala di tortura. A questo riguardo siamo messi in guardia sia da facilonerie che danno l'idea che il perdono è frutto di un buon senso umano o di una possibilità di fare sconti che ci arroghiamo, sia da rigorismi che sanno più di tribunale che di ascolto e perdono.
Spesso siamo sovraccarichi di tutte le problematiche della nostra vita pastorale, ci sentiamo schiacciati di fronte alle tante cose da fare e ai tanti atteggiamenti da assumere. Sappiamo però che
un piccolo passo in mezzo a grandi limiti umani è più gradito a Dio di una vita esteriormente corretta, che non si confronta con fragilità e le debolezze.
Alla gente che incontriamo dobbiamo sempre grande rispetto, dobbiamo toglierci i sandali davanti alla terra sacra dell'altro. Il rapporto con il popolo, con il cuore della sua cultura è la ricerca di una fonte d'acqua viva, non il sospetto di un inquinamento.

Siamo pastori non funzionari
Essere pastori significa seguire alla lettera il vangelo di Giovanni che quando parla di pastori e pecore ha una grande attenzione al rapporto di comunione, di ascolto, di servizio fino alla morte. "Io do loro la vita e non periranno mai". Il funzionario è come il mercenario, non gli importa delle pecore, ne fa un mestiere, Stabilisce orari, competenze, limiti anche alla dedizione e all'amore.

Siamo mediatori non intermediari
Il mediatore è uno che condivide la sorte delle persone, ne vive dall'interno le fatiche, conosce gli ostacoli da superare, si rapporto con tutte le persone coinvolte nelle relazioni difficili e delicate e si spende per convincere, consolare, aiutare a cambiare punti di vista, recare e donare pace. Sa che ci sono principi più alti di un vantaggio vicendevole e a quelli si ispira e crea riferimento per tutti. L'intermediario fa il mestiere, l'azzeccagarbugli, ha competenza di leggi, ma non di cuori, stabilisce tavoli, non comunione, cerca equidistanza, non coinvolgimento. Può essere anche più lucido, ma gli manca passione e rischio, Ha un compito da svolgere, non una vocazione cui rispondere.

Siamo efficaci non efficienti
E' avere la capacità di ottenere adesione, cambiamenti profondi, sete di vita e di perfezione spirituale, percorso faticoso, ma con mete alte; pazienza e tenacia, riferimento alla coscienza e non alle operatività. L'efficienza è pure un aspetto positivo, ma nelle cose spirituali quello che si realizza, che conta di più, è quello che si accoglie da Dio, la contemplazione del suo volto, che si concretizza nei poveri, nei bisognosi, nei disperati, nei cercatori di pace e di consolazione. Essere efficaci e non efficienti è saper perdere tempo per l'ascolto, per la compagnia, per la serenità di tutti i rapporti, non lasciarsi condizionare dall'agenda e nemmeno averne l'assillo, ma lasciarsi condizionare dall'aiuto alle persone.

Non asettici e da laboratorio, tutti puliti, tutti belli
E' un'altra frase di papa Francesco che sicuramente non gira inamidato, che si sposta senza etichette, senza creare distanze, che sa fermarsi su tutte le miserie umane, che usa cellulare e chiamate senza protocollo; desidera che anche il prete, il vescovo sia sempre a disposizione; se poi il Signore ci dona pure un sorriso, allora la pastoralità è ancora più viva.

Il posto del pastore
"Davanti, per indicare il cammino; in mezzo, per rafforzare l'unità; dietro, perché nessuno rimanga indietro,ma soprattutto perseguirne il fiuto e trovare nuove strade". Questa collocazione indicata da papa Francesco ci aiuta tutti a riflettere sull'accompagnamento che è una delle qualità tipiche del presbitero e del pastore. Siamo forse troppo abituati a dare definizioni, a comunicare decisioni, leggi, divieti, possibilità, precetti. Servono anche le leggi che aiutano a mettere a disposizione la vita per ideali alti, ma il nostro rapporto con il popolo di Dio deve essere prima di tutto di ricerca comune e di indicazione di prospettive, di percorsi, di cammini, di mete, di punti di arrivo, di orizzonti ampi e belli. Un prete che non indica mete, ma che si ferma al minimo, al possibile, al tentativo non incarna la passione di Gesù per il Regno. Il prete sta davanti ai giovani, davanti alla gente, davanti ai ragazzi, alle persone bisognose, agli stessi poveri e non si accontenta di dare consolazione, ma li spinge avanti verso grandi mete, verso la grande bontà e misericordia di Dio. Nello stesso tempo sta in mezzo; se sta a servizio di un popolo, lo tiene unito, favorisce la concordia, non fa per nessun motivo il divisore o per comandare di più, o per disorientare. Sarebbe un'opera demoniaca. Infine, si mette dietro, proprio per non perdere nessuno, per aiutare tutti a fare il passo della solidarietà, del soccorso, dell'aiuto vicendevole. Star dietro serve anche per intuire nuove strade, per fiutare la sensibilità di tutti, sorreggere e scaldare il cuore di chi si scoraggia.

L'unica possibilità di essere preti così ci viene concessa se facciamo presbiterio.
I presbiteri di una diocesi sono un presbiterio quando sentono di avere un profondo senso di appartenenza a una realtà di carattere comunitario di natura storica, perché ha radici nel tempo, si assumono un compito di condivisione nello stare assieme, come un impegno comune e non già come obbedienza a un a sorta di cieco destino. Sono le stesse caratteristiche che papa Francesco prevede per il popolo di Dio.
Una nuova capacità di relazioni si deve instaurare con i confratelli presbiteri. Nessuna parrocchia oggi è autosufficiente e nessuna pastorale può essere isolata, sia perché la vita cristiana è soprattutto una comunione, e questo è sempre stato vero, ma oggi se ne coglie meglio l'importanza, sia perché il presbiterio con il suo vescovo è con il popolo il soggetto della pastorale. Essere preti, come essere cristiani, non è mai una avventura da single, ma un tessuto di relazioni di salvezza.
Nessuno può fare il prete da solo, come ministro isolato, ma Dio ci accomuna e a partire dalla complessa trama di relazioni interpersonali e con il vescovo. Dio ci fa ministri in questa dinamica comunitaria. Il concetto di presbiterio contiene la complessità implicita in se stesso, come ogni essere vivente; ognuno di noi è originale, inconfondibile, non facilmente omologabile o classificabile. Ciascuno esprime la sua personalità altrimenti diventa una massa, che può venire facilmente strumentalizzata.
Vi ho chiamato amici e lo sarete sempre se farete ciò che vi comando e sappiamo che l'unico comando di Gesù è l'amore. Se non vi lavate i piedi a vicenda non avete capito niente di come dovete essere. Se non vivete la comunione, scordatevi di avere un minimo di efficacia nell'annuncio.

 

+ Domenico,vescovo.

 

 

Giovedì Santo :"Prendete e mangiate"

Quella sera Gesù viveva un momento molto delicato, decisivo, determinante. La sua missione, la sua passione per il regno di Dio, per un nuovo patto con il popolo, con la gente, con l'umanità era vicina all'apice, alla sua conclusione pure. Il profumo della donna che aveva spezzato un vasetto di albastro di nardo purissimo per ungergli il capo, quest'ultimo gesto d'amore fatto per il suo corpo, si era già diradato nell'aria e cominciava a diffondersi l'acre odore di un tradimento; un altro gesto che avrebbe dovuto essere di amicizia, sarebbe stato un bacio d'amore, invece tentava di fissare la vita di Gesù a una morte efferata e vergognosa.

Sono le nostre vite che spesso oscillano tra bene e male, tra gioie e dolori, tra amore e tradimento. Oggi siamo decisi, domani non ci interessa niente della vita cristiana; ora siamo desiderosi di spiritualità, domani non siamo capaci di opporci a una tentazione della carne. Ma Lui, Gesù è lì e si dona in un simbolo, si dona in pane e vino che diventano il suo corpo e il suo sangue.

Stasera siamo qui a rinnovare, più che a ripetere, quei suoi gesti, quel suo grande dono, quella passione per l'umanità. Cominceremo lavando i piedi, una chiesa del grembiule come diceva don Tonino Bello; non deve essere solo un gesto, ma la scelta di una vita regolata sui dolori e sulle domande degli altri. E qui siamo chiamati in causa tutti: vescovi, preti, genitori, famiglie, giovani e ragazzi.

Ho desiderato moltissimo mangiare con voi questa cena. Gli anni scorsi ci accontentavamo di focacce, di qualche sorso d'acqua sorgiva, poi ci stendevamo sotto gli ulivi, al chiaro di questa luna piena, ad aspettare l'alba per andare al tempio. Quest'anno no. Ho desiderato mangiare questa pasqua con voi, la prossima sarà nel regno dei cieli. Sappiate che vi amo con tutto me stesso, voglio di nuovo dirvi che abbiamo, e che avete, un Padre che stravede per voi, che soffre con me come Abramo quando pensava di sacrificare suo figlio; avrebbe voluto essere lui al posto di quel figlio. Così il Padre soffre con me per voi; solo questo linguaggio voi potete capire.

Quante sofferenze ci sono nella vita dell'umanità. Dio si è immerso in questo male perché ne nascesse un amore pulito, una dedizione senza condizioni, nascesse l'affetto tra marito e moglie, tra papà e mamma, tra uomo e donna, tra figli e genitori, tra giovani e vecchi, tra bianche e neri, tra poveri e ricchi, tra fortunati e scalognati, tra buoni e cattivi, tra pentiti e offesi con la morte dei propri cari.

Sto passando in rassegna la varia umanità che abita nella nostra diocesi, le famiglie provate da dolore e da povertà, il carcere di Paliano, dove scontano la pena coloro che nella vita hanno sbagliato e tanto, l'ospedale dove si guarisce, ma si muore anche per malattie non gravi, le strade su cui si lascia la vita in un attimo tragico e irreversibile. Ricordo qui il dolore lancinante della moglie e dei 3 figli di Giuseppe, stroncato in un incidente martedì notte e che in questa pasqua segue Cristo nel sepolcro. Su tutti invochiamo stasera la presenza straripante di amore di Gesù, la sua tenerezza, il dono del suo corpo e del suo sangue. Su ogni prenestino invochiamo il sangue di Cristo e il dono della sua morte e risurrezione.

Il dolore ci abita, ma assieme vogliamo dare corpo alla speranza, alla solidarietà, sicuri che Dio è sempre e solo Padre.

Ritorneremo a celebrare l'Eucaristia con i nostri ragazzi della prima comunione, la porteremo nelle case dei nostri malati, la accompagneremo in processione al Corpus Domini, ma sarà sempre la grande tenerezza di Gesù nei nostri confronti, il suo patto d'amore intramontabile, la decisione di stare con noi tra una congiura e un tradimento, di dare significato e risposta a tutti i nostri interrogativi, il fascino con cui ci trascina nella sua vita d'amore.

 

+Domenico,vescovo

 

 

Nomina nuovo Assistente ecclesiastico generale dell'Azione Cattolica

Papa Francesco ha nominato oggi S. E. mons. Mansueto Bianchi, finora vescovo di Pistoia, quale Assistente ecclesiastico generale dell'Azione Cattolica Italiana.

 

La nostra Diocesi ringrazia calorosamente il nostro vescovo Mons. Domenico Sigalini per il lavoro svolto finora con generosità e sensibilità e augura al nuovo eletto un fruttuoso ed intenso ministero pastorale.

 

Il messaggio di benvenuto del presidente nazionale dell'AC,Franco Miano

 

Il saluto di mons. Mansueto Bianchi all'Azione Cattolica Italiana

 

 

 

 

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