Giovedi, 02  Aprile  2020  17:43:42


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Una via crucis con le Crocifisse

Si è fatto tanto parlare e ce ne sarà ancora sulle famose quote rosa nella distribuzione dei posti nel parlamento italiano; giusto che non ci siano discriminazioni, tra maschi e femmine. Si è usato il termine genere, perché si fa fatica a dire maschio e femmina; probabilmente presto non potremo più dirlo, per non discriminare altri generi che si impongono ideologicamente fin da bambini, come se fossero una realtà del tutto naturale e progettuale da far crescere e da imporre, non soprattutto da amare e da rispettare, da stimare e da aiutare a inserirsi nella vita quotidiana, senza creare privilegi o costringere tutti a definirsi diversamente.

Io penso che le discriminazioni in questo caso nei parlamentari si cancellano se non ci si mette lancia in resta e se si ragiona su tutti i requisiti che l'incarico parlamentare ritiene assolutamente necessari, per esempio, il merito, la competenza, l'onestà, la vicinanza alla gente, il non ricavare alcun denaro destinato al bene comune per sè.... E se ci sono donne che sopravanzano nel merito, nella competenza, nella onestà tanti maschi, sarebbe un errore fermarsi al 50 %. Non è la matematica, non sono le quote solo che stabiliscono la qualità di un parlamento.
Mentre si fanno battaglie su questo, esiste un continuo stillicidio, di ingiustizie, di morti, di violenza sulle donne che non ha fine. La prostituzione alletta anche ragazzine di 14 anni. La maggioranza delle prostitute sono schiave, non libere. Esistono maschi che non si vergognano di violare la giovinezza, l'incoscienza, la volontà di queste persone. Purtroppo le stesse donne stanno pensando a leggi che fanno della prostituzione un lavoro come un altro, da regolare, su cui cavare tassazioni così necessarie oggi per il PIL e si scannano per le quote rosa.
Questa via Crucis che viene proposta con un titolo così tragico è una finestra di speranza che si apre su questo dolore immane cui ci siamo troppo abituati. E' la Comunità papa Giovanni XXIII che fa da catalizzatore di tanti nostri desideri di aiutare queste vittime, assisterle, convincerle, se ce ne fosse bisogno, di lottare per la propria dignità umana. Una via crucis ci mette tutti in discussione, fa fare a tutti un passo indietro, ci affida alla grande bontà di Dio, ma ci dà anche la forza di sperare in una risurrezione, in una sconfitta delle "mafie albanesi, russe, nigeriane e rumene con la connivenza di quelle italiane che si spartiscono il bottino ricavato sulla pelle di queste povere ragazze... Molti ancora si ostinano a considerarle prostitute per libera scelta" Così si esprime la comunità papa Giovanni nel volantino di invito alla partecipazione. Non possiamo non ricordare la dolce figura di don Benzi, che ha lottato personalmente per riscattarne tante ragazze da questa schiavitù. Papa Francesco ha detto ultimamente: "Mi ha sempre addolorato la situazione di coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta di persone. Vorrei che si ascoltasse il grido di Dio: "Dov'è tuo fratello? Dov'è il tuo fratello schiavo? Dov'è quello che stai uccidendo ogni giorno nella piccola fabbrica clandestina, nella rete della prostituzione, nei bambini che utilizzi per l'accattonaggio, in quello che deve lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato? Non facciamo finta di niente. Ci sono molte complicità. La domanda è per tutti! Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante e molti hanno le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta".
Celebrare una via crucis ci aiuta a stare sul Calvario di queste persone, ci aiuta a purificare la nostra coscienza perché ci assumiamo le nostre responsabilità, anche solo di disinteresse per il problema. Sappiamo come tante di queste ragazze sono ingannate, subiscono ricatti, vengono tenute in schiavitù, sono ricattate, vengono uccisi i loro famigliari in patria se sgarrano o fuggono; fanno il cammino della croce e noi vogliamo capire, denunciare, aiutare, metterci in questa via crucis, facendo la nostra parte di Cireneo, o di Veronica, per asciugare tante lacrime, o di accoglienza e liberazione. Don Benzi le presentava sempre quando andava in discoteca; faceva vedere a tutti i giovani come si può diventare barbari ancora oggi e come invece si può sperare in una riabilitazione e in una dignità. Sapeva essere delicato, non gli interessavano le notizie o le riprese, ma la vita e la situazione delicatissima delle loro vite e delle vite dei loro familiari. Noi facciamo la via della croce venerdì 21 marzo a Roma; per noi Gesù Cristo sotto il peso della croce sono queste donne.

 

+ Domenico,vescovo

 

 

Maggiori informazioni sul sito www.donnecrocifisse.it

 

 

 

 

Sperare comunque

Educare alla speranza in un tempo di precarietà.
Le giovani generazioni nella ricerca di lavoro e nel progettare la loro famiglia.
Questo è il titolo di un lavoro capillare che verrà affrontato in tutte le comunità cristiane, sotto la guida e l'esempio dei membri delle tre commissioni: Famiglia e giovani,Pastorale sociale, Laicato. Si tratta di costruire un laboratorio di condivisione di segni di speranza. Le linee guida di una preparazione della comunità cristiana sono: il prioritario ascolto della realtà giovanile, privilegiando le provocazioni delle periferie esistenziali; la costruzione di un laboratorio, dove tutti sono costruttori di pensiero e di segni di speranza, con un taglio particolare che ci qualifica, per la fede che condividiamo con il lavoro che è l'ascolto attivo di una chiamata (vocazione) e la famiglia come risposta alla chiamata di Dio all'amore; un laboratorio con uno scopo specifico che riguarda la proposta di segni concreti di speranza in questa precarietà di lavoro e di progetto di famiglia; un lavoro che darà meno attenzione all'analisi del problema, alle ricerche sociologiche sulla precarietà o alle proposte astratte di punti di vista anche teologici. Saranno invece determinanti gli atteggiamenti di fede e di speranza, che ci vengono dalla comunità cristiana e dalle periferie esistenziali. Il tema sarà trattato nell'ottica di una coscienza vocazionale e nel quadro degli orientamenti pastorali sull'educazione. Potrà anche configurarsi come contributo verso il Convegno ecclesiale nazionale di Firenze (novembre 2015). Le nostre comunità chiedono come accompagnare i ragazzi e le ragazze in questa fase difficile perché la precarietà lavorativa diffusa non diventi anche precarietà della vita e della fede. La precarietà non è solo oggetto di analisi, ma soggetto, cioè ci chiama a capire da un ascolto attento la problematica della povertà, tocca diversi nodi esistenziali e culturali, non è legato solo alle prospettive lavorative. Dobbiamo evangelizzare la vita,continuare a rendere possibile la progettazione di famiglie cristiane,educare a un lavoro dignitoso, a una scuola virtuosa e testimoniare la speranza, la gioia dell'essere cristiani. La riflessione è in continuità con tutto quanto è emerso dalla settimana sociale di settembre 2013 e fa tesoro del «Progetto Policoro», che offre un metodo importante, ma non può essere l'unica soluzione. È valorizzare l'ambito della scuola, che è fondamentale nell'accompagnamento dei giovani. Soggetti di questo laboratorio sono le parrocchie, le associazioni e i movimenti, aiutati dai tre uffici che traducono le indicazioni delle commissioni di cui sopra e fa tesoro di quanto è già stato elaborato e che deve essere rielaborato alla luce delle periferie esistenziali della precarietà giovanile. La prospettiva è quella della pastorale integrata. Mettere al centro progetto di famiglia e giovani deve mantenere una sua peculiarità. Il convegno è un laboratorio e condivisione di talenti, di segni di speranza. Se la finalità principale è la prossimità ai giovani, occorre condividere i segni di speranza reali presenti sul territorio. Ce ne sono molti. Questo ci obbliga ad un atteggiamento nuovo, evitando il già detto. È un nuovo modo di essere Chiesa. Da questo ascolto e discernimento dei segni di speranza potranno nascere dei progetti da condividere e magari qualcuno di questi potrebbe essere accompagnato anche da noi.

 

 

+ Domenico Sigalini
vescovo

Lazio sette

 

 

Giovani e famiglia un nodo fondamentale.

Al centro va messa la persona, amata e portatrice di speranza.

Se i giovani non hanno possibilità di lavorare, compiamo una grande ingiustizia nei loro confronti e se non riescono a immaginare che fare famiglia, dare vita, amare per sempre, totalmente un'altra persona, sia una meta importante del loro essere uomini e donne, vengono privati di diritti inalienabili e necessari alla loro felicità e realizzazione umana. Su queste riflessioni la chiesa italiana sta impostando un convegno che possiamo chiamare laboratorio per distinguerlo da incontri fatti di chiacchiere che lasciano il tempo che trovano e che vuol mettere in comune segni di speranza.

Al centro va messa la persona:applichiamo questa prospettiva al nostro laboratorio, parlando anche di vocazione al lavoro che interpella la Chiesa, così come la famiglia. Riferendoci alle periferie esistenziali della precarietà, che sottendono situazioni molto concrete, non dobbiamo considerarle moralisticamente, ma soprattutto come soglie per la fede, in cui fa breccia l'annuncio: «Sei amato, coltiva la speranza e non perderla mai». È questo che ricorda sempre papa Francesco. La cultura del lavoro va fondata sulla persona, di cui spesso parla il Papa. Essa porta a impostare il laboratorio nazionale sull'annuncio più che sulla rassegna sociologica dei problemi privilegiando l'accompagnamento di segni già in atto. In questo contesto, possiamo valorizzare il mondo della formazione professionale, che presenta numerosi valori: è legata alla cultura del lavoro, si rivolge alle fasce marginali, enfatizza il sapere legato al fare, mentre la scuola superiore offre solo una formazione intellettualistica.Il compito lo deve assumere il laicato in quanto tale. Si dice spesso che dobbiamo formare il laicato, ma non possiamo identificare il laicato maturo solo con quello che presta dei servizi nella parrocchia o nell'organizzazione diocesana. Va recuperato che è proprio dei laici animare le realtà temporali. Fra queste ci sono proprio la famiglia e il lavoro. È un'urgenza dunque riproporre il lavoro e la famiglia come via alla santità. Spesso, invece, il centro attorno a quale ruota il lavoro è l'idolo del guadagno, come ha ricordato il Papa nella visita a Cagliari. Ci diamo un semplice metodo, a partire anche dal lavoro preparatorio.

Si possono evidenziare quattro momenti:

Uscire è cambiare il punto di vista ascoltando le periferie umane, materiali e spirituali per favorire un lavoro concreto di scambio delle situazioni di precarietà e offerta di segni di speranza.
Annunciare è la profezia della Chiesa, ridire la vocazione al lavoro, la bellezza della famiglia, la speranza di andare oltre la precarietà ecc., annunciare la stessa fede in Gesù come motivante per chi crede.
Denunciare è prendere posizione di fronte a ingiustizie palesi, a inganni perpetrati nei confronti dei giovani lavoratori di fronte al fallimento di molta preparazione scolastica.
Dobbiamo farlo, anche se ci chiederanno conto di quanto sappiamo andare oltre la precarietà negli ambienti di persone che hanno incarichi nella chiesa, nelle curie, ecc.

Rinunciare, ossia porre segni di testimonianza.
Perché alcune categorie di persone (cfr. anche i preti...) non potrebbero mettere a disposizione una parte del loro stipendio garantito? Segni di testimonianza li mette a disposizione anche la nostra diocesi in collaborazione con la BCC di Bellegra con l'aiuto effettivo a giovani che vogliono fare impresa.

 

+ Domenico Sigalini

vescovo

Lazio sette

 

 

 

 

Precarietà e speranza Incertezze di oggi

Si può ancora trovare un lavoro e progettare di metter su famiglia?

L'emergenza della precarietà giovanile ci sta travolgendo. Si ha l'impressione che tutto, intorno a noi, sicurezze e protezioni sociali, garanzie e prospettive crollino come un castello di sabbia travolto dalla furia degli elementi. È questo un terremoto che rischia di porre in crisi anche la solidità della nostra stessa fede.
Diventa allora sempre più necessario educare alla speranza in un tempo di precarietà... Cioè ridire che anche oggi c'è una roccia sulla quale non vacilliamo e possiamo aprirci alla speranza che non delude, quella fondata sulla fede che ci permette di fare casa, di trovare e creare lavoro. In una parola di aprirci al futuro con speranza.
Facciamo però un percorso che ci scomoda. Non partiamo dal nostro incontro attorno a un tavolo, o guardando un documentario TV, ma usciamo verso la gente e tra di essa prendiamo i più problematici, per farci carico delle loro domande e per farci provocare.
Uscire nelle periferie esistenziali: è il metodo che ci indica decisamente e non una volta sola, papa Francesco. Il suo pensiero è questo. Non stiamo ad aspettare le persone nelle comodità dei nostri punti di vista, dei nostri assiomi, delle nostre sicurezze. Usciamo invece incontro a quelli più fragili di tutti, a quelli più sfortunati, a quelli che non riescono a vivere più di ideali, di prospettive, di futuro. Vediamo di condividere pensieri, ricerche, fatiche, speranze tra i più poveri rispetto a questa precarietà nel lavoro e nella costruzione della propria famiglia. Proviamo a titolo di esempio a fotografare qualche periferia, ben consapevoli che ogni parrocchia o diocesi o regione ha periferie molto più concrete e evidenti e che deve cercare, accostare, ascoltare e coinvolgere. Ricerca di lavoro dei giovani senza titolo di studio. I giovani con titolo di studio o che provengono da studi astratti, quindi la scuola che non li prepara. Precarietà conclamata da anni di lavoro saltuario. I giovani svantaggiati da una detenzione in prigione. Le ragazze madri. I giovani immigrati. I giovani conviventi. I giovani di problematico orientamento sessuale. I giovani che hanno avuto esperienze deleterie sia di lavoro che di vita affettiva. Famiglie giovani già fallite. I giovani del bar più frequentato; gli sfegatati di una squadra. Cercare segni di speranza presenti in queste periferie o sperimentarne di concreti. Non ci interessa fare una ricerca sociologica, che pure non guasta mai, ma che devono fare altri. Ci interessa non solo leggere l'ultima ricerca, ma condividere con i giovani la fatica della ricerca, un posto di lavoro appena soffiato dalla mia famiglia. Qui non c'è da fotografare o farci raccontare tutte le nostre delusioni: c'è da aprire gli occhi su un bene che cammina, su soluzioni e desideri che si possono realizzare, su esempi virtuosi che fanno sperare concretamente in una guarigione, che sono tutte le iniziative che la diocesi ha per dare lavoro e speranza ai giovani. Il Progetto Policoro è una di queste. La Caritas, la Pastorale giovanile con la Pastorale sociale e del lavoro sostengono questo progetto che vede i suoi primi inizi negli accordi tra le diocesi e le banche che si impegnano in azioni concrete di sostegno al mondo dell'impresa giovanile che va incoraggiata, guidata e sostenuta per un protagonismo reale dei nostri giovani, delle loro competenze e del loro entusiasmo.


+Domenico Sigalini
Vescovo
Lazio Sette

 

 

Relazione Vescovo Sigalini - Assemblea dell'Azione Cattolica di Palestrina

Per una AC che si fa gioia, missione, azione e fiducia in Dio

 

Sono le quattro parole con cui posso riassumere la bellissima esortazione apostolica di papa Francesco: "la gioia del Vangelo".

 

Per noi la chiesa, la fede, la vita cristiana è gioia.


Nel mio stemma episcopale ho voluto caparbiamente scrivere: "collaboratori della vostra gioia", frase biblica in un contesto che la contrappone a "padroni della vostra fede". Non volevo mettere in risalto qualche tratto, ahimè non costante, del mio carattere, ironico e allegro, ma la bellezza e il gusto che assieme possiamo trovare nel vangelo e donarlo a tutti i cristiani e i non cristiani. C'è una gioia che ci viene dal vangelo, che è il vangelo, che è la nostra vita cristiana di cui dobbiamo essere contenti e comunicarne la nostra felicità agli altri. Siamo cristiani senza faccia da funerale, come dice papa Francesco, io dico spesso senza faccia da bulldog, ma con il sorriso della interiorità affidata alla morte e risurrezione di Gesù. Non è una gioia vacua, una maschera, una finta, una forma, ma è la consapevolezza che la nostra vita, che pure passa dalla croce, che è segnata da peccato, che deve sempre fare un salto di qualità, è entusiasmante perché siamo figli di Dio, siamo fratelli di Gesù, siamo discendenti degli apostoli, siamo stati lavati dai nostri innumerevoli peccati da Sant'Agapito, il giovane martire che ha dato alla nostra fede una impronta indelebile, ma che in questi tempi si sta enormemente annacquando. Provate a vedere come ne celebriamo la memoria dal punto di vista della fede. Le nostre comunità cristiane non esprimono questa gioia, questa serenità, questo sentimento, ma soprattutto molta sopportazione, molto perbenismo e tanto adattamento.
L'AC deve fare a questo riguardo un salto di qualità, una precisa scelta, che diventa anche comunicazione vera, compagnia dei cristiani che come noi partecipano alla vita di fede. Non possiamo comunicare la fede se non viviamo la gioia di essere cristiani. La gioia è per natura sua diffusiva, contagiosa e non la si può tenere per sé, altrimenti finisce di cambiarsi in noia e non essere più la gioia del Vangelo.
"L'invito più contagioso è quello del profeta Sofonia, che ci mostra lo stesso Dio come un centro luminoso di festa e di gioia che vuole comunicare al suo popolo questo grido salvifico. Mi riempie di vita rileggere questo testo: « Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia » (Sof 3,17). È la gioia che si vive tra le piccole cose della vita quotidiana, come risposta all'invito affettuoso di Dio nostro Padre: « Figlio, per quanto ti è possibile, tràttati bene ... Non privarti di un giorno felice » (Sir 14,11.14). Quanta tenerezza paterna si intuisce dietro queste parole! (EG5)


Per noi la chiesa è missione


Sono finiti i tempi del far coincidere la chiesa con il nostro giro, il nostro gruppo, la nostra più o meno forte appartenenza a una parrocchia, al nostro tessuto di famiglie, magari di parentele, che si passano tutti gli incarichi possibili e che determinano la vita della chiesa come fosse una proprietà, un posto, un diritto, una tradizione immutabile.
Papa Francesco ce ne ha dato innumerevoli volte un'altra immagine con il suo verbo "uscire" ripetuto all'infinito, scritto in ogni omelia, ritmato su ogni fronte, offerto a ogni aggregazione di cristiani. Vi ricordo il messaggio molto duro dato ai vescovi, ai preti e ai seminaristi a Rio De Janeiro: "Non possiamo restare chiusi nella parrocchia, nelle nostre comunità, nella nostra istituzione parrocchiale o nella nostra istituzione diocesana, quando tante persone sono in attesa del Vangelo! Uscire inviati. Non è semplicemente aprire la porta perché vengano, per accogliere, ma è uscire dalla porta per cercare e incontrare! Spingiamo i giovani affinché escano. Certo che faranno stupidaggini. Non abbiamo paura! Gli Apostoli le hanno fatte prima di noi. Spingiamoli ad uscire. Pensiamo con decisione alla pastorale partendo dalla periferia, partendo da coloro che sono più lontani, da coloro che di solito non frequentano la parrocchia. Loro sono gli invitati VIP. Andare a cercarli nei crocevia delle strade".
L'AC non può consistere in riunioni di gruppo chiuse e autosufficienti in se stesse. Nel suo metodo formativo deve cambiare strategia, modello, forma: probabilmente è una formazione sul campo, fuori dal recinto, a contatto con la realtà, provocato dal bisogno impellente di Dio e di Gesù che c'è tra la gente, se siamo capaci di leggerlo e di intuirlo. Per leggerlo e intuirlo, se ai preti papa Francesco dice che occorre avere l'odore delle pecore, ai laici, ai giovani studenti sicuramente dirà che occorre avere la pazienza e la fatica dello studio, la polvere del cantiere, l'asfissia dell'ufficio; ai genitori la pazienza della famiglia, la ricostruzione dell'amore quotidiano tra di loro e le frustrazioni nel dialogo con i figli; ai nonni, la saggezza dell'aiutare senza aspettarsi ringraziamenti, anzi molta sopportazione e abbandono; ai bambini la gioia di un gioco con tutti, senza mania di vincere e di imporsi... La formazione degli stessi giovani non era così anche solo 50 anni fa. I giovani giravano tra parrocchie senza sentirsi esclusi, ma condividendo la vita di ogni parrocchia. Oggi con le famose relazioni all'interno del gruppo ci si chiude sempre in difesa e non si percepisce di far parte della stessa chiesa perché molti gruppi sono fatti a immagine del prete o del catechista, sia perché prevalgono le psicologie di gruppo sia perché non abbiamo l'umiltà di metterci assieme.
"Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l'evangelizzazione del mondo attuale, più che per l'autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di "uscita" e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia. Come diceva Giovanni Paolo II ai Vescovi dell'Oceania, « ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie d'introversione ecclesiale ».[25] (EG 27).


Un altro testo ci dice che la missione è partire dai poveri


"Nessuno dovrebbe dire che si mantiene lontano dai poveri perché le sue scelte di vita comportano di prestare più attenzione ad altre incombenze. Questa è una scusa frequente negli ambienti accademici, imprenditoriali o professionali, e persino ecclesiali. Sebbene si possa dire in generale che la vocazione e la missione propria dei fedeli laici è la trasformazione delle varie realtà terrene affinché ogni attività umana sia trasformata dal Vangelo,[171] nessuno può sentirsi esonerato dalla preoccupazione per i poveri e per la giustizia sociale: « La conversione spirituale, l'intensità dell'amore a Dio e al prossimo, lo zelo per la giustizia e la pace, il significato evangelico dei poveri e della povertà sono richiesti a tutti ».[172] Temo che anche queste parole siano solamente oggetto di qualche commento senza una vera incidenza pratica. Nonostante ciò, confido nell'apertura e nelle buone disposizioni dei cristiani, e vi chiedo di cercare comunitariamente nuove strade per accogliere questa rinnovata proposta. (EG 201).


Per noi la chiesa è azione


E' finito il tempo delle elucubrazioni, delle dimostrazioni affannose dell'esistenza di Dio, dei discorsi infiniti senza arrivare a nessuna conclusione, degli incontri in cui si parla sempre e solo del sesso degli angeli, del linguaggio ecclesialese, che fa la sponda ai discorsi politici. Papa Francesco è concreto, ti fa capire subito che cosa intende e soprattutto affianca sempre alle parole gesti concreti, fatti, azioni, coerenza massima. Se dice povertà, si tiene le scarpe di 10 anni, vende tutte le automobili di lusso del vaticano, vive in due stanze come ogni famiglia, sa stabilire relazioni vere con tutti. Non ha paura di perdere tempo nelle relazioni personali. Se dice ecumenismo, scrive a ebrei, telefona a ortodossi, invita atei; se dice preghiera, la vive, la propone, mette milioni di persone in preghiera, osa sfidare con essa tutti i poteri anche minacciosi (cfr la guerra contro la Siria); se dice dottrina della fede, la vive tutta, non si adatta alle mode, va controcorrente.
L'Azione Cattolica qui è chiamata a scoprire la sua identità; quante volte abbiamo posto l'attenzione sulla parola "azione" e l'abbiamo ridotta a parole e parole. E' sempre stata azione l'AC, non vita di gruppo chiuso, pauroso di avere interventi esterni, che si conclude nel parlare, parlare e non far mai niente. Significa allora che ogni riunione se non progetta e esegue azione non è azione cattolica; un giovane non fa azione cattolica se va alla riunione di gruppo soltanto, ma se ad esso collega carità concreta, servizio, annuncio, compagnia, solidarietà, impegno... Ricordate il beato PierGiorgio Frassati che faceva parte anche della san Vincenzo per farsi aiutare a vivere con i poveri, a soccorrerli. Un adulto non esaurisce il suo essere Azione Cattolica con la riunione, ma se è solidale con i problemi della altre famiglie, se sa allargare la sua ospitalità, se prende un impegno nelle istituzioni...; un bambino o un ragazzo fa bene l'ACR non se si diverte a fare gruppo soltanto, ma se sa stare in maniera diversa con gli amici, se è servizievole in casa, se sa far tacere le liti, se porta amici a Gesù...
Il papa a questo riguardo ha un bel principio: La realtà è più importante dell'idea
"Esiste anche una tensione bipolare tra l'idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l'idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l'idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell'immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all'idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza. (EG 231)

 

Per noi la chiesa è abbandono fiducioso in Dio.


E' finito il tempo di fare i farisei, di crederci bravi, di tenere i primi posti nella chiesa o nella società, di sentirci più buoni degli altri, di dire di poter guardare Dio negli occhi, di essere parenti di Gesù.. Ringraziamo Dio di essere stati educati alla vita cristiana, di essere credenti, di essere battezzati, ma nessuno di noi si deve sentire giusto di fronte a Dio. Se poi abbiamo anche qualche peccato sulla coscienza o qualche scheletro nell'armadio, non ci passiamo sopra, non ci scoraggiamo, ma ci affidiamo alla bontà di Dio ogni giorno; non ci sentiamo mai arrivati, ma sempre in cammino verso la vita beata di Dio. Sperimentiamo ostacoli, cadute, tradimenti, ma sappiamo che Dio ci attende col perdono. E per noi il perdono non è un sentimento vago, ma è la pratica del sacramento della riconciliazione, è avere una regola per distribuirlo con metodo nella nostra vita non solo occasionalmente o alla necessità. La sua misericordia è parte importante e primaria nel nostro annuncio della bontà di Dio, della bellezza della vita cristiana e è fonte della nostra gioia della gioia del vangelo.
L'Azione Cattolica deve assolutamente superare questa tentazione di essere i migliori, di essere a posto, di non mettere mai in discussione al nostra adesione alla fede. Dobbiamo ogni volta rigenerare la nostra fede e il nostro stile di associazione che è di essere un luogo importante come dice papa Francesco, come uno dei "luoghi in cui rigenerare la propria fede in Gesù crocifisso e risorto, in cui condividere le proprie domande più profonde e le preoccupazioni del quotidiano, in cui discernere in profondità con criteri evangelici sulla propria esistenza ed esperienza, al fine di orientare al bene e al bello le proprie scelte individuali e sociali ».[62], consapevoli che è esercizio sincero di ricupero del nostro essere soltanto servi, ma versi servi del vangelo. Qui si inscrive non solo la pratica sacramentale, ma tutta la vita di preghiera. L'AC deve tornare a pregare di più, ad affidare a Dio maggiormente nella preghiera le nostre vite e il nostro apostolato. Non si può ridurre la pregheira a un momento breve prima delle riunioni.


"Non ci viene chiesto di essere immacolati, ma piuttosto che siamo sempre in crescita, che viviamo il desiderio profondo di progredire nella via del Vangelo, e non ci lasciamo cadere le braccia. La cosa indispensabile è che il predicatore abbia la certezza che Dio lo ama, che Gesù Cristo lo ha salvato, che il suo amore ha sempre l'ultima parola. Davanti a tanta bellezza, tante volte sentirà che la sua vita non le dà gloria pienamente e desidererà sinceramente rispondere meglio ad un amore così grande. Ma se non si sofferma ad ascoltare la Parola con sincera apertura, se non lascia che tocchi la sua vita, che lo metta in discussione, che lo esorti, che lo smuova, se non dedica un tempo per pregare con la Parola, allora sì sarà un falso profeta, un truffatore o un vuoto ciarlatano. In ogni caso, a partire dal riconoscimento della sua povertà e con il desiderio di impegnarsi maggiormente, potrà sempre donare Gesù Cristo, dicendo come Pietro: « Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do » (At 3,6). Il Signore vuole utilizzarci come esseri vivi, liberi e creativi, che si lasciano penetrare dalla sua Parola prima di trasmetterla; il suo messaggio deve passare realmente attraverso il predicatore, ma non solo attraverso la ragione, ma prendendo possesso di tutto il suo essere. Lo Spirito Santo, che ha ispirato la Parola, è Colui che « oggi come agli inizi della Chiesa, opera in ogni evangelizzatore che si lasci possedere e condurre da lui, che gli suggerisce le parole che da solo non saprebbe trovare ».[119] ( EG 151)


Ne derivano alcuni atteggiamenti inoltre che collocano l'Azione Cattolica nella chiesa, nella società e nella nostra realtà territoriale:

 

1. Un atteggiamento di base dell'associazione è l'ascolto attento e obbediente del papa,
senza condizioni, in piedi, cioè capaci di fare una valutazione consapevole, motivata, ma obbediente e operante. Le motivazioni vanno legate non alla moda, non alla mentalità comune, non allo sfascio generale in cui anche nella chiesa si accostano temi di fede, non ai giornali laicisti e legati a lobby interessate a indebolire o ad annientare la vita cristiana, ma alla fiducia massima nel piano che Dio ha sulla vita umana e sulla chiesa che lo serve.
La figura di papa Francesco che per ora sembra avere grande audience dappertutto, ma segnali di attacco calcolati, precisi, per indebolirne l'immagine, per ricacciarlo nella poltiglia di una chiesa incapace di riformarsi, già ci sono. L'intervento dell'ONU fatto da una sede, Ginevra, che è il tempio del capitale e delle multinazionali non poteva essere meglio calcolato, ma sufficientemente smascherabile. E' a mio avviso un intervento ignobile e sfruttatore che usa lo stesso dolore delle vittime della pedofilia, di cui molti ecclesiastici hanno colpa grave e di cui sempre dobbiamo essere coscienti e farcene carico, per appoggiare e far apparire risposta e soluzione la propria ideologia, mascherando interessi bassi e lobbistici: l'aborto, la teoria del genere, la omosessualità. Le prese di posizione europee di questi ultimi giorni, sotto il mantello ipocrita dell'omofobia, sono allineate con cronometria perfetta a queste lobby, che essi stessi dichiarano, e che vogliono imporre a tutti lo stesso pensiero. Non è tempo di fare troppi distinguo se non in un contesto di formazione e di educazione.

 

2. Un altro atteggiamento oso chiedere all'Azione Cattolica diocesana: è quello della massima collaborazione e corresponsabilità con la pastorale diocesana e con la figura del vescovo.
Critiche vanno fatte, spazi di confronto pure, con molta serietà e con molto amore. Gli uffici pastorali che sono diretti da presbiteri, ma almeno tre sono affidati a laici, spesso agiscono senza chiedere corresponsabilità, anche se da un po' sto insistendo su di essa. L'Azione Cattolica fa di tutto per collaborare, stimare il loro lavoro e soprattutto partecipare ai livelli giusti quando ci sono iniziative diocesane. In Luglio faremo la programmazione e nessuna vostra attività dovrà sovrapporsi a quelle diocesane, ma dovete inserirvi per renderle sempre più gioia, missione, azione e fiducia. Le critiche costruttive fatte nei luoghi adatti e non nei bar o in piazza non hanno niente a che fare con le chiacchiere che spesso pure il papa stigmatizza, soprattutto nel nostro mondo e, aggiungo io, nella nostra cultura prenestina, che rasenta la calunnia e l'insubordinazione. Tutti possono dire di tutto e tutti si fanno la chiesa che si pensano. Questa non è la chiesa per cui è morto e risuscitato Gesù, ma una deformazione deleteria, che non punta sul vangelo e, se crea divisione, è anche opera del diavolo, il divisore per eccellenza.

 

3. Una terza attenzione è alla storia bella dell'Azione Cattolica della diocesi di Palestrina negli anni passati, cioè andare alla riscoperta delle vostre radici e delle figure di santi che Dio vi ha regalato.
A San Vito Romano il 5 marzo celebrerò con la gente il trentesimo della morte di una signorina o meglio della "signorina" come era chiamata familiarmente a San Vito: Anna Nini. Viene pubblicato un testo per l'occasione che ha molti elementi che descrivono l'Azione Cattolica del secolo scorso. A San Vito l'AC è iniziata il 30 settembre del 1934, quindi siamo quest'anno all'ottantesimo e andrà celebrato con molta gioia, studio e partecipazione. Dalle lettere e dalle testimonianze emerge la statura di una grande donna e, io oso dire, di una santa donna, che ha fatto del bene grandissimo a San Vito. Potrebbe essere anche studiata per una causa di beatificazione da mettere in piedi subito, intanto che esistono ancora tanti testimoni, per esempio tre preti della sua covata, passi il termine, che ne contava almeno una quindicina, andati poi ad annunciare il vangelo in tutto il mondo. I tre preti sono don Vito Cinti (1928), don Remo Ronci (1928), e don Vito Mastrantonio, padre passionista.
Anna Nini fu donna intelligente, attiva, generosa, disposta a fare passi indietro per il bene di tutti, audace, con una fede incrollabile, non bacchettona o ferma alle beghe di sacrestia, affidata sempre a Dio e sempre attiva per gli altri. Visse in periodi difficili, situazioni dolorosissime come quelle delle guerre, delle ricostruzioni, fino a lambire la barbarie dei nostri tempi che hanno tralignato, rispetto a quelli, quasi in tutti i campi: religioso, politico, sociale, umano. Non sono stati tempi del tutto puliti nemmeno quelli, ma persone come Anna Nini non solo sono passate indenni tra tante tentazioni di adattamento, di scoraggiamento, di menefreghismo, di individualismo, ma hanno saputo mettere a disposizione la loro convinzione religiosa, onestà umana, coscienza civile disinteressata, le loro stesse vite, per il bene di tutti, del paese e della sua cultura, del convivere pacificamente anche in tempi di grandi contrapposizioni, dell'aiutarsi a vicenda senza distinzione di fede, di religione, di credo politico.

 

Anna Nini emerge titanica nella sua semplicità in tutte queste virtù. Commovente la sua opera nell'aiutare tanti ragazzi a rispondere generosamente alla vocazione al sacerdozio. Da San Vito sono partiti ad annunciare Cristo in tutto il mondo, alcuni sono pure diventati vescovi, superiori religiosi, hanno cioè potuto imitare Anna Nini nel suo lavoro di talent scout, di individuazione ed educazione di altre persone a una fede generosa.
Mi sono sempre domandato come mai il paese di San Vito dal punto di vista della vita religiosa è così differente dagli altri paesi prenestini. Guardando alla vita di questa santa donna, al parroco suo zio don Guarino, alle figure di altri laici e preti mi spiego un po' di più perché a San Vito ancora resistono alcuni elementi profondi di fede, di voglia di comunità, di nostalgia di un passato glorioso da non dimenticare e quindi di orgoglio delle proprie radici. Era sede del governo della Comarca di Roma e ha avuto persone di grande levatura come Anna Nini, che già in quegli anni sapevano spaziare per l'Europa e non solo per l'Italia.
Mi piace sottolineare un pensiero dell'autore del testo che ci può far riflettere ancora di più sulle vicende del nostro tempo e sulle figure di laici cristiani che servono: " Ciò che abbiamo osservato in questa vicenda (interessante vedere nel testo quale) è il paradigma di quanto accade nel mondo dell'assistenza pubblica e dei servizi in genere: l'arretramento delle motivazioni ideali e l'affermarsi di un presunto efficientismo professionale. I risultati di questa visione li sperimentiamo tutti, ogni giorno! Per Anna i due approcci non possono essere separati: la spinta ideale e l'efficienza sono due facce della stessa medaglia, ne ha dato dimostrazione in questa vicenda, come nella scuola e in ogni altro ambito in cui si è trovata ad agire", aggiungo io, anche nella vita di fede.
Il laicato anche oggi è sfidato a fare queste sintesi nuove, ma profonde nella propria vita professionale e nella propria vita di fede, di relazioni improntate ad essa, di vita cristiana vera, insomma.
Avete responsabilità e spinte impareggiabili e dovete ridare fiato in tutte le parrocchie perché si imposti una scuola di santità così. Non stiamo facendo beghe se è meglio essere neocatecumenali, Innamorati di Gesù e della Madonna o Rinnovamento dello Spirito o scout. Dovete diventare di più quello che siete chiamati ad essere per la chiesa e per la società.

 

 9 febbraio 2014

                                                                                                                                                                                                          + Domenico Sigalini

 

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