Ritiro operatori pastorali 2017

Ritiro-operatori-pastorali-2017La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31) per una Quaresima aperta all’altro e di risveglio della vita e della fede.

 

 

Premessa

Mettiamoci di fronte alla costante che ci deve accompagnare durante l’esperienza quaresimale: 

La passione e morte di Gesù: tempo del dolore e della tentazione, della fedeltà oltre ogni ragione plausibile, causa e forza del nostro risveglio.

 

Nella vita c'è spesso il tempo della prova, del dolore. I credenti sanno che occorre sempre ricominciate da capo, non darsi per scontati, resistere alle difficoltà della vita, di una convivenza, dove ciascuno ha la sua vita indipendente dalle altre, di una comunità che si è scelta, a cui si è stati chiamati.

La chiesa, nelle sue infedeltà, ha sempre potuto contare sul patto stabilito anche in forma unilaterale, sulla indefettibile paternità di Dio.

 

  1. 1. Gesù ci offre la prova suprema dell’amore per noi: la morte in croce

Non possiamo non riandare a quell’ultima cena, fatta con i suoi apostoli, in quella stanza al piano superiore che poi abbiamo chiamato cenacolo. “Stanno avvenendo cose grandi per me, difficili e decisive. C’è qualcosa di definitivo, sulla mia vita incombe una svolta conclusiva. Potreste pensare che stia terminando la mia libertà, il mio amore per voi, che la realtà sia più grande di me, che gli avvenimenti siano un caso del destino cieco e assurdo, che la cattiveria umana mi abbia teso un tranello a mia insaputa. Mi sento come il figlio Isacco che va al monte Moria con il Padre, ma non sono ignaro di quello che mi sta capitando, mi sono già fatto tante volte nella vita le sue domande ingenue; padre, qui c’è il fuoco, qui c’è l’altare, qui c’è la legna, ma la vittima dove è? Non mi sento vittima forzata, mi sento offerta donata. Per questa cena mi voglio proprio rovinare! e tu Giuda dà fondo alla cassa; mi hai seguito per cambiare questo mondo? Ebbene stanotte il mondo cambierà veramente. Ma cambierà non nel verso che intendi tu. C’è qualcosa di più grande che sto tentando di farvi capire. Dio, mio Padre, si rivolge perfino contro se stesso (cfr Deus caritas est 12) per salvarci. Non mi trovare la scusa dei poveri per non fare questo salto di qualità. 

E Giuda a mala pena scuce i soldi. A quella cena lui partecipa, ma il suo cuore è già lontano. A quella domanda impellente, bruciante, decisiva: Volete andarvene anche voi? Non ha risposto con l’ingenuità di Pietro: che stai a dire? Pensi che abbiamo altri posti in cui andare, che ci sia qualcun altro che ci offre vita piena come stai facendo tu? Se ne era già andato, il suo cuore era già altrove.

La domanda più vera che un giovane si può fare è: quanto Gesù mi ama?

Ebbene, la morte di Cristo risponde alla grande a questa domanda. Dice S. Paolo: “A stento si trova chi è disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi “Anche Dio Padre è implicato in questo dolore. La croce non è un peso che impone al Figlio. E’ un dolore che assume innanzitutto in se stesso, nel suo cuore paterno

 

 

  1. 2. La croce di Cristo ha due lati: da un lato dice l’odio del mondo contro Gesù; dall’altro dice l’amore di Gesù per il mondo. 

Da una parte il Crocifisso è  vittima della crudeltà più cieca e brutale; dall’altra è protagonista della donazione più generosa e coraggiosa. A una violenza totalmente ingiustificata, Gesù ha reagito con una dedizione totalmente incondizionata. “Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Gv 2,2). Ma, si badi bene: Gesù è protagonista d’amore, senza mai fare del protagonismo; è vittima di espiazione senza mai cadere nel vittimismo. Leggiamo nella Prima lettera di Pietro: “Cristo soffrì per voi, lasciandovi un esempio, così da seguirne le orme: egli non commise peccato né fu trovato inganno nella sua bocca; insultato, non restituiva l’insulto; soffrendo, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia” (2,21-23). 

La morte di Gesù insegna agli uomini che l’amore vero è quello che accetta di portare il peso della colpa altrui. La croce è il prezzo della fedeltà all’amore di Dio e alla sua misericordia per tutti i peccatori. Rifiutato da noi, egli muore per noi: si è comportato con noi come il parente prossimo (ebr. go’el) che si prende personalmente a carico la sorte del fratello. La croce non è un incidente di percorso sulla strada di Gesù; non è un disguido, prontamente riparato dalla risurrezione; non è la sconfitta dell’amore, ma il suo trionfo. 

Per questo la croce è la più grande, lieta notizia. E la notizia è questa: Cristo ha vinto la violenza, non reagendo ad essa con una violenza più grande, ma accettando di farsene vittima per metterne a nudo tutta l’ingiustizia e la crudeltà. Ha vinto perché vittima: victor quia victima, afferma s. Agostino (Conf. X,43), e così ha mostrato da che parte sta Dio: non dalla parte del carnefice, ma della vittima. Cristo non ha scaricato i propri peccati sulle spalle degli altri, ma si è caricato dei peccati di tutti sulle proprie spalle: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” (1Pt 2,24). “Cristo, nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo il Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,7-9).

 

In questa prospettiva riflettiamo sulla parabola; ci fa da guida nella prima parte Papa Francesco con le sue stesse parole scritte nella lettera a tutti cristiani per la quaresima del 2017 e nella seconda una riflessione molto motivata dalla sacra scrittura, di papa Benedetto XVI.

 

  1. 1. Il povero Lazzaro

La parabola comincia presentando i due personaggi principali, ma è il povero che viene descritto in maniera più dettagliata: egli si trova in una condizione disperata e non ha la forza di risollevarsi, giace alla porta del ricco e mangia le briciole che cadono dalla sua tavola, ha piaghe in tutto il corpo e i cani vengono a leccarle (cfr vv. 20-21). Il quadro dunque è cupo, e l’uomo degradato e umiliato.

La scena risulta ancora più drammatica se si considera che il povero si chiama Lazzaro: un nome carico di promesse, che alla lettera significa «Dio aiuta». Perciò questo personaggio non è anonimo, ha tratti ben precisi e si presenta come un individuo a cui associare una storia personale. Mentre per il ricco egli è come invisibile, per noi diventa noto e quasi familiare, diventa un volto; e, come tale, un dono, una ricchezza inestimabile, un essere voluto, amato, ricordato da Dio, anche se la sua concreta condizione è quella di un rifiuto umano 

 

  1. 2. Il peccato ci acceca

La parabola è impietosa nell’evidenziare le contraddizioni in cui si trova il ricco (cfr v. 19). Questo personaggio, al contrario del povero Lazzaro, non ha un nome, è qualificato solo come “ricco”. La sua opulenza si manifesta negli abiti che indossa, di un lusso esagerato. La porpora infatti era molto pregiata, più dell’argento e dell’oro, e per questo era riservato alle divinità (cfr Ger 10,9) e ai re (cfr Gdc 8,26). Il bisso era un lino speciale che contribuiva a dare al portamento un carattere quasi sacro. Dunque la ricchezza di quest’uomo è eccessiva, anche perché esibita ogni giorno, in modo abitudinario: «Ogni giorno si dava a lauti banchetti» (v. 19). In lui si intravede drammaticamente la corruzione del peccato, che si realizza in tre momenti successivi: l’amore per il denaro, la vanità e la superbia 

La cupidigia del ricco lo rende vanitoso. La sua personalità si realizza nelle apparenze, nel far vedere agli altri ciò che lui può permettersi. Ma l’apparenza maschera il vuoto interiore. La sua vita è prigioniera dell’esteriorità, della dimensione più superficiale ed effimera dell’esistenza (cfr ibid., 62).

Il gradino più basso di questo degrado morale è la superbia. L’uomo ricco si veste come se fosse un re, simula il portamento di un dio, dimenticando di essere semplicemente un mortale. Per l’uomo corrotto dall’amore per le ricchezze non esiste altro che il proprio io, e per questo le persone che lo circondano non entrano nel suo sguardo. Il frutto dell’attaccamento al denaro è dunque una sorta di cecità: il ricco non vede il povero affamato, piagato e prostrato nella sua umiliazione.

Guardando questo personaggio, si comprende perché il Vangelo sia così netto nel condannare l’amore per il denaro: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24).

Anche il nostro sguardo si apre all’aldilà, dove il ricco ha un lungo dialogo con Abramo, che chiama «padre» (Lc 16,24.27), dimostrando di far parte del popolo di Dio. Questo particolare rende la sua vita ancora più contraddittoria, perché finora non si era detto nulla della sua relazione con Dio. In effetti, nella sua vita non c’era posto per Dio, l’unico suo dio essendo lui stesso.

Solo tra i tormenti dell’aldilà il ricco riconosce Lazzaro e vorrebbe che il povero alleviasse le sue sofferenze con un po’ di acqua. I gesti richiesti a Lazzaro sono simili a quelli che avrebbe potuto fare il ricco e che non ha mai compiuto. Abramo, tuttavia, gli spiega: «Nella vita tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti» (v. 25). Nell’aldilà si ristabilisce una certa equità e i mali della vita vengono bilanciati dal bene.

In questo modo emerge il vero problema del ricco: la radice dei suoi mali è il non prestare ascolto alla Parola di Dio; questo lo ha portato a non amare più Dio e quindi a disprezzare il prossimo. La Parola di Dio è una forza viva, capace di suscitare la conversione nel cuore degli uomini e di orientare nuovamente la persona a Dio. Chiudere il cuore al dono di Dio che parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al dono del fratello.

 

Occorre un forte risveglio della nostra vita e della nostra fede: la Quaresima, è tempo del risveglio

Come sfondo che schiude a noi la comprensione di questo racconto dobbiamo considerare la serie di Salmi nei quali si leva a Dio il lamento del povero che vive nella fede in Dio e nell’obbedienza ai suoi comandamenti ma conosce solo sventura, mentre i cinici che disprezzano Dio passano da un successo all’altro e godono tutta la felicità della terra. 

Lazzaro fa parte di quei poveri, la cui voce udiamo per esempio nel Salmo 44(14-23)

14 Ci hai resi ludibrio dei nostri vicini, 

scherno e obbrobrio a chi ci sta intorno. 

15 Ci hai resi la favola dei popoli, 

su di noi le nazioni scuotono il capo. 

16 L’infamia mi sta sempre davanti

e la vergogna copre il mio volto

17 per la voce di chi insulta e bestemmia, 

davanti al nemico che brama vendetta. 

 

18 Tutto questo ci è accaduto

e non ti avevamo dimenticato, 

non avevamo tradito la tua alleanza. 

19 Non si era volto indietro il nostro cuore, 

i nostri passi non avevano lasciato il tuo sentiero; 

20 ma tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli

e ci hai avvolti di ombre tenebrose. 

21 Se avessimo dimenticato il nome del nostro Dio

e teso le mani verso un dio straniero, 

22 forse che Dio non lo avrebbe scoperto, 

lui che conosce i segreti del cuore? 

23 Per te ogni giorno siamo messi a morte, 

stimati come pecore da macello. 

 

Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, 

siamo trattati come pecore da macello. Rm 8,36

 

 L’antica sapienza di Israele si fondava sul presupposto che Dio premia il giusto e punisce il peccatore, che cioè al peccato corrisponde l’infelicità e alla giustizia la felicità. 

Almeno dal tempo dell’esilio, questa sapienza era entrata in crisi.

Non solo Israele come popolo nel suo insieme pativa più dei popoli che lo circondavano, che lo avevano costretto all’esilio e lo opprimevano, anche in ambito privato diventava sempre più evidente che il cinismo è vantaggioso e che, in questo mondo, il giusto è destinato alla sofferenza. Nei Salmi e nella tarda letteratura sapienziale assistiamo alla faticosa ricerca di sciogliere questa contraddizione, a un nuovo tentativo di diventare «saggi», di comprendere la vita in modo corretto, di trovare e intendere in modo nuovo Dio, che sembra ingiusto o del tutto assente.

 

Uno dei testi più penetranti di questa ricerca, il Salmo 73, sotto certi aspetti può essere considerato come lo sfondo culturale della nostra parabola. Vediamo quasi stagliarsi innanzi a noi la figura del ricco epulone, del quale l’orante – Lazzaro – si lamenta: 

3perché ho invidiato i prepotenti, 

vedendo la prosperità dei malvagi. 

4 Non c’è sofferenza per essi, 

sano e pasciuto è il loro corpo. 

5 Non conoscono l’affanno dei mortali

e non sono colpiti come gli altri uomini. 

6 Dell’orgoglio si fanno una collana

e la violenza è il loro vestito. 

7 Esce l’iniquità dal loro grasso, 

dal loro cuore traboccano pensieri malvagi. 

8 Scherniscono e parlano con malizia, 

minacciano dall’alto con prepotenza. 

9 Levano la loro bocca fino al cielo

e la loro lingua percorre la terra. 

10 Perciò seggono in alto, 

non li raggiunge la piena delle acque. 

11 Dicono: “Come può saperlo Dio? 

C’è forse conoscenza nell’Altissimo?
12 Ecco, questi sono gli empi: 

sempre tranquilli, ammassano ricchezze. (Sal 73,3-12)


Il giusto sofferente guarda Dio

Il giusto che soffre e vede tutto ciò corre il pericolo di smarrirsi nella sua fede. Davvero Dio non vede? Non sente? Non lo preoccupa la sorte degli uomini?

13 Invano dunque ho conservato puro il mio cuore

e ho lavato nell’innocenza le mie mani, 

14 poiché sono colpito tutto il giorno, 

e la mia pena si rinnova ogni mattina. 

 

 Il cambiamento improvviso sopraggiunge quando il giusto sofferente nel santuario volge lo sguardo verso Dio e, guardandolo, allarga la sua prospettiva. Adesso vede che l’apparente intelligenza dei cinici ricchi di successo, osservata alla luce, è stupidità: 

21 Quando si agitava il mio cuore

e nell’intimo mi tormentavo, 

22 io ero stolto e non capivo, 

davanti a te stavo come una bestia. 

Essi rimangono nella prospettiva delle bestie e hanno perduto la prospettiva dell’uomo che va oltre l’aspetto materiale: verso Dio e la vita eterna.

A questo punto scatta la preghiera del povero, del perseguitato

 

Salmo 17

Accogli, Signore, la causa del giusto, 

sii attento al mio grido. 

Porgi l’orecchio alla mia preghiera: 

sulle mie labbra non c’è inganno. 

2 Venga da te la mia sentenza, 

i tuoi occhi vedano la giustizia. 

 

3 Saggia il mio cuore, scrutalo di notte, 

provami al fuoco, non troverai malizia. 

La mia bocca non si è resa colpevole, 

4 secondo l’agire degli uomini; 

seguendo la parola delle tue labbra, 

ho evitato i sentieri del violento. 

5 Sulle tue vie tieni saldi i miei passi

e i miei piedi non vacilleranno. 

 

6 Io t’invoco, mio Dio: dammi risposta; 

porgi l’orecchio, ascolta la mia voce, 

7 mostrami i prodigi del tuo amore: 

tu che salvi dai nemici

chi si affida alla tua destra. 

8 Custodiscimi come pupilla degli occhi, 

proteggimi all’ombra delle tue ali, 

9 di fronte agli empi che mi opprimono, 

ai nemici che mi accerchiano. 

 

10 Essi hanno chiuso il loro cuore, 

le loro bocche parlano con arroganza. 

11 Eccoli, avanzano, mi circondano, 

puntano gli occhi per abbattermi; 

12 simili a un leone che brama la preda, 

a un leoncello che si apposta in agguato. 

Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre

se ne sazino anche i figli

e ne avanzi per i loro bambini. 

 

15 Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto, 

al risveglio mi sazierò della tua presenza. 

 

Qui si contrappongono due generi di sazietà: la sazietà dei beni materiali e il saziarsi «della tua presenza», la sazietà del cuore mediante l’incontro con l’amore infinito. «Al risveglio», ciò rimanda, in definitiva, al risveglio alla vita nuova, eterna, ma si riferisce anche a un «risveglio» più profondo già in questo mondo: il destarsi alla verità, che già fin d’ora dona all’uomo una nuova sazietà. E’ il risveglio che può avvenire in Quaresima, tempo in cui mettiamo le cose a posto, diamo a loro il vero valore.

Di questo destarsi nella preghiera parla il Salmo 73

20 Come un sogno al risveglio, Signore, 

quando sorgi, fai svanire la loro immagine

21 Quando si agitava il mio cuore

e nell’intimo mi tormentavo, 

22 io ero stolto e non capivo, 

davanti a te stavo come una bestia. 

23 Ma io sono con te sempre: 

tu mi hai preso per la mano destra. 

24 Mi guiderai con il tuo consiglio

e poi mi accoglierai nella tua gloria. 

 

25 Chi altri avrò per me in cielo? 

Fuori di te nulla bramo sulla terra. 

26 Vengono meno la mia carne e il mio cuore; 

ma la roccia del mio cuore è Dio, 

è Dio la mia sorte per sempre. 

27 Ecco, perirà chi da te si allontana, 

tu distruggi chiunque ti è infedele. 

28 Il mio bene è stare vicino a Dio: 

nel Signore Dio ho posto il mio rifugio, 

per narrare tutte le tue opere

presso le porte della città di Sion. 

 

Ora, infatti, l’orante, il povero vede che la tanto invidiata felicità dei cinici è solo «come un sogno al risveglio»; vede che il Signore, quando sorge, fa «svanire la loro immagine» (Sal 73,20). E adesso il povero riconosce la vera felicità: «Ma io sono con te sempre: tu mi hai preso per la mano destra. [...] Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra. [...] Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 73,23.25.28)

.Queste non sono soltanto belle parole per far sperare nell’aldilà, bensì è il destarsi alla percezione della vera grandezza dell’essere uomo, della quale naturalmente fa parte anche la vocazione alla vita eterna. Non siamo cristiani perché prima o poi ce la facciamo tenere ai ricchi, prima o poi patiranno anche loro quello che patisco io e quindi  ne abbiamo invidia, vogliamo diventare come loro, ma perché Il nostro bene è stare vicino a Dio, siamo con Lui sempre

 

 

 

Ogni invidia è superata

 Non si tratta di una condanna meschina della ricchezza e dei ricchi, generata dall’invidia. Nei Salmi su cui abbiamo brevemente riflettuto ogni invidia è superata: anzi, al povero che si affida a Dio, si rende ovvio che l’invidia per questo genere di ricchezza è stolta, perché egli ha conosciuto il vero bene.

Il Signore ci vuole condurre da un’intelligenza stolta alla vera sapienza, ci vuole insegnare a riconoscere il vero bene. Il ricco epulone già in questo mondo era un uomo dal cuore vuoto, che nei suoi stravizi voleva solo soffocare il vuoto che era in lui: nell’aldilà viene solo alla luce la verità che era ormai presente anche nell’aldiqua. Naturalmente questa parabola, risvegliandoci, è anche un’esortazione all’amore che dobbiamo donare ora ai nostri fratelli poveri e alla responsabilità nei loro confronti – su ampia scala, nella società mondiale – così come nell’ambito ridotto della nostra vita di tutti i giorni.

 

La richiesta di segni

Nella descrizione dell’aldilà, che segue poi nella parabola, Gesù si attiene ai concetti correnti nel giudaismo del suo tempo. Pertanto non è lecito forzare questa parte del testo: Gesù adotta gli elementi immaginifici preesistenti senza con questo elevarli formalmente a suo insegnamento sull’aldilà. Approva, tuttavia, chiaramente la sostanza delle immagini. Pertanto non è privo d’importanza il fatto che Gesù riprenda qui le idee dello stato intermedio tra morte e risurrezione, che ormai erano diventate patrimonio comune del giudaismo. Il ricco si trova nell’Ade come luogo provvisorio, non nella «geenna» (l’inferno), che è il termine per lo stato definitivo.
L’uomo ricco dice dall’Ade ad Abramo quello che, allora come oggi, tanti uomini dicono o vorrebbero dire a Dio: se vuoi che ti crediamo e che conformiamo la nostra esistenza alla parola di rivelazione della Bibbia, allora devi essere più chiaro. Mandaci qualcuno dall’aldilà che ci possa dire che è davvero così. Il problema della richiesta di segni – la pretesa di una maggiore evidenza della rivelazione – pervade l’intero Vangelo. La risposta di Abramo, come, al di fuori della parabola, quella di Gesù alla richiesta di segni da parte dei suoi contemporanei, è chiara: chi non crede alla parola della Scrittura, non crederà nemmeno a uno che venga dall’aldilà. Le verità più sublimi non possono essere costrette alla stessa evidenza empirica che, appunto, è propria solo della dimensione materiale.

Abramo non può mandare Lazzaro nella casa paterna dell’uomo ricco. Proviamo a richiamare alla mente  come si sono comportati gli uomini di fronte a uno che è risorto dai morti e come lo hanno trattato. Pensiamo alla risurrezione di Lazzaro di Betania, narrata nel Vangelo di Giovanni. Che cosa succede? «Molti dei Giudei [...]credettero in lui», ci racconta l’evangelista. Vanno dai farisei e riferiscono l’accaduto. Il Sinedrio si riunisce per discuterne. La faccenda, in quella sede, viene considerata sotto l’aspetto politico: un movimento del popolo, che può risultarne, potrebbe chiamare in causa i romani e generare una situazione pericolosa. Così si decide di uccidere Gesù: il miracolo non porta alla fede bensì all’indurimento (Gv 11,45-53).

 

Il mondo in cui viviamo non ci soddisfa proprio. È pieno di ingiustizie, di soprusi, di violenze. Chi ha i soldi ha sempre ragione il povero viene sempre venduto per un paio di sandali.

È inutile, puoi anche impegnarti, ma il coltello per il manico ce l’hanno sempre i ricchi, i prepotenti, i malvagi, i cattivi.

In questo contesto di fatalismo, se non di disperazione la lettura di questa parabola può essere vista come il rimandare all’al di là ogni possibilità di pareggiare i conti, di riportare un po’ di giustizia.

Di là infatti il ricco epulone, ben pasciuto, colesterolo puro, andrà all’inferno e il povero Lazzaro sarà in paradiso. Così giustizia è fatta! Il Marxismo ha sempre accusato la fede cristiana, di essere l’oppio dei popoli, di addormentare la gente in una sorta di fatalismo a favore dei ricchi, dei potenti, dei terroristi, direbbe oggi. 

Non è questo l’insegnamento del Vangelo, anche se ci fa fare un buon esame di coscienza. Il nostro mondo occidentale fa fatica a impersonarsi in Lazzaro. Siamo noi oggi di fronte a tanta fame che c’è nel mondo, a tanti stanchi clandestini ad essere il ricco epulone e avremo sicuramente qualche conto in sospeso col creatore se non cambiamo vita, se non mettiamo il nostro benessere a confronto con chi soffre la fame. Si dovranno certo fare le leggi per la sicurezza, definire diritti e doveri, ma non per toglier le briciole al povero e aumentare il colesterolo alla nostra società. Dio è il difensore dei poveri. Lui è padre e lo sarà sempre. Dio è giudice. Il Vangelo va più in profondità. Il ricco epulone si accorge solo nell’al di là delle sue responsabilità e tenta un salvataggio dei suoi fratelli crede che un qualche morto tornato in vita sia capace di distogliere. Non è molto diverso da noi che ricorriamo ai maghi, alle sfere di vetro, a tavolini che ballano.

I fratelli del ricco epulone hanno come lui il cuore fasciato dalle ricchezze; non c’è nessun zombi,  nessun fatto straordinario che ti fa cambiare da ricco a povero, che ti fa abbandonare una vita sbagliata. Potrebbe colpirti per qualche momento poi il primo a dubitare sei ancora tu. Sarà proprio vero? Non è che mi sono sbagliato, che ho avuto una illusione? E via di questo passo.

 

L’unico morto tornato in vita, non uno che ha solo spostato la data dalla sua morte, come Lazzaro ma il vero vivente come Gesù può cambiarci la vita, può salvarci.

È la sua Parola ascoltata che ci può togliere le nebbie dal cuore è solo lui che può aiutarmi a vivere la giustizia. Lui ha seguito S. Francesco. Lui ha scelto S. Girolamo per Lui Madre Teresa di Calcutta ha scelto di vivere con i più poveri, per Lui molti ricchi hanno cambiato vita e molti poveri hanno vinto la loro disperazione.

È questo l’ulteriore significato della parabola. Il mondo in cui viviamo ci addormenta la coscienza e non ce la risvegliano i maghi i X-file, o misteri. Saranno utili pure le fiction su san Giovanni Bosco, su Rita da Cascia, o la passione di Mel Gibson, sempre meglio di maghi e fattucchiere, ma il cuore lo cambia solo Gesù, la cura è la sua Parola la forza è l’eucaristia, lo spazio è una comunità credente, il giorno che dà speranza è il giorno del Signore, è ogni domenica quando incontrandoci tra noi e con Lui, con la sua Parola, il suo corpo e il suo sangue, spalanchiamo una finestra sull’eternità, ascoltiamo oggi il giudizio di Dio sulla nuova vita e possiamo recuperare la sete di giustizia di Lazzaro e la forza per realizzarla, già da oggi, smettendo di fare gli epuloni in un mondo di affamati.

E conclude papa Francesco:

Lazzaro ci insegna che l’altro è un dono. La giusta relazione con le persone consiste nel riconoscerne con gratitudine il valore. Anche il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita. Il primo invito che ci fa questa parabola è quello di aprire la porta del nostro cuore  all’altro, perché ogni persona è un dono, sia il nostro vicino sia il povero sconosciuto. La Quaresima è un tempo propizio per aprire la porta ad ogni bisognoso e riconoscere in lui o in lei il volto di Cristo. Ognuno di noi ne incontra sul proprio cammino. Ogni vita che ci viene incontro è un dono e merita accoglienza, rispetto, amore. La Parola di Dio ci aiuta ad aprire gli occhi per accogliere la vita e amarla, soprattutto quando è debole. Ma per poter fare questo è necessario prendere sul serio anche quanto il Vangelo ci rivela a proposito dell’uomo ricco.

 

+Domenico Sigalini

 

 

 


 

 

 

 


 

 

Dal vangelo secondo Luca (16, 19-31)

 

19 C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. 20 Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, 21 bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. 22 Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23 Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. 24 Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. 25 Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. 26 Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. 27 E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. 29 Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. 30 E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. 31 Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”. 

 

Salmo 17

Salmo 44

Salmo 73

 

 

  1. 1. Sono infelice perché sfortunato, povero, disprezzato o perché sono lontano da Dio?
  2. 2. Il povero che incrocio chi è soprattutto?
  3. 3. Quaresima è risveglio; di quale risveglio ho bisogno per vedere nel povero che incontro un fratello? Per sentirmi vicino a Dio?

 

 


 

 

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