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XXVIII domenica Tempo ordinario

000 11ott2015La Sapienza a caro prezzo

Ci sono dei beni a caro prezzo, che la ricchezza umana non può acquistare. La prima lettura ci parla della Sapienza come uno di questi beni, anzi come l'unico, vero bene. In efficace contrasto, il Vangelo ci presenta invece un uomo che – occupato dal suo denaro e dalle sue paure – non sa cogliere il valore della Sapienza evangelica, incarnata nella chiamata di Gesù a seguirlo. Perde l'occasione e, con essa, l'orizzonte di una vita nuova, non più sottoposta alle leggi del calcolo e dell'utilità, ma libera e feconda.

L'amore per la Sapienza

La prima lettura riporta una confessione messa sulla bocca di Salomone, il re saggio e lungimirante, il quale, agli albori del suo regno, invece di chiedere ricchezza, lunga vita e vittoria sui nemici, aveva pregato il Signore con queste parole: «concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male» (1Re 3,9).
Nella confessione riportata dal libro della Sapienza, il vecchio re mostra ancora la sua perspicacia, facendo l'elogio della Sapienza e dichiarando la sua superiorità rispetto a tutti gli altri beni. Il paragone inizia con i beni materiali: scettri, troni, ricchezza e gioielli di valore inestimabile, per passare poi ai beni della vita fisica, come salute, bellezza e, perfino, la luce degli occhi. A tutto Salomone ritiene superiore la Sapienza.
Leggendo un'attestazione così convinta, viene in mente il mondo greco, con la sua capacità di interrogarsi sul senso del mondo e delle cose, affidandosi al discernimento filosofico e alla forza dell'intelletto. Il discorso biblico, però, è di altro genere. Certo, soprattutto oggi, come il saggio Salomone, dobbiamo re-imparare l'abbecedario dei bisogni umani, sapendo distinguere tra valori eterni e cose effimere, urgenze umane veritiere e impulsi condizionati e velleitari. La sapienza odierna deve saper andare oltre la categoria dell'utile, dell'immediatamente fruibile; deve saper discernere le cose che contano.
E tuttavia, fatto questo discernimento, il credente non può fermarsi, perché è l'amore che dà senso al giudizio su eventi e cose. Il saggio che non ama diventa arrogante e l'intelligenza che non compatisce diventa gelida. I veri credenti sono quelli che traducono il regno di Dio in partecipazione e compassione per l'uomo, in pane da mangiare e in speranza. È questa la Sapienza che il saggio Salomone definisce «ricchezza incalcolabile», perché porta con sé «tutti i beni della terra».
Il limite ci ha accerchiato perché abbiamo cercato di sconfiggerlo con le sole armi dell'intelligenza, senza amore. Sappiamo inventare e creare, salire nei cieli e discendere negli abissi, ma il pericolo di un mondo senza amore rischia di sconfiggere le conquiste della sapienza umana. Dobbiamo imparare un'altra verità, un'altra sapienza.

Sapienza e ricchezza

Il testo di Marco aiuta la ricerca dell'altra sapienza, presentando una sequenza sul rapporto del credente con la ricchezza terrena. Il racconto si compone di tre scene, disposte in crescendo.
Nella prima abbiamo l'incontro tra Gesù e un uomo ricco. Le parole e i gesti di quest'uomo mostrano la bontà dei suoi sentimenti e la sua risposta all'invito di Gesù - che gli domanda la pratica dei comandamenti - sottolinea la sua fede osservante, non superficiale; egli crede realmente in Dio sin da quando un ebreo è tenuto a osservare la legge. La nota tipicamente marciana di un moto d'amore di Gesù verso quest'uomo ha la funzione di dare importanza a ciò che segue, e cioè alla sola cosa mancante, che l'evangelista esprime con una serie di imperativi in progressione: «va, vendi quello che hai, dallo ai poveri... e vieni! Seguimi!». L'accento è sull'ultimo imperativo: la rinuncia non è fine a se stessa, ma in vista della sequela. Giustamente Girolamo aveva fatto notare che non basta vendere: «molti rinunciano alle ricchezze senza seguire il Signore». La sola cosa che gli manca è diventare discepolo di Gesù.
È interessante notare che non abbiamo qui un di più quantitativo e neppure un'etica a due piani, come è stato spesso sottolineato nella tradizione cristiana, come se Gesù chiedesse l'osservanza dei comandamenti ai cristiani ordinari e un di più (vendere tutto...) a chi accetta i cosiddetti "consigli evangelici". Il testo vuole sottolineare per tutti l'importanza primaria che va data a Cristo e al Regno di Dio. Il cammino che conduce alla vita si compie nell'accettazione della sapienza di Gesù e del suo Vangelo. Ad essa è chiamato il ricco e, con lui, ogni lettore.
Ma questo racconto di chiamata alla sequela si chiude con un fallimento. Perché? La ragione sta nel fatto che la sapienza di Gesù richiede una radicale disponibilità, che il ricco non possiede. Le ricchezze hanno occupato la sua vita e non gli lasciano spazio per scorgere un'altra Sapienza: quella divina.
Nella seconda scena Gesù volge lo sguardo sui discepoli (lo stesso sguardo che si era posato sul ricco). Ma qui il testo lascia trasparire un altro contesto sociale: si passa dall'ambiente palestinese a quello ellenistico, segno di una più ampia cerchia di lettori. L'autore usa, infatti, il termine greco chrêmata / ricchezze che designa anzitutto un capitale in denaro e richiama un contesto diverso da quello agricolo della Palestina. Ai lettori ellenisti benestanti Gesù parla anzitutto della difficoltà dei ricchi ad entrare nel Regno. La difficoltà dev'essere compresa in senso "effettivo": Gesù non fa una questione di principio sulla possibilità che ha un ricco di salvarsi, dice solo che "di fatto" le ricchezze costituiscono una concreta e reale tentazione, che occupa il cuore e non lascia spazio per Dio.
La reazione dei discepoli riflette la paura dei lettori, tanto più che, nel Primo Testamento, la ricchezza è un segno della benedizione divina. Di fronte a questa paura Gesù non desiste, anzi rincara la dose con la paradossale immagine del cammello e della cruna dell'ago. Il linguaggio è paradossale e viene usata chiaramente un'iperbole. E tuttavia il problema è serio, se Gesù usa un'immagine umanamente così insensata e rimanda all'onnipotenza di Dio.
La terza scena si apre con l'intervento di Pietro, come portavoce di tutti coloro che si sono posti alla sequela della sapienza evangelica. Il passaggio alla terza persona singolare e a un interlocutore non meglio identificato è significativo, perché sottolinea il carattere universale dell'affermazione di Gesù: «non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto... e la vita eterna nel tempo che verrà». Con queste parole Gesù offre dei criteri importanti per l'uso sapiente dei beni. Anzitutto afferma il primato di Dio e del suo Regno, con la sottolineatura che le ricchezze sono "di fatto" un pericolo reale a quel primato. A tutti viene anche richiesto un distacco "effettivo" dai beni, e non solo stoico e "interiore".
Il modello di incarnare queste esigenze del Regno resta però aperto: lasciare tutto per seguire Gesù sarà vissuto da alcuni nella rinuncia a ogni proprietà privata, da altri nella condivisione di vita con i più poveri, da altri ancora nella vita di casa e di famiglia, con le preoccupazioni che richiede. La radicalità della sapienza evangelica non si traduce in un unico modello imposto a tutti, perché Dio trova sempre la strada per raggiungere l'uomo nelle sue diverse situazioni. È necessaria solo la Sapienza del cuore, che sa riconoscere in lui la vera e unica ricchezza in grado di soddisfare la sete dell'uomo.

 

Massimo Grilli

 

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ordinazione Josè Manuel Tabilo Carrasco

 

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