La tentazione del potere

0 XXIX-DOMENICA-DEL-TEMPO-ORDINARIO-ANNO-BCosì potremmo riassumere il tema del brano evangelico di questa ventinovesima domenica. Marco riferisce un dialo­go tra Gesù e i due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni. Siamo anco­ra sulla strada verso Gerusalemme e, per la terza volta, Gesù confida ai discepoli il destino di morte che lo aspetta al termine del cammino. I due discepoli, per nulla toccati dalle tragiche parole del maestro, e con una notevole durezza di cuore di fronte a Gesù si fanno avanti per chie­dergli i primi posti accanto a lui quando instaurerà il regno. Dopo la confessione di Pietro a Cesarea e la discussione su chi tra loro fosse il primo, probabilmente è cresciuto un clima di rivalità tra i discepoli; e questo forse spiega l'ambizione dei due fratelli nel rivendicare i primi posti. Quanto è difficile per Gesù toccare i cuori di quei dodici che pure si era scelti e curati! I discepoli sono esperti nel sottrarsi alle esi­genze dell'amore. E con un tratto di astuzia, che conosciamo bene anche noi quando si tratta di prendersi cura dei nostri affari, i due chiedono a Gesù: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». La verità è che sono davvero distanti dal pensiero e dalle preoccupazioni di Gesù, e non riescono a sintonizzarsi con lui. Non basta, infatti, stargli fisicamente vicino per comprenderlo (potrem­mo tradurre: non è sufficiente semplicemente frequentare la chiesa per comprendere Gesù e il suo Vangelo). È necessario ascoltarlo e obbedi­re giorno dopo giorno alla sua parola; e quindi seguirlo in un vero e proprio itinerario di crescita interiore. Quante volte, invece, dobbiamo constatare la nostra povertà spirituale, la nostra scarsa sapienza evange­lica! E di fronte a tante nostre pretese, anche noi potremmo sentirci dire da Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete». Spesso la distanza da Gesù non ci fa comprendere le profondità del mistero del Signore e neppure le esigenze del suo amore.
Gesù, rivolto ai due, chiede: «Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». E cerca di spiegarglielo usando due simboli, il calice e il battesimo, ben noti a chi come loro frequentavano le Sante Scritture. Ambedue i simboli sono interpretati da Gesù in rapporto alla sua morte. Il calice è il segno dell'ira di Dio, come scrive Isaia: «Svegliati, svegliati, alzati, Gerusalemme, che hai bevuto dalla mano del Signore il calice della sua ira» (Is 51,17); e Geremia dice: «Prendi dalla mia mano questa coppa di vino della mia ira e falla bere a tutte le nazioni alle quali ti invio» (Ger 25,15). Per Gesù è una metafora con la quale indica che egli prende su di sé il giudizio di Dio per il male compiuto nel mondo, anche a costo della morte. La stessa cosa vale per il simbolo del battesimo: «Tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati» (Sl 42,8). Le due immagini mostrano che il cammino di Gesù non è una folgorante e oleata carriera verso il potere. Semmai è il cammino dell'assunzione su di sé del male degli uomini, come disse il Battista: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1,29). I due discepoli probabilmente neppure ascoltano le parole del maestro e tanto meno ne comprendono il senso. Del resto la Parola evangelica, per essere ascoltata e compresa, richiede un atteggiamento di ascolto e di preghiera. Ai due apostoli, come spesso anche a noi, non importa comprendere la Parola evangelica; quel che interessa è l'assicurazione del posto. E con sciocca semplificazione, i due rispondono: «Lo possiamo!». È la stessa superficiale faciloneria con cui risponderanno a Gesù al termine dell'ultima cena, mentre si avviano con lui verso l'orto degli Ulivi (Mt 26,35). Basta solo qualche ora, ed eccoli, assieme agli altri, abbandonare di corsa il Maestro per paura e lasciarlo nelle mani dei servi dei sommi sacerdoti.
La richiesta dei due figli di Zebedeo era ovvio che scatenasse l'invidia e la gelosia degli altri discepoli («cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni», nota l'evangelista). Gesù allora li chiamò ancora una volta tutti attorno a sé per una nuova lezione evangelica. Ogni volta che i discepoli non ascoltano le parole di Gesù e si lasciano guidare dai loro ragionamenti, si discostano dalla via evangelica e provocano liti e dissidi al loro stesso interno. È istintiva nei discepoli, come del resto in ogni persona, la tendenza a fare da maestri a se stessi, a divenire «adulti», ossia indipendenti e autosufficienti, sino al punto da fare a meno di tutti, persino di Gesù. È lo stile di questo mondo, che tutti conosciamo molto bene poiché lo pratichiamo con frequenza. Per il Vangelo è vero l'esatto contrario: il discepolo resta sempre alla scuola del maestro, rimane sempre uno che ascolta le parole evangeliche. Il discepolo di Gesù, anche se dovesse occupare posti di responsabilità, sia nella Chiesa che nella vita civile, resta sempre figlio del Signore, ossia discepolo che sta ai piedi di Gesù. Ecco perché Gesù raduna nuovamente i Dodici attorno a sé e li ammaestra: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così». L'istinto del potere — sembra dire Gesù — è ben radicato nel cuore degli uomini, anche in quello di chi spergiura di non esserne sfiorato. Nessuno, neppure all'interno della comunità cristiana, è immune da tale tentazione (si potrebbe dire che lo stesso Gesù subì la tentazione del potere, quando fu condotto dallo Spirito nel deserto). Non importa che si tratti del «grande» o del «piccolo» potere; tutti ne subiamo il fascino. È normale fare considera­zioni severe su coloro che hanno il potere politico, economico, cultu­rale; e talora è anche necessario farlo. Forse però è più facile fare l'esa­me di coscienza agli altri che a se stessi, in genere uomini e donne dal «piccolo potere». Non dovremmo tutti chiederci quanto spesso usiamo in modo egoistico e arrogante quella piccola fetta di potere che ci siamo ritagliati in famiglia, o a scuola, o in ufficio, o dietro uno sportel­lo, o per la strada, o nelle istituzioni ecclesiali, o comunque altrove? La scarsa riflessione in questo campo è spesso fonte di amarezze, di lotte, di invidie, di opposizioni, di crudeltà. Ai suoi discepoli Gesù continua a dire: «Tra voi però non è così» (forse sarebbe più corretto dire: «Non sia così»). Non si tratta di una crociata contro il potere, per favorire un facile umilismo che può anche essere solo indifferenza. Gesù ha avuto potere («insegnava come uno che ha autorità», scrive Matteo 7,29), e lo ha concesso anche ai discepoli («Diede loro potere sugli spiriti impu­ri», si legge in Marco 6,7). Il problema è di quale potere si parla, e comunque di come lo si esercita. È il potere dell'amore. Gesù lo spiega non solo con le parole quando afferma: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore», ma con la sua stessa vita. Dice di se stesso che «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Così deve essere per ogni suo discepolo.
Sia la prima che la seconda lettura ci spiegano come il potere di Gesù sia quello di un uomo che ha preso «parte alle nostre debolezze», lui che «è stato prostrato con dolori» e ci ha salvato con il dono della sua vita. È lui il Sommo Sacerdote, che ci permette di entrare in comu­nione con Dio e di imparare da lui la via del servizio: «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericor­dia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno».
La terza domenica di Ottobre la chiesa celebra sempre la giornata missionaria mondiale, concludo allora con questa preghiera della Beata Teresa di Calcutta che proprio ci aiuta a comprendere che tutti siamo chiamati ad essere missionari semplicemente vivendo il nostro battessimo.

 

don Bruno Sperandini