I poveri ascoltino e si rallegrino perché l’amore di Dio gioca d’anticipo!

Lc-151-3.11-32Il vangelo odierno tratta di misericordia, di un amore allo stesso momento paterno e materno, di una giustizia che non giudica ma giustifica e invita alla festa! Bisogna fare festa oggi! Questo brano ci viene proclamato alla fine di una settimana che ha visto nascere due leggi nella società nostra civile italiana. La prima riguarda il pagamento dei debiti, la seconda riguarda l’uso dei veicoli e gli incidenti stradali. Per rendere più giuste le leggi umane, le troviamo in contrasto con quanto ci propone il vangelo. Non ci sembra che Gesù dica: “è giusto che chi sbaglia paghi!” come si suole dire nelle nostre conversazioni. Parla invece dell’accoglienza e del recupero del figlio peccatore che ritorna a casa, perdonato senza essere giudicato. Come conciliare allora il passo avanti nella legislazione italiana di questi giorno e il vangelo della gioia che abbiamo proclamato in questo contesto del giubileo della misericordia? Il vangelo è sempre un invito alla gioia ma questo di oggi lo è ancora di più!

Oggi rallegriamoci perché ad ogni peccatore è offerta la salvezza di Dio, restituendo la dignità a chi l’ha sprecato! C’è gioia nell’ascoltare il vangelo del Padre misericordioso, perché nella storia dei due fratelli, sentiamo tratteggiato la storia la storia di tanti fratelli. Vi sono narrate due vicende, nelle quali c’è anche un po’ della nostra storia. Un Dio pronto a correre per abbracciare un peccatore che ritorna, non ha uguali! Solo lui può guarire le ferite del cuore, coprire la nudità di chi si è spogliato della propria dignità. Lui vuole che i suoi gesti siano anche nostri. Come ci racconta san Luca, evangelista della mansuetudine di Cristo, la vicenda drammatica del figlio minore si staglia in modo evidente e colpisce la nostra immaginazione. In realtà le due storie che si intrecciano parlano di storie di due figli che hanno entrambi bisogno della misericordia del Padre. La richiesta del primo figlio che si presenta al genitore per ottenere la parte che gli spetta era legittima! Si trattava di una spartizione anticipata dei beni e, sin qui, niente di grave, poiché il diritto glielo consentiva. Da qui possiamo già dire che tutto ciò a cui abbiamo diritto non ci fa sempre bene adoperare. Il figlio raccoglie la sua parte, abbandona la casa paterna e va in un paese lontano, dove sperpera tutto, “vivendo da dissoluto”. L’abisso non si farà attendere. Ridotto alla fame, non c’è che una scelta, quella di mettersi al servizio di un padrone estraneo, così per ogni figlio che sbatte la porta della casa paterna. Anche il fondo toccato in questo caso va benedetto. Una volta caduto nell’abisso, il figlio “rientra in se stesso”, cominciando a ripercorrere nella propria memoria i diversi momenti della sua vita.

La bellezza di ricordare i momenti di grazia

 

Non c’è peccatore che Dio non cerchi per proporgli la salvezza! Per ciò, nel cuore del figlio che si è allontanato dalla casa paterna rispunta il ricordo delle proprie radici, si accende la luce sul proprio errore, affiora il desiderio dei ritorno e matura, infine, la decisione liberante: “Mi leverò e andrò da mio padre... Partì e si incamminò verso suo padre”. E lui, che sperava di essere trattato come uno dei garzoni, rivive la gioia inattesa dell’abbraccio e della festa. C’è un motivo molto serio secondo il vangelo di questa domenica, per rallegrarsi. Pregustiamo già la gioia della risurrezione che oggi comprendiamo come l’alzarsi da situazioni di morte spirituale che comporta come conseguenza diretta la morte corporale. C’è un motivo molto serio perché il Padre è sempre pronto a correre! Il Padre non è avaro nella tenerezza, non calcola nell’abbraccio. Il motivo della nostra gioia è che il Padre afferma senza sconto che bisogna imperativamente fare festa! Il vangelo annunziato a noi poveri peccatori è che chi meritava la lapidazione per avere sciupato la ricchezza della casa paterna, se è davvero pentito, troverà l’abbraccio del Padre. Il perdono di Dio è sempre pronto, quello dell’uomo è spesso da attendere. Come succede anche a casa nostra, per chi ha la fortuna di avere più fratelli, il figlio maggiore non ci sta. Non sa accogliere la grande notizia: “È tornato tuo fratello”. Soprattutto non riesce ad entrare nell’ottica della misericordia del Padre e, pertanto, si rifiuta di partecipare alla festa. Se i fratelli saranno misericordiosi come il Padre, si uniranno in un unico abbraccio della chiesa che rinasce dal costato di Cristo. In ogni rapporto umani in cui manca la gratuità, il conto è sempre superiore al dovuto. Ci sono purtroppo in questi nostri tempi, altri fratelli sempre pronti a presentare il conto al Padre. E così diciamo che non è giusto che coloro che non pregano come noi, non aiutano i poveri come noi, possano aver la grazia, la salute, i l successo. Allora Dio diventa prigioniero della nostra mente, dei nostri progetti, indichiamo a Dio il senso della sua grazia! Il fratello maggiore presume d’essere dalla parte della ragione.

 

Nulla per dovere ma tutto per amore

 

I nostri calcoli rendono vana la nostra azione di bontà, soprattutto se la dobbiamo rinfacciare a chi ne è stato beneficiario. Così è avvenuto per il figlio maggiore! Egli ha sempre inteso il rapporto con il padre in termini di doveri e di diritti: non ha mai trasgredito un suo comando. Ora arriva persino a mettere sotto accusa il padre: “Tu non mi hai dato mai un capretto per fare festa con i miei amici”. E, nello stesso tempo, punta il dito contro il fratello per aver sperperato i beni della famiglia. La sua presuntuosa giustizia si leva indignata contro il padre e il fratello; si erge contro la festa del perdono. Non avrete certamente dimenticato che Gesù, nel discorso della pianura in cui aveva proclamato le beatitudini, era stato molto preciso al riguardo: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6, 36).


 Ma qual è la misura di quel “come”?


Quando il figlio aveva deciso di tornare, egli rispondeva, come abbiamo accennato, ad una chiamata, ad una memoria, che aveva ridestato in lui la nostalgia della casa. Ora Gesù fissa lo sguardo su alcuni tratti sconcertanti della misericordia, quale appunto si manifesta nel padre della parabola. Essa è anzitutto rispetto profondo delle scelte del figlio minore e non muove nessuna opposizione alla sua voglia di libertà. Ma la misericordia è soprattutto amore che previene; che attende il ritorno del figlio: “Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro”. Il suo amore, gioca d’anticipo. E così la misericordia manifesta il suo cuore: il padre, come lo vide, provò commozione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Ebbene, il bacio del perdono è il vertice de la misericordia, il suo “come”. Al prodigo viene restituita la dignità originaria di figlio e di persona libera, tramite la consegna della veste nuova, l’anello al dito e i sandali ai piedi. Infine c’è la festa, il banchetto che, è il segno più grande dell’amicizia, che porta il peccatore pentito ad assidersi alla stessa mensa di Dio. Il volto della misericordia del padre si rivela, allo stesso modo, nei confronti del figlio maggiore. È ancora il padre a uscire di casa per convincerlo ad entrare e a prendere parte alla festa. Nel “correre” del padre incontro al figlio minore, come nell’ “uscire” a pregare il figlio maggiore, c’è forse il tratto più misterioso della misericordia.
 
E adesso è arrivato il momento di porci una domanda che preme impetuosa sulle nostre labbra: noi, a chi assomigliamo? Al fratello minore o a quello maggiore? Forse c’è in noi un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, in quanto le loro due storie ci appartengono. Quella del figlio prodigo è la vicenda di una libertà illusoria, la quale pensa di affermarsi seguendo il proprio istinto, dimenticando Dio. L’esperienza, infatti, ci ripete a gran voce che, mandando Dio in soffitta, cessiamo di essere veramente uomini, con il rischio di pascolare i porci e di mangiare carrube. La morte di Dio, e cioè la dimenticanza di lui, significa la morte dell’uomo. La storia del figlio maggiore mette invece in evidenza una giustizia illusoria, la quale afferma: “Ecco io... non ho mai trasgredito a un tuo comando”. Io non ho mai fatto male a nessuno; non ho rubato né ucciso; sono una persona onesta “io”. E ci arroghiamo il diritto di giudicare Dio e gli altri. La misericordia è tutt’altra cosa: è l’esperienza di un amore gratuito. Ma chiede il coraggio di riconoscerci peccatori. Tutti, senza eccezione. Anche chi non ha preso le distanze da Dio nella maniera del figlio minore. Ma chiede soprattutto il coraggio di riconciliarci con Dio e con i fratelli. I conti con Dio tornano “solo” se tornano con i fratelli. La festa e la gioia del perdono anche per un solo peccatore che si converte, non solo rallegra il cielo e gli angeli di Dio, ma comincia già quaggiù.  Dio non attende, cerca l’uomo peccatore, soprattutto per rivelare al figlio maggiore il senso più vero del rapporto di lui con il padre, che non è un rapporto di servo a padrone, sulla base di una pura giustizia distributiva. Gli umili ascoltino e si rallegrino! I giusti vadano con Dio a cercare tutti i figli che si sono allontanati dalla casa paterna, questo è il senso del giubileo della misericordia! È il senso di una buona notizia che è per tutti, per la salvezza dell’uomo e la gloria di Dio.

 

 Don Cyriaque Marie NIYONGABO