Il Giusto solidale con gli iniqui

domenica-delle-palmeDon Massimo Grilli

Tutti i vangeli leggono la passione, morte e risurrezione di Gesù come la tappa suprema del cammino, il compimento di un disegno d’amore divino sull’uomo e sul mondo. Ma ciascuno dei quattro evangelisti ha una sua prospettiva, che dipende in parte dalla personale visione teologica e in parte dalla comunità a cui fanno riferimento. L’ottica di Luca è chiara: per questo evangelista la via della passione e morte non è tanto la via dolorosa, ma la via dell’edificazione e della parenesi, che il discepolo dovrà imparare e imitare, perché nel momento della prova suprema – nel momento del dolore e della morte – sull’esempio di Gesù, non venga meno. Su questo canovaccio s’innesta il racconto lucano.


Il Giusto sofferente
Il servo di YHWH, che per gli altri sinottici presentano è il servo sofferente, viene presentato da Luca soprattutto come l’innocente che soffre, sotto l’attacco di accusatori falsi e di nemici ingiusti. Perfino Pilato dichiara di non trovare in lui nessuna delle colpe di cui era accusato (23,14) e uno dei malfattori lo riconosce come un uomo giusto, apostrofando il suo compagno: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male» (23,40-41). Il giusto sofferente è il tema fondamentale della passione secondo questo evangelista.
La storia biblica è stracolma di storie di giusti, umiliati e rigettati: Abele ucciso, Giuseppe venduto, Mosè rifiutato, i profeti perseguitati, i poveri dei salmi sottoposti a vessazioni e soprusi… Il sangue dei poveri non è prezioso a nessuno e la storia lo dimostra, facendosi beffe degli ultimi; ma “il giusto crocifisso” apre una strada di redenzione in mezzo agli sberleffi della storia. Proprio grazie all’apparente silenzio divino, Gesù (e ogni giusto crocifisso con lui) impara chi è Dio e quale progetto d’amore si nasconde nelle profondità della terra.
L’autore della lettera agli Ebrei scrive che, pur essendo Figlio, Gesù «imparò l’obbedienza da ciò che patì» (5,8). Il tirocinio della sofferenza lo ha condotto alla comprensione del progetto di fecondità di Dio, che non passa sulle vie dell’onnipotenza, ma dell’impotenza. Nel seme dei giusti, calpestato e sotterrato dai persecutori, si annida un disegno d’amore, che fa germogliare la terra, rendendola di nuovo feconda.
Alla radice della cultura occidentale, fino al suo estremo esito tecnologico odierno, si è imposto il concetto di Dio quale maximum, in tutti gli ambiti e sotto tutte le dimensioni: grandezza, forza, principio e fonte di ogni certezza e di ogni verità… E del Cristo dominatore e conquistatore, ben noto alla teologia e all’arte… Ci potremmo chiedere, però, se quell’immagine rifletta lo splendore e la potenza dei re orientali e occidentali, oppure il Dio cristiano, incarnato e crocifisso…
Per la metafisica è assurdo che Dio possa soffrire e morire, che possa essere impotente, debole e derelitto… Il pensare kenotico appartiene alla rivelazione cristiana e non è semplicemente alternativo o complementare alla theologia gloriae, ma è un modo tutto diverso di pensare Dio… L’inaccessibile alterità del “totalmente Altro” si manifesta paradossalmente nella debolezza della sua propria trascendenza.
Nell’inno della lettera ai Filippesi (2,1-13), il parallelismo tra forma divina e forma di servo serve a stabilire il paradosso assoluto della kenosis del Trascendente, il quale prende forma di servitore e diviene, al pari degli uomini, una parola, un Volto, un corpo… Un passo del Talmud di Babilonia afferma: «…dove tu trovi esaltata la potenza del Santo – benedetto egli sia – tu troverai anche accanto, il suo auto-abbassamento. Ciò è scritto nella Torah, ripetuto nei Profeti e poi riportato una terza volta negli Scritti».
Per noi, credenti in Cristo, questa è la verità suprema, testimoniata dalla passione e morte di Gesù, il quale, innocente e giusto, abbraccia la maledizione della croce, per indicare all’uomo la strada della redenzione. La croce, nella visione cristiana, non è essenzialmente limite, ma amore e solidarietà con le vittime. Ma è anche fiducia nella potenza di Dio, il quale nell’impotenza dell’amore manifesta la strada della salvezza.

La solidarietà con i peccatori
Uno di quei salmi che non sono entrati neppure nella preghiera del breviario – a motivo forse della crudezza del linguaggio, e della richiesta di vendetta sinistra che il salmista rimette però nelle mani di Dio – conclude dicendo: «C’è un guadagno per il giusto, c’è un Dio che fa giustizia sulla terra!» (Sal 58,12). Ma esiste veramente sulla terra un premio per il giusto? E Dio fa veramente giustizia? Quanti giusti crocifissi hanno gridato a lui nella notte oscura senza trovare risposta? E quanti uomini e donne hanno cercato consolazione e si sono imbattuti nel silenzio?
Luca invita ad andare oltre e a cercare la risposta nel compenso dato al Giusto crocifisso. Sì, è paradossale, ma il giudizio di Dio sul mondo e la ricompensa divina per il Giusto sono scritti sull’albero della croce. Questo significa che il riconoscimento non consiste nella celebrità e nell’onore, nel potere e nella stima… Gli esseri umani si rivolgono a Dio cercando la felicità, il successo, il benessere e lo trovano crocifisso. Lo interpellano chiedendo giustizia e vendetta e trovano il Giusto crocifisso che rompe la spirale di violenza,  e risponde con un gesto di amore a un atto di ingiustizia.
Luca mostra Gesù crocifisso con i malfattori, secondo la parola di Is 53,12 che egli aveva citato in 22,37: è stato annoverato tra gli iniqui (senza legge). Solo Luca interpreta la passione alla luce di Is 53,12 (cf. At 8,32-33) ed è sintomatico che di Is 53 non si citi la funzione vicaria della morte del servitore né l’esaltazione ad opera di Dio, ma la sua solidarietà con il mondo dei peccatori. Nonostante la possibilità di auto-salvarsi e la triplice tentazione proveniente dai capi del popolo, dai soldati e da uno dei due malfattori, che si esprime sempre con lo stesso invito: salvi se stesso / salva te stesso! (Lc 23,35.37.39), Gesù resta solidale con l’uomo peccatore, fino in fondo. In questo senso, “la morte di Gesù crocifisso come un delinquente mostra che l’amore divino trova la strada per arrivare fino alla morte del delinquente…”, e che: “Dio ama l’uomo. Dio ama il mondo. Non un uomo ideale, ma l’uomo così com’è; non un mondo ideale, ma il mondo reale. L’uomo e il mondo nella loro realtà, che a noi paiono abominevoli per la loro empietà e da cui ci ritraiamo con dolore e ostilità, sono invece per Dio l’oggetto di un amore infinito che l’unisce a loro nel modo più intimo… Noi facciamo distinzioni fra pii ed empi, tra buoni e cattivi, tra nobili e comuni; Dio ama l’uomo vero senza distinzioni. Egli non sopporta che noi dividiamo il mondo e gli uomini secondo i nostri criteri per erigerci a giudici su di loro. Egli ci conduce ad absurdum diventando egli stesso… compagno dei peccatori, e obbligandoci così a diventare i giudici di Dio. Dio si pone a fianco dell’uomo vero e del mondo reale contro tutti i loro accusatori…”.
Per Luca, sulla croce, non è più Dio che giudica l’uomo. Al contrario: Dio si lascia giudicare dall’uomo, rispondendo alla logica sanzionatoria con un nuovo inizio, segnato dal perdono. Questo significa che la volontà salvifica di Dio non abbandona l’uomo nemmeno là dove egli si mette contro Dio. In effetti, secondo Lc 23,34 la prima parola di Gesù in croce è una richiesta di perdono per i suoi carnefici, ed è proprio dalla posizione “in mezzo ai malfattori” che scaturisce questa offerta di perdono divino. Qui la logica asimmetrica è più palpabile che negli altri due Sinottici: il Dio mimetico trova la sua morte definitiva, perché al primo posto non è più l’ordine da ristabilire o il malvagio da reprimere, ma l’uomo da salvare.