Martedi, 28  Gennaio  2020  19:59:55


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Un anticipo della pasqua: l’Eucaristia

giovedi-santo-sera+ Domenico Sigalini

Una cena di solito è un incontro calmo, sereno, distensivo, capace di riannodare i fili di una amicizia, la serenità di una parentela, gli accordi su un lavoro. E’ alla conclusione della giornata e permette un massimo di espressività umana. Gesù imbandisce una cena molto curata. Sta a Gerusalemme da alcuni giorni. C’era venuto per la Pasqua. In città si decidono le sorti del paese, si concentrano attese e pretese. Tutti comperano, tutti fanno contratti. Qui c’è la vita e al tempio c’è il massimo di espressività religiosa ufficiale. Gesù ci va proprio perche è nel cuore di uno stato, di una comunità coesa che occorre annunciare la grande novità, il Vangelo. Gesù era consapevole della sua morte imminente, sapeva che una cena di questo tipo non l’avrebbe più fatta; con i discepoli ogni sera mangiava panini nel Getsemani con loro, si acquattavano sotto gli ulivi e attendevano l’alba per ricominciare ad annunciare, a far ragionare i farisei. Tra una discussione e l’altra si vedeva da che parte stesse ragionando la gente e nello stesso tempo, se poteva essere coinvolta nell’attesa del regno.
E’ una cena ebraica, carica di simbolismi, di gesti ieratici. E’ una cena pasquale quella che vuol fare Gesù, perché Lui si sente in cuore che il cerchio dei suoi oppositori si stringe attorno a Lui. Ma la Pasqua di Gesù è un’altra. Il passaggio da fare non è quello del mar Rosso, è quello dal peccato alla grazia, dalla vita impostata sul male alla vita tutta impregnata di bene, dall’uomo vecchio all’uomo nuovo. Ma chi opera questo passaggio, chi è il novello Mosè che riscrive la storia e apre una nuova porta nella vita? E’ proprio Lui, il Messia, Gesù e l’apertura viene fatta con la Crocifissione. Noi ormai entriamo nella Porta della misericordia portando la croce, come segno liturgico, estetico pure, ma Lui Gesù entra crocifisso alla croce stessa.
Che cosa passava nel cuore di Gesù quella sera? Se la dolesse passare ancora oggi, che cosa potrebbe dirci?
Siete anche voi immersi nel dolore, ma lo affrontate parlandone, dibattendolo, sviscerandone tutti i particolari; avete dirette tv che durano una giornata e più. Fotografate continuamente il dolore, ma fate fatica a cercarne le ragioni. Descrivete tutto, ma non sapete andare al perché. Ecco io stassera con questa cena vi voglio offrire uno spiraglio per vincere questo dolore: immergervi con me, associando il vostro dolore al mio, caricandovelo sulle spalle e buttandovi come ho fatto io nelle braccia di Dio Padre. Il dolore non è una disgrazia, ma una risorsa, non è mai uno spettacolo, ma un invito a cambiare vita, e lì trovarvi Dio che lo vince.  C’è qualcuno che si prende la sua croce dentro questi fatti dolorosi e tristi e con la preghiera la unisce alla mia?  Tra il tradimento di Giuda e  Pietro e la Crocifissione, Gesù è consapevole e deciso ad affrontare il male;  anticipa nei segni del pane e del vino la sua morte, il suo dono fino all’ultima goccia e la sua rivincita sul male, la risurrezione.
E che ha fatto Gesù? In un contesto di preghiera, di ringraziamento, di lode, di gratitudine massima a Dio, ha cambiato il culto antico che consisteva tutto nell’adorare Dio e rendergli il sacrificio del sangue, in una lode ancora più vera perché fatta da Lui, da Gesù, (è ciò che in ogni messa facciamo sempre quando innalziamo calice e ostia per rendere gloria a Dio) e in una grande, delicatissima e sostanziale premura per tutti, in un gesto umano di condivisione, di dare per unire, di offrire per confortare. L’Eucaristia si chiamerà addirittura “spezzare il pane”, tanto diventava necessaria questa dimensione orizzontale di amore vicendevole, di carità fraterna, di negazione di ogni odio, di servizio. Qui sono nate tutte le nostre caritas, che non sono azioni di buona volontà verso i poveri, perché abbiamo il cuore tenero qualche volta, quando siamo in vena. Sono invece essenziali al cristianesimo, come la lode, la gratitudine verso Dio, la preghiera, perché sono parte della natura del nuovo culto verso Dio.

Qui diventa assolutamente determinante il gesto che abbiamo fatto nel pieno della cena, della Pasqua di Gesù, di lavare i piedi. La chiesa della stola, della lode a Dio e la chiesa del grembiule, del servizio ai fratelli. Tutti sappiamo che Giovanni non riporta le parole della istituzione della cena, ma solo la lavanda dei piedi, proprio per dire che la carità sta alla pari con l’adorazione, il servizio, sta alla pari della preghiera, la croce è l’immagine del vero cristianesimo, perché ha un braccio verticale e uno orizzontale.

Mi offro io, pago io, ci metto la mia vita come caparra definitiva, non dubitate non capiterà più che Dio sia disatteso, negato, ci sto io, ci metto tutto quel che sono, la mia stessa primogenitura, mi consegno. Assorbo io nella mia vita ogni vostra disobbedienza. Questo è il solo modo per scardinare l’abisso di male dell’umanità. A tutta la marea sudicia del male si oppone l’obbedienza del Figlio. Il suo sangue sradica ogni tradimento assorbendolo nella sua fedeltà incondizionata. Noi cristiani facciamo questi pensieri eleviamo queste preghiere a Gesù quando viviamo inorriditi questi fatti?  E’ questo il culto nuovo, attirare l’umanità nella sua fedeltà incondizionata, irrevocabile, sicura. L’uomo d’ora in avanti non si tirerà più indietro e se lo farà, avrò già pagato io. Il mio perdono lo risanerà.

 

 

 

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