Chiesa, popolo di Dio

popolo-di-Diodi Don Roberto Sisi

Il 30 e 31 marzo si è svolto l’incontro mensile di formazione permanente del clero della diocesi prenestina a San Bartolomeo (Cave). Tra tanti momenti belli che hanno segnato questo tempo di preghiera e di aggiornamento, va dato rilievo alla conferenza di monsignor Giovanni Tangorra sulla «Chiesa come popolo di Dio». Il relatore si è ispirato alla Lumen Gentium del Concilio Vaticano II e alla Evangelii Gaudium di papa Francesco, per spiegare questo concetto. Monsignor Tangorra ha aperto la sua conferenza sottolineando la difficoltà nel dare una definizione precisa della Chiesa, vista la sua complessità. Tra tanti concetti, rappresentazioni e immagini che la Sacra Scrittura e la tradizione offrono per parlare della Chiesa, il Concilio Vaticano II ha messo l’accento sul concetto di «popolo di Dio», per dare una nuova nota cognitiva rispetto alle nozioni di «Corpo mistico » , «Sacramento» o «Comunione», termini molto presenti nel linguaggio teologico ed ecclesiologico dell’epoca precedente il Concilio. Il relatore ha indicato tre ragioni di questa scelta preferenziale, non esclusiva: innanzitutto, si tratta di recuperare la globalità, l’unione, la collettività del popolo di Dio, puntando sull’Io collettivo. Questo accento sulla collettività si pone contro il clericalismo, e vuole recuperare la pienezza dei battezzati. La seconda ragione è quella di recuperare la nozione comunitaria di Chiesa. Dio vuole costituire un popolo e vuole fare alleanza con una collettività.
Essere cristiano significa vivere da cellula, essere parte integrante di un insieme. La terza ragione è quella di dare rilievo alla storicità della Chiesa, che non è una «cosa tutta fatta», ma un germe che deve crescere in un rapporto incisivo con il tempo che viviamo. Questo significa avere tanta passione per il nostro tempo, dialogare con la cultura di questo nostro tempo. Assente all’inizio del Concilio, l’idea della Chiesa come popolo di Dio è apparsa verso la sua conclusione come una vera «rivoluzione copernicana ». Dal punto di vista comunicativo questo concetto era un vero successo. Nei suoi scritti e nei suoi messaggi papa Francesco si pone in questa ottica per quanto riguarda la sua concezione della Chiesa. Possiamo ricordare un gesto inconsueto che fece nella sua prima apparizione pubblica quando i fedeli presenti in piazza rimasero sconvolti, non essendo abituati, nel sentire un Papa chiedere la benedizione del popolo. Quello che sembra strano per il modo occidentale di concepire la Chiesa, è una cosa normalissima per il Sud America, dove il rapporto tra il Vescovo e il suo popolo è molto particolare.
«In questa parte del mondo non è strano che il Vescovo benedica il popolo e che a sua volta il popolo benedica il Vescovo», spiegava monsignor Tangorra, riferendosi alla testimonianza di un vescovo messicano.
L’idea della Chiesa popolo di Dio sviluppata nella Evangelii Gaudium si articola in tre punti: popolo per tutti, popolo generante e popolo in divenire. Con un tale approccio il Papa punta sull’«anti–elitarismo» di una Chiesa che deve accogliere e fare convivere tutti, una Chiesa senza mura, una Chiesa in uscita, una casa aperta per tutti, ma non una dogana. Mettendosi contro ogni clericalismo, il Papa chiede ai pastori di essere facilitatori e non controllori delle grazie.
Il popolo di Dio non è una massa destinataria dell’azione pastorale, ma un’anima, una fede che vive per sé. E’ proprio per questo motivo che il Papa riconosce l’importanza della religiosità popolare, mistica popolare. Il Popolo di Dio è anche un popolo in divenire, «popolo si diventa»:l’identità di un popolo si progetta ed è quindi necessario essere in relazione per essere cristiani.

 

di Don Roberto Sisi
Avvenire Lazio Sette 3 aprile 2016