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Fame dell’uomo e banchetto di Dio

1 corpo e sangue di Cristodon Massimo Grilli

Leggendo le pagine neotestamentarie sulla “cena del Signore”, si nota che esse sono frutto di un lungo cammino che, partendo dalla pasqua celebrata da Gesù con i suoi discepoli, passa attraverso la “memoria” delle prime comunità cristiane, per concludersi poi nei racconti scritti da Paolo e dai sinottici. Alla luce di questo processo, si può ben dire che la comunità cristiana è nata, e nasce continuamente, attorno alla mensa eucaristica. Per questa ragione nel concilio Vaticano II, a più riprese, l’eucaristia è stata definita “fonte e culmine” della vita cristiana. Ciò significa che, se l’eucaristia non esaurisce di certo il compito della chiesa, ne è tuttavia il centro gravitazionale, ciò che ne fa un popolo in cammino nella storia, verso la pienezza di vita. L’eucaristia diventa così memoriale e sacrificio perfetto, viatico per il cammino, banchetto di comunione fraterna e pregustazione del convito futuro. Tutti motivi che ritroviamo nelle letture bibliche della festa del corpo del Signore.


Il segno del pane

La moltiplicazione dei pani è l’unico miracolo ricordato da tutti gli evangelisti, in sei redazioni diverse, perché Marco e Matteo ne riportano addirittura una seconda versione. Ciò indica la portata che questo evento assunse presso le prime comunità, e non tanto per quanto accadde (è difficile risalire al concreto momento storico e alle circostanze dettagliate della vicenda), ma per ciò che esso significò nella vita cristiana e nell’attesa del futuro escatologico. Percepire le diverse simbologie di questo racconto diventa perciò fondamentale per svelarne l’autentico significato.
Il racconto inizia all’insegna di una carenza. Luca nota che il giorno cominciava a declinare, il luogo era deserto e non c’era pane. All’origine di un intervento divino abbiamo spesso nella Bibbia una mancanza o una impossibilità umana: così avvenne per Abramo, vecchio e con la moglie sterile; così fu per il popolo d’Israele oppresso dal potere del faraone; così avvenne per Elia nel deserto, stanco e pronto a morire; così si dice nel libro di Rut, quando una carestia costrinse Elimeleck e la moglie Noemi a trasferirsi nel paese di Moab. Potremmo continuare: la privazione diviene la condizione attraverso cui emerge in primo piano la potente azione divina. Perché non dimentichiamo che la fede va misurata anzitutto con il compasso di chi non ha e di coloro per i quali l’attesa si chiama pane da mangiare, acqua da bere, vestito da indossare, piaga da guarire.
La frase «Voi stessi date loro da mangiare» non deve essere giudicata una mancanza di realismo da parte di Gesù. Sullo sfondo c’è l’episodio riportato dal secondo libro dei Re, dove il profeta Eliseo dà un ordine analogo al suo servitore, sapendo che sarebbe stato il Signore a provvedere (2Re 4,42-44). Per gli apostoli il poco (cinque pani e due pesci) non basta. Per Gesù, invece, il poco basta a chi crede nell’onnipotenza divina e nella forza dell’amore. In fondo, l’uomo ha sempre poco tra le mani, se messo in relazione alle necessità del mondo: poco denaro, poca speranza, poco coraggio, poca luce… Ma basta, quando è fecondato dalla potenza della fede e dal desiderio di condivisione. Di fronte alla cecità degli apostoli, Gesù stringe nelle mani il poco dell’uomo: prende il pane, alza lo sguardo al cielo, pronuncia la preghiera di benedizione, spezza i doni e li dà. In questi gesti il miracolo diventa segno, richiamando la celebrazione eucaristica dove una comunità bisognosa di salvezza e credente celebra la cena del Signore, annunciando la sua morte e risurrezione in attesa del suo ritorno. È così che il convito diventa pasto della nuova alleanza, come riferiscono i racconti eucaristici di Paolo e Luca, e il poco basta quando viene benedetto e condiviso.

 
L’alleanza nuova

Il tema dell’alleanza (Es 24) e della nuova alleanza (Ger 31) costituisce lo sfondo di comprensione dei testi. Per Israele, lo scopo della liberazione dall’Egitto e delle successive liberazioni dalle mani dei nemici è l’Alleanza: la comunione con Dio. L’eucaristia cristiana riprende questo motivo, ma esprime tutto in una sintesi nuova: nella pasqua di Gesù si è realizzata la piena riconciliazione e la piena comunione con il Padre. In Gesù si ha un nuovo inizio: Dio dice ancora il suo sì al patto stretto con Israele e con l’umanità intera.
Secondo Luca e Paolo, si tratta di un’alleanza nuova e la liturgia della chiesa parla di “nuova ed eterna alleanza” riferendosi al sacrificio di Gesù: concetti che appartengono a Geremia e a Ezechiele. Nuova, come la vita che è «sempre nuova e da rinnovare… Come l’amore, che ne è lo spirito e l’impulso, l’alleanza è tutto il contrario di un’istituzione, le cui componenti verrebbero fissate una volta per sempre. Come l’amore, l’alleanza è ricerca costante dell’“altro”, insoddisfazione di sé, generosità sempre in risveglio, stupore e invenzione instancabili. Perpetuo spirito di riforma e di superamento. Tutto il contrario dell’abitudine. In tal modo non sorprende che i grandi “rinnovamenti” dell’alleanza abbiano avuto luogo in momenti particolarmente decisivi o critici della storia d’Israele, e in nome della comunità intera» (Auzou).
La novità cristiana è espressa dall’oblazione personale di Gesù, il quale personalizza la nuova alleanza nel dono di sé: «questo è il mio corpo che (è) per voi» (Paolo); «questa è la nuova alleanza nel mio sangue versato per voi» (Lc). In questi testi si sottolineano con chiarezza l’aspetto personale e oblativo: si tratta dell’offerta della vita per amore: un’alleanza scritta – come l’amore – non più sulla pietra ma nell’intimo; non più soggetta a usura a motivo dei peccati, ma fondata sulla fedeltà di Dio, che è sempre un essere-per-l’uomo senza pentimento.
Grazie al gesto di Gesù, si realizzano, ancora una volta, il perdono e la riconciliazione, che ristabiliscono una nuova intimità con Dio. Gesù diventa, così, il mediatore del nuovo rapporto con Dio, non solo per Israele ma per tutti i popoli, e l’eucaristia il luogo per eccellenza dell’annuncio salvifico, la sorgente di un nuovo rapporto che vincola di nuovo Dio e l’uomo: per sempre.
E tuttavia, l’alleanza definitiva stabilita in Gesù non è ancora pienezza. C’è un rimando a una realizzazione ulteriore: i credenti in Cristo aspettano il compimento futuro che sarà nella Gerusalemme celeste quando, senza cessare, l’alleanza sarà trasfigurata nella piena comunione di vita. L’eucaristia è anche il segno di questo futuro di Dio e dell’uomo, di una pienezza mai raggiunta perché – con le sue preoccupazioni e le sue disobbedienze, le sue paure e le sue lacrime, ma anche con i suoi successi e le sue gioie – la nostra vita sarà costituita completamente nuova e libera, grazie a Gesù Cristo. E tutto avrà un senso: «Tutto ciò che vive, tutto ciò che è bello, fino all’ultimo filo d’erba, persino quel breve momento in cui hai sentito la vita palpitare nelle tue vene: tutto sarà vivo, per sempre. Persino il dolore, persino la morte hanno un senso, divengono i sentieri della vita» (Atenagora).

 

 

 

 

 

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ordinazione Josè Manuel Tabilo Carrasco

 

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