Domenica, 26  Gennaio  2020  19:13:23


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Risurrezione e amore

Luca-Lc-2027-38La risurrezione è il motivo dominante di questa domenica. Senza alcun dubbio un motivo centrale, non solo nella vita della prima comunità cristiana, ma nella chiesa di ogni tempo, perché senza risurrezione non c’è fede né speranza. Senza risurrezione non c’è nulla di nuovo sotto il sole e niente potrebbe essere detto agli uomini che non sia già consumato dal regno della morte, che abita nelle viscere della terra. Isacco il siriaco identificava “il peccato” con la negazione della risurrezione e se ne comprende bene la ragione: negare la risurrezione significa negare la fedeltà di Dio: come se egli si dileguasse nel momento supremo, che è quello della morte. Negare la risurrezione, significa negare il coinvolgimento divino nella storia umana.

Gesù e i sadducei

Il dibattito di Gesù con i sadducei affonda le sue radici nelle discussioni che avvenivano nei circoli del giudaismo intertestamentario e nella contrapposizione tra i farisei e i sadducei sul tema della risurrezione. I sadducei, che negavano la risurrezione dei morti, si avvicinano a Gesù con intento polemico ed espongono una situazione paradossale. Nella loro logica di carattere agnostico portano alle estreme conseguenze la legge del levirato per dimostrare che la risurrezione è impossibile. A loro parere, il caso dei sette fratelli, sposi di un’unica donna, serve solo a dimostrare l’insensatezza di questa credenza.

Come spesso accade, Gesù sposta il discorso su un altro piano, smascherando – allo stesso tempo – la superficialità degli interlocutori nel comprendere le cose divine e la loro malafede. Parlando del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, Gesù riconduce il discorso all’alleanza di fedeltà, promessa ai padri e manifestata in tutta la storia di Israele. La risurrezione non è un semplice miglioramento della condizione attuale, ma ha un legame fondamentale con la fedeltà di Dio, con la sua alleanza santa che, essendo una relazione di vita, è viva come la vita, sempre nuova e da rinnovare. È impensabile immaginarla secondo categorie umane o disegnarla con i parametri propri della vita naturale, perché essa appartiene al mondo di Dio e alla sua decisione di stare dalla parte dell’uomo.

Gesù non dice neppure che il mondo dei risorti è di natura “angelica” con l’intenzione di svalutare la condizione matrimoniale o l’amore terreno, come se si trattasse di qualcosa di rango inferiore rispetto allo stato celibatario. Purtroppo il testo è stato letto anche così, ma l’intenzione è stata fraintesa. In realtà, Gesù descrive lo stato di risorti come una novità radicale rispetto alle condizioni di esistenza umana, che sono sotto gli occhi di tutti. Il mistero divino sfugge soprattutto a chi, come i sadducei vogliono ridurlo a common sense, senza capire che nessun occhio umano, nessun orecchio, nessun discorso può coglierne la profondità. Chi è avvezzo a leggere la Bibbia, si rende spesso conto che essa rivela e nasconde il mondo di Dio; non per gioco, ovviamente, ma perché esso è accessibile solo a una percezione che abbia il suo principio e il suo fine nell’amore. I trabocchetti e i sofismi dei sadducei di ogni tempo rivelano solo un animo insensibile al cuore di Dio e al cuore dell’uomo.

Gesù afferma una novità radicale: Dio è capace di vincere la morte, grazie alla sua fedeltà, «perché tutti vivono per lui». Questa espressione, un po’ enigmatica, è stata interpretata in modi diversi, ma uno dei significati più adatti al contesto sembrerebbe proprio questo: la risurrezione di Gesù è la testimonianza suprema che «tutti vivono per amore di lui», tutti vivono grazie alla sua fedeltà. Luca, che scrive verso la fine del primo secolo, pensa senza dubbio all’evento che ha cambiato la storia: la risurrezione di Cristo. Chi crede alla risurrezione di Cristo non verrà abbandonato nel regno della morte, ma vivrà grazie al suo amore. È alla luce di questo evento che va letta, dunque, la disputa tra Gesù e i sadducei.

La risurrezione di Gesù testimonia che Dio è – per sempre e per tutti – il Dio della vita, che sconfigge la morte. La risurrezione di Cristo non è un miracolo tra gli altri, e neppure la necessaria conclusione riparatricedopo il fallimento della morte, ma la novità assoluta di Dio nel regno governato dalla malattia, dalla solitudine e dal limite: è l’acqua che zampilla nel deserto, il respiro divino che attraversa – potente – lo Sheol, dove regnano le tenebre. La pasqua è il canto della vita che irrompe tra le macerie della morte volute dall’uomo. In questa luce, il messaggio lucano è di estrema attualità, perché riafferma che Dio è un Dio-per- noi e che la creazione non sarà abbandonata a se stessa, perché Dio ha creato tutte le cose per la vita e tutte sussistono in lui.

Risurrezione e vita

L’affermazione che Dio non è un Dio dei morti, ma dei viventi significa riconoscere una forza che feconda la storia, nonostante le ingiustizie, le oppressioni e la morte che sembrano regnare nelle vicende del mondo. Credere nel Dio dei viventi significa credere nel seme divino, che feconda il deserto arido e senza amore. Non si vuole con questo negare la necessità di un’analisi culturale e politica per comprendere l’uomo e la sua storia e per porre rimedio ai mali che l’affliggono. La scienza, l’arte, le strutture e le invenzioni umane... sono non solo necessarie, ma indispensabili per sconfiggere il negativo della vita. Ci sono terreni che bisogna esplorare, rotte che bisogna percorrere. Lo sforzo dell’intelligenza costituisce la nobiltà dell’uomo. Ma non è tutto. O meglio, è tutto quando è fatto per amore, in nome di un amore che dona la vita e che crede nella vita anche quando viene crocifisso e tutto sembra perduto. È solo la fedeltà per amore che trasforma un patibolo in strumento di salvezza; è l’amore che dà efficacia all’impegno umano.

La risurrezione non è altro che la vittoria della croce, vissuta per amore. Allora, come afferma Giovanni Crisostomo, «grazie alla croce non andiamo più errando nel deserto, perché conosciamo il vero cammino; non restiamo più fuori della casa del re, perché abbiamo trovato la porta; non siamo più nella solitudine, perché abbiamo ritrovato lo sposo; non abbiamo più paura del lupo, perché abbiamo ormai il buon pastore. Grazie alla croce, non ci spaventa più l’iniquità dei potenti, perché sediamo al fianco del re». Torna anche alla mente la liturgia mozarabica che nella notte di pasqua canta: «Veramente santo, veramente figlio di Dio è il Cristo, che salì sul patibolo della croce affinché, nella sua morte, la morte perdesse tutte le sue forze. Discese agli inferi per estrarre vittorioso l’uomo decaduto per l’antica colpa e fatto schiavo del regno del peccato, e per spezzare con mano potente le serrature delle porte e aprire a quanti l’avrebbero seguito la gloria della risurrezione».

 

Massimo Grilli

 

 

 

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