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I presbiteri formati alla sinodalità

presbiterio«Permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: 

in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, 

in ogni diocesi e circoscrizione, in ogni regione, 

cercate di avviare, in modo sinodale, 

un approfondimento della Evangelii gaudium

per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, 

specialmente sulle tre o quattro priorità 

che avrete individuato in questo convegno. 

Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo 

per concretizzare questo studio» 

(papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze)

 

La parola sinodalità è un composto di due parole originarie: insieme e strada (syn odòs) e vuol dire molto semplicemente fare una strada assieme, camminare insieme. Nel vangelo si legge che Gesù ha compiuto la sua missione quasi sempre in cammino, era sempre in giro: Nazareth, Gerusalemme, Gerico, i territori della Decapoli, la Samaria… E lungo queste strade era sempre accompagnato dai discepoli e seguito dalla gente: camminavano insieme. Lui, mentre era in cammino, insegnava e compiva segni, ma andava lucidamente verso una meta ben precisa: il mistero pasquale. La seconda parte dei vangeli sinottici, soprattutto quello di Luca, sottolinea questo dato della missione di Gesù: «Mentre era in cammino verso Gerusalemme». La parola sinodalità aggiunge al tema della comunione quello del camminare, camminare insieme, sia tra preti, ma soprattutto e sempre con i laici. Papa Francesco in EV dice che il pastore deve stare davanti alle pecore per trascinarle, dietro le pecore per sostenere le deboli e aiutarle a raggiungere le altre, in mezzo per condividere e fare compagnia nel cammino

Questo tema della sinodalità, di cui spesso papa Francesco parla e che soprattutto sperimenta sulla sua pelle, per così dire,  è importante per l’esercizio del ministero presbiterale. La vita della Chiesa, nel suo dispiegarsi nella quotidianità delle varie comunità, di fatto sta sulle vostre spalle di preti, siete voi che  tutti i giorni state in trincea o  tirate ogni giorno la carretta, a contatto quotidiano con la gente. Per cui è oltremodo importante che siate persone formate alla sinodalità, a cominciare dalle intime convinzioni fino alle scelte concrete sul piano della guida pastorale del popolo a voi affidato. Decisamente non è più tempo (se mai lo è stato) di una conduzione solitaria della pastorale, ciascuno nella propria parrocchia,  perché è ora di attuare l’ecclesiologia conciliare, senza aspettare più, soprattutto senza «se» e senza «ma». I tempi ce lo chiedono.

Ovviamente, per fare una strada «assieme», occorrono alcune condizioni: che si desideri concordemente raggiungere la stessa destinazione e che si abbia voglia di condividere lo stesso cammino, perché si hanno valori comuni. 

 

Essere presbiterio

Per parlare dunque di sinodalità, la prima consapevolezza che va recuperata,  da parte di tutti voi presbiteri e di me vescovo, è quella di essere presbiterio, e questo va realizzato a cominciare dai tempi dell’orientamento e del discernimento vocazionale e poi della formazione al ministero. Forse il tema del far parte di un corpus non è sufficientemente praticato e declinato nel tempo del primo orientamento vocazionale. È molto più sentito e praticato «l’entrare a far parte di un ordine religioso» che non «l’entrare in un presbiterio». Per il ministero sacro ci si accontenta del più sbrigativo «diventare prete», come se si trattasse di un qualcosa che riguarda una persona, quella persona e basta. E tutti sappiamo che il linguaggio è per un verso indicativo di una mentalità e per un altro verso generatore di una mentalità che si fa prassi. Ed è facile perciò, spesso, considerare normale e continuare a vedere anche oggi presbiteri che fanno da soli e che sono soli, che amano stare soli. E succede pure che le riunioni, gli incontri nei quali si dovrebbe dar sostanza alla sinodalità vengano invece subiti e volentieri disattesi perché percepiti come imposizioni che piovono dall’alto. Eppure il cammino di formazione si svolge in un contesto di vita comunitaria (i seminari)! Evidentemente durante gli anni della formazione questo dato talvolta viene subìto come  disciplinare e non vissuto come un’educazione del cuore. Ne viene che l’attitudine al camminare insieme dovrebbe essere un criterio da considerare seriamente circa l’autenticità vocazionale di tanti cammini. I tipi solitari che si chiudono in camera, con la scusa che hanno troppo da studiare e che mal sopportano tutto ciò che è comunitario, dovrebbero far seriamente preoccupare gli educatori.

I testi neotestamentari che parlano del ministero presbiterale usano sempre il termine al plurale: presbiteri, collegio dei presbiteri. E’ fin troppo chiaro che il ministero sacro è concepito nel Nuovo Testamento come una realtà intimamente collegiale. Come non ricordare qui la bellissima pagina del capitolo 20 del libro degli Atti, dove Paolo saluta i presbiteri di Efeso con espressioni di grande tenerezza, ma dalle quali emerge in pieno la responsabilità collegiale che i presbiteri sono chiamati a esercitare nel guidare la Chiesa di quella città, affrontando insieme i problemi che la affliggono.

 

Ascoltare

Per un ministro sacro l’ascoltare è il primo ineludibile capitolo dell’azione pastorale, un verbo da declinare in ogni direzione: ascoltare la Parola innanzitutto, poi ascoltare il vescovo, ascoltare gli altri confratelli, costituiti nello stesso ministero, ascoltare la propria gente.

Ascoltare insieme

Sicuramente tutti noi ascoltiamo la Parola, ma occorre anche che la ascoltiamo insieme, per educarci a fare discernimento pastorale a partire da qui, dalla Parola ascoltata insieme, prima ancora che dalle analisi delle situazioni fatte su base sociologica. 

Ascoltare il vescovo 

Ascoltare il suo magistero, le sue linee guida nell’organizzare il cammino di Chiesa. Il vescovo, dovrebbe avere il senso dell’insieme e di quello si fa voce nel momento in cui offre la sua lettura della realtà. Diciamocelo con grande franchezza che voi preti non fate il bene della Chiesa quando non ascoltate o addirittura snobbate il vescovo e il suo magistero, il più delle volte per sostituire a esso il vostro magistero, con il quale vi costituite una vostra infallibilità e insindacabilità di giudizio e di operatività pastorale. 

Maggior ascolto dei preti da parte di me vescovo

Credo che facciamo vari incontri tra di noi, con libertà di parola, con gruppi di lavoro. Abbiamo cambiato gli incontri di formazione da mattinate in cui parlava uno e poi si tornav a casa a giornate con possibilità di stare un poco assieme e pregare assieme. Sto vivendo da 2 anni e mezzo nelle parrocchie anche come abitazione e con voi mi sono incontrato singolarmente tante volte

Ascoltare  gli altri confratelli

Essi sono dello stesso ministero; si fa sinodalità tra presbiteri . Si ascolta se c’è l’umile convinzione di non avere il monopolio della verità e perciò si avverte fin dal profondo l’intima convinzione che dagli altri, anche uno solo, si ha sempre da imparare: 

  • i più giovani dai più anziani perché hanno più esperienza. Spesso capita di vedere i giovani, ultimi arrivati, relazionarsi con supponenza con quanti sono sulla breccia da tanti anni, talvolta decenni. Allergici a chiedere consigli e insofferenti nel riceverli, disinvolti nello snobbarli. Talvolta mal sopportano di stare a lato mentre desiderano quanto prima essere al centro dell’azione pastorale;
  • d’altra parte anche gli anziani hanno tanto da imparare dai più giovani e non sempre la generazione più adulta si mostra gioiosamente disponibile a riconoscere e ad accogliere la freschezza e la novità. I neo presbiteri vengono visti dai più «grandi» semplicemente come «manovalanza» pastorale che li deve aiutare e all’occorrenza, ma solo se necessario e in caso di emergenza, sostituire. Difficilmente vengono visti e trattati da veri confratelli;della serie: «Ricordati che anche quando devi spostare una sedia, mi devi chiedere il permesso»!
  • e infine, anche dai coetanei si ha sempre da imparare. Spesso, è vero, sono portatori di visioni diverse. Ci sono quelli più amanti della tradizione e quelli più aperti all’oggi, ci sono quelli che amano celebrare solo con la pianeta e quelli che non metterebbero mai la talare, ci sono quelli più attenti a curare il culto e quelli più sbilanciati sul sociale. Non è detto che tutto questo sia una sventura, anzi, se c’è un vero stile di sinodalità  diventa occasione di una sana dialettica che alla fine fa crescere tutti, fa crescere la Chiesa. E così la Chiesa diviene sempre più bella perché è davvero la casa di tutti, nella quale i suoi figli non consumano le loro energie a lanciarsi scomuniche reciproche e a farsi piccole grandi guerre o anche solo dispetti, ma operano concordemente per renderla credibile ed efficace nella sua azione.

Questo esige che si smetta di parlar male gli uni degli altri, di calunniare o scrivere lettere anonime o mettere alla berlina i confratelli in face book, di creare fazioni o gruppi autosufficienti

 

Dall’ascolto una prassi

Questa intima convinzione, che cioè ascoltarsi fa bene alla Chiesa, fa nascere e fa crescere un desiderio, un gioioso bisogno di costruire una prassi concreta, quella del fare insieme. Questa attitudine non si può improvvisare il giorno dopo l’ordinazione presbiterale. Fin da quando in un giovane emergono i primi segni di un orientamento vocazionale, un occhio attento vede chiaro che tipo di prete egli vuole diventare. Ed è quello il momento in cui gli accompagnatori, gli educatori nei vari ambiti possono e devono intervenire per aiutare il giovane a mettersi alla scuola del Maestro per correggere il tiro ed educarsi al ministero inteso come servizio e non come potere. Ma nel caso ci siano resistenze invincibili verso questo cambio di prospettiva, occorre aiutarlo a convincersi di cambiare progetto di vita, perché quella che egli presenta come suo desiderio, proprio per questo motivo, semplicemente non può essere volontà di Dio. Fatto salvo, ovviamente, il potere della Grazia di generare conversioni  in ogni stagione della vita ministeriale. E, a onor del vero, qualche volta accade.

Ma educarsi alla sodalità vuol dire anche educarsi ad ascoltare le voci della storia, degli uomini e delle donne del nostro tempo. Questo passaggio è altrettanto essenziale. Il versetto giovanneo del Verbo che si fece carne dovrebbe essere programma di vita di ogni ministero. Un prete non è un buon prete se è perfetto nella gestione della vita liturgica, se usa paramenti all’ultima moda, se è preciso nelle cose amministrative, ma poi sul piano pastorale è disattento alla vita, alla storia e alle storie della sua gente, se le sue relazioni con le persone sono eccessivamente mediate dal ruolo. Peggio se convoca il consiglio pastorale solo per chiedere conferme a quanto egli ha già deciso e non invece per chiedere aiuti concreti innanzitutto nella lettura della realtà. 

Per leggere la realtà  nella sua ricchezza e nella sua complessità occorre uscire. Non è superfluo ricordare che il divino Redentore, per riuscire a conoscere dal di dentro la vita degli uomini e delle donne del suo tempo, si è fatto cittadino di una comunità umana, quella di una contrada chiamata Nazareth, e l’ha vissuta tutta intera per ben trent’anni, confuso tra la gente, senza dare nell’occhio in nulla. Non si spiegherebbero diversamente le reazioni dei suoi compaesani di fronte alla sua prima uscita pubblica nella sinagoga: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». In quei lunghi anni Gesù non ha fatto altro che questo: stare con le persone, ascoltarle, ascoltare il battito dei loro cuori. E per imparare bene quest’arte, non ha avuto alcuna fretta di incominciare il suo ministero, ha saputo attendere per ben trent’anni. La nostra gente ci guarda e percepisce come ufficiali di un’istituzione, disincarnati e lontani dalla vita reale, disincarnati e lontani e perciò incapaci di capirla fino in fondo.

 

Sincronizzare il passo e su obiettivi comuni

Sincronizzare il passo vuol dire che in questo popolo in cammino, in particolare nei nostri presbitèri, occorre che  portiamo tutti lo stesso passo, non c’è posto per chi corre, magari perché vuole assaporare il gusto (e la gloria!) di arrivare primo e chi va piano perché non ce la fa o anche perché non è del tutto convinto che bisogna raggiungere la meta verso la quale camminano tutti. Sincronizzare il passo vuol dire avere a cuore mete comuni, non parrocchie in cui ciascuna fa quello che vuole o sottrae clienti, fedeli alle altre perché qui si fanno gli sconti. Allora se si hanno le stesse mete, se si  cammina insieme si prova il gusto e la gioia di camminare insieme, sapendo che mentre si cammina, mentre si condivide la gioia e la fatica del cammino, si parla insieme, si condividono idee, progetti da fare  quando si sarà giunti alla meta, si condividono storie, desideri, sogni e speranze che la stessa meta ispira, si sperimentano insieme la fatica del camminare e la gioia delle mete conquistate. E così si cresce camminando insieme, perché ciascuno ha dato qualcosa di sé e anche insieme ha ricevuto qualcosa dai compagni di cammino. Solo camminando congiuntamente e avendo la stessa meta sii impediscono fughe solitarie, che non servono a nessuno, si vincono paralizzanti lentezze, si tiene assieme anche la gente.

 

Bandire i protagonismi, ma valorizzare i talenti e i carismi di ciascuno

Non è difficile ritrovarsi tutti d’accordo sul fatto che uno degli ostacoli più seri alla realizzazione della sinodalità come stile di Chiesa sia una certa tendenza al protagonismo di certa parte del clero.  Protagonismo inteso come tendenza a sentirsi e a proporsi come il centro della parrocchia. Abituati a essere al centro dell’altare nelle celebrazioni, ci si convince di essere il centro in tutto il resto della vita della Chiesa. E si dimenticano alcuni dati essenziali:

  • Innanzitutto che il centro della Chiesa è Cristo Signore e non noi, 
  • che presiedere non equivale semplicemente a comandare,  
  • nemmeno di aver sempre e comunque ragione su tutto. 

Il protagonismo fa sì che tante volte i preti non vogliono ascoltare i laici, i confratelli, tanto meno il vescovo, come si diceva pocanzi. «Faccio io, così faccio prima», è l’espressione che talvolta si ascolta nei nostri ambienti.  Allora l’ascolto degli altri è concepito come una perdita di tempo. È chiaro che questo modo di procedere è faticoso, talvolta sfiancante, spesso genera sofferenze e delusioni, ma è così che si costruisce una Chiesa nella quale la sinodalità è molto più di una parola che si mette in ogni contesto solo perché va di moda, come si diceva all’inizio. 

Va bandita dunque ogni forma di protagonismo, quelli sfacciati e quelli subdoli, che si celano dietro spiritualismi che non convincono più nessuno perché sono smentiti da prassi pastorali in cui  il motore che tira e muove tutto resta di fatto una sola persona, che decide ogni cosa unicamente partendo dalle proprie convinzioni e dalle proprie abitudini: si è fatto sempre così! 

Bandire il protagonismo non vuol dire appiattire tutto. Certo, e per fortuna, non siamo tutti uguali, ciascun prete nel nostro presbiterio è portatore di carismi, di attitudini, di talenti, ed è un bene che queste ricchezze individuali non vengano azzerate ma conosciute innanzitutto, poi riconosciute e valorizzate, in modo che giovino alla causa comune. Tra noi capita invece che un carisma o un talento di un prete (la predicazione, il canto e la musica, l’arte, il giornalismo, l’impegno nel campo della cultura…) venga facilmente usato ai fini della realizzazione personale del singolo, se pur al servizio di finalità buone per la costruzione di un generico «Regno di Dio», ma difficilmente entra come elemento importante dentro un progetto pastorale elaborato con stile sinodale. Oppure viene visto quasi con invidia e quindi denigrato e perfino calunniato. 

 

Bandire il clericalismo

Sinodalità è  che i preti abbiano  un rapporto ecclesiale chiaro, di collaborazione e corresponsabilità con il mondo laicale, con le famiglie, soggetti e non oggetti di pastorale. L’assenza di associazioni nella maggioranza delle nostre parrocchie è segno di una grande deriva del nostro servizio presbiterale. Non avere associazioni vuol dire non volersi confrontare con progetti di vita cristiana, non solo con mano d’opera isolata e gratuita.  Questi progetti nascono da statuti associativi pure riconosciuti dal vescovo, a norma di diritto canonico. Vuol dire non riconoscere i doni carismatici, come vi dicevo il mese scorso secondo la Juvenescit Ecclesia. La Chiesa è fatta da doni gerarchici, che incarniamo noi presbiterio, ma necessariamente anche da doni carismatici. I fedeli hanno diritto di associarsi e non devono chiedere il permesso a nessuno per fare associazione, proprio per il loro battesimo. Mi tolgo un sassolino dalla scarpa. Alcuni di voi sono andati o hanno mandato a Roma, lamentele perché qui a Palestrina ci sono troppe associazioni. Tanto che non mi permettono più di fare associazioni. Certo che c’è più calma nella parrocchia, che si può comandare meglio come si vuole, ma dove è il ruolo dei laici se i collaboratori ( nota: non i corresponsabili) vengono chiamati e mollati ad nutum presbiteri? Il mio principio un poco semplicistico , ma che rende l’idea è: meglio litigare che avere la pace del cimitero. Nella visita pastorale ho visto tante parrocchie nella pace del cimitero o quasi e queste non avranno vita lunga: non hanno associazioni e la parte civile invece ne è ricchissima, non hanno pure nessuno che serve la messa; ho celebrato messe solenni, mitiche in cui non mi sono mai sentito così nobile perché mi lavavano le mani i concelebranti. 

Occorre far crescere la convinzione che sinodalità non è la parola magica del momento, ma una urgenza che i tempi impongono alla vita e alla prassi della Chiesa. Ad essa dovremmo con un po’ di umiltà convertirci un po’ tutti, se davvero vogliamo bene alla Chiesa che serviamo con il nostro ministero e se vogliamo che il nostro servizio sia davvero all’altezza dei tempi. 

 

Post scriptum: ho utilizzato alla grande un articolo del vescovo di Andria mons. Mansi, come appare in Orientamenti Pastorali 3(2016)

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

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ordinazione Josè Manuel Tabilo Carrasco

 

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