Giovedi, 16  Luglio  2020  15:06:31


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L’attesa si compie nell’accoglienza di un dono: Gesù.

crismaleChe significa attendere?

 

Le attese dell’uomo sono tante, ma non tutte sono vere attese.

Attende la mamma il suo bambino nella lunga gestazione, attende il ragazzo la sua ragazza all’uscita dalla scuola, attende il malato i risultati delle analisi, attende il giovane l’esito dell’ennesimo colloquio di lavoro, attendono i genitori che cigoli la porta di casa alle cinque del mattino per tirare un sospiro di sollievo: è tornato vivo! Attende il bambino il sorriso del papà al suo ritorno da scuola, attendono gli immigrati il permesso di soggiorno in fila fin dalle prime luci del mattino, attende l’anziano nella casa di riposo la visita di qualcuno che gli ricordi di essere vivo; attendono gli affamati un pane, gli esiliati la patria, tanti bambini la pace e non la sanno nemmeno immaginare tanto sono abituati a vivere sotto i colpi dei mortai. Attendono i nostri malati nelle nostre abitazioni, in cima a scale impossibili che non riusciranno più a fare, la nostra visita, i nostri conforti religiosi, i nostri ministri straordinari della comunione, seduti alla finestra. Attendono ad Aleppo migliaia di persone la libertà, ma non sanno se verrà solo perché saranno sterminati.

Non è attesa invece quella del terrorista che ha già la mano sulla cintura esplosiva o sul telecomando del detonatore, non è attesa quella del pedofilo che sta tirando le maglie dei suoi ricatti, non è attesa la lunga coda di automobili che la nostra gente deve subire ogni giorno da pendolare per andare e tornare dal lavoro; non è attesa l’aria greve che prende la piazza per l’arrivo dello spacciatore o l’appostamento lungo la strada per comperare il corpo di qualcuna o di qualcuno; non è attesa la solitudine di chi dopo tante tergiversazioni prende la finestra di corsa; e nemmeno quella dell’usuraio che ogni giorno torna a misurare il sangue succhiato ai poveri…

E’ attesa la tensione verso la vita, quella degli altri, la mia, quella del mondo; non è attesa tutta quella percezione o orientamento alla  morte che spesso abita le nostre esistenze. Nel nostro mondo di oggi tutti aspettiamo la fine della crisi, ma ne siamo fatalmente intrappolati senza spiragli.

 

Attendere è sempre e solo essere orientati alla vita

Purtroppo spesso perdiamo tempo a preparare la morte, a pensare il male per noi e per gli altri, a impiegare le nostre migliori qualità nella produzione di disperazione e di dispersione. E’ molto importante per l’uomo sapere verso chi è orientata l’attesa, perché l’attesa ha la capacità di tirarti dentro tutto, di trasformarti, di ridefinire la tua stessa identità, di farti crescere e di rimodulare la tua esistenza su quello che attendi. E’ una forza potente per concentrare energie, per dare organicità ai nostri molteplici impulsi, per canalizzare le qualità personali e di gruppo, per noi presbiteri quelle di un presbiterio che collabora e vuole bene al suo popolo. E’ tanto vero che chi non aspetta niente, perde l’entusiasmo del vivere; si sente come un pacco postale spedito: già tutto è deciso, niente di nuovo, tutto ritorna come sempre.

In questo l’attesa assomiglia molto alla preghiera, alla supplica a Dio perché ci ascolti. Ma perché devo continuare a pregare Dio, quando Lui già conosce tutto? Non è Dio da convincere, ma sono io che nel desiderare, nell’attendere ciò che chiedo sono costretto a capire più in profondità la bellezza, l’importanza, la necessità della posta in gioco e sono aiutato a vagliare la domanda, a purificare le mie intenzioni, a tener conto di un progetto di mondo più ampio del mio piccolo interesse o un progetto di chiesa che è più grande della mia parrocchia. Quando la mamma attende la nascita del figlio, già lo sta amando; quando la fidanzata attende il fidanzato si prepara a valutare la sua capacità di condividere la vita; quando un ragazzo attende il suo lavoro già sogna di impiegare le sue forze per qualcosa di bello per tutti

 

Attendere è il contrario del tutto e subito

E’ vero che un po’ di efficienza non guasta; che non si può stare ad aspettare una vita, e forse anche qualche generazione, per avere gli interventi indispensabili dello stato nelle aree di degrado in cui da troppo tempo molti vivono; per ottenere giustizia, per aver riconosciuta la propria innocenza; per godere dei diritti di tutti, dalla salute, al lavoro, all’istruzione, alla dimensione spirituale. Qui un tutto e subito ci darebbe più speranza, purtroppo invece nella nostra società il tutto e subito ha sempre e solo come oggetto le cose, soprattutto quelle inutili, il consumo, lo spegnimento di ogni fantasia, la morte, lo sballo. 

Il peggio è che questa pretesa la spostiamo anche nell’amore, col pericolo di ridurlo a questione di cose o al massimo di gesti; nell’educazione senza rispetto dei tempi di ogni persona; nell’amicizia che tenta di diventare solo una valutazione di vantaggi o svantaggi, di tempo perso o guadagnato;  nel rapporto di collaborazione con i colleghi o confratelli, quasi fossero macchine immediatamente e forse ancor più intercambiabili;  nella vita spirituale che pensiamo di trattare con la sindrome dell’agenda; nello sforzo di tessere un dialogo con Dio, che vorremmo ridurre a veloci sms. 

E’ qui che occorre essere educati a cambiare mentalità, perché qui l’attesa è assolutamente necessaria, ne va della qualità stessa della vita, dello statuto stesso dell’essere uomini. Chi non sa aspettare nelle relazioni, nell’amore, nella spiritualità perde la dimensione fondamentale della vita, resterà sempre in superficie e soprattutto non crescerà mai, non sarà mai capace di uscire da sé. Attendere è crescere verso, è uscire per fare spazio, è disporsi all’accoglienza, è fare un giro di 180 gradi per mettersi nei panni dell’altro.

 

Attesa non è fare la spesa

Avvento è il tempo di attesa, che noi abbiamo ridotto  solo a preparazione al Natale, ed è diventato così il tempo dei regali, degli ingorghi di traffico nelle città, spesso degli scioperi, sicuramente dei mercatini e dei consumi. Complice la fine dell’anno, il freddo inverno, la vacanza dalla scuola, la necessità di fare l’inventario in ogni luogo di stoccaggio delle merci, la riscossione della tredicesima, laddove ancora non è scomparsa a causa della precarietà. Complice anche una serie di sentimenti tenui che si sviluppano per tradizione verso i bambini che diventano oggetto di regali, di giocattoli, che assumono il senso spesso del potersi far perdonare la trascuratezza abituale nei loro confronti o verso i genitori o i nonni  per cancellare qualche cattiva coscienza di abbandono o per significare un minimo di gratitudine. Per rispondere a queste complicità l’industria del consumo si è attrezzata al massimo. Non c’è un altro momento di origine religiosa che sia stato così ben sfruttato ai livelli commerciali quanto il Natale. Molte produzioni vivono quasi esclusivamente solo per questa stagione: le fabbriche di panettoni, tutta l’arte statuaria dei presepi, le ditte di addobbi soft, la produzione di piante e fiori ornamentali, come le stelle di Natale… Le tradizioni nate da significati religiosi profondi sono a poco a poco diventate vere e proprie operazioni commerciali, tanto che oggi l’unico che viene dimenticato in questo incrocio di regali è proprio il festeggiato. E’ il classico caso in cui il consumo ha scippato il significato fondamentale della festa. Non saremmo corretti se non registrassimo anche una compattazione della famiglia, una ritrovata gioia di state insieme, lo notano gli stessi giovani che forse percepiscono solo questo momento di spiritualità; lo chiedevo al liceo scientifico in questi giorni; per altri è la partecipazione molto sentita alle pratiche religiose. La notte di Natale vede spesso il massimo di partecipazione della gente a una azione liturgica e di visitatori alle sacre rappresentazioni del Natale. Tutto però sembra inscrivibile in un atteggiamento più da consumo che da conversione. L’attesa allora diventa soltanto fare la spesa: di regali, di emozioni, di buoni sentimenti.

 

L’attesa del cuore dell’uomo.

Non è così il vero significato dell’attesa cristiana, che va riportata al perché aspettiamo, al chi aspettiamo. C’è nel cuore dell’uomo una attesa di felicità e di salvezza, di senso e di speranza. Quello che il commercio mette in atto è solo un segno di una attesa profonda. Non serve scagliarsi con furore giacobino contro i sentimenti tenui, ma è necessario andare oltre per ritrovare la bellezza della nostra umanità e della ricerca esistenziale che la caratterizza. Tutti cerchiamo felicità, pienezza, appagamento, serenità e pace. Il nostro mondo continuamente in conflitto crede di essere condannato a una perenne conflittualità mortale. Il triste inganno del venditore di almanacchi che illude gli uomini che l’anno prossimo sia migliore del precedente sta sospeso come una spada di Damocle sulle nostre vite. La nostra esistenza è un continuo ritorno? È un supplizio di Tantalo che si vede sempre allontanare la risposta ai suoi bisogni soprattutto quando sembra di averla raggiunta? Questa attesa scritta nelle nostre vite da sempre, raccontata dalle aspirazioni di popoli e profeti, di poeti e filosofi ha avuto una risposta: il bambino di Betlemme, il figlio di Maria, Gesù di Nazaret, il crocifisso e risorto, una vera alternativa a come e dove si erano attardate le attese della gente. Le TV, la stampa, i corrispondenti, gli storici, i commercianti, gli uomini d’affari, gli ambasciatori erano tutti concentrati a Roma. Quello era il centro del mondo, lì si decidevano le sorti di tutti. A Betlemme invece c’erano due giovani sposi, due immigrati (perché non se n’erano stati a casa loro!?) in cerca di un albergo, un alloggio, una casa, una stanza e han trovato una mangiatoia e dei poveri pastori, poveri senza fissa dimora. Per i rabbini, per i preti del tempio, i pastori erano persone impure, escluse dalla vita religiosa ufficiale. Sono però solo questi che sanno scoprire in un fatto della vita quotidiana, come la nascita di un bambino, la salvezza. Non era questo il mondo che contava. Ieri sera con un gruppo sparuto di persone abbiamo tentato di imitare i pastori, siamo andati a san Francesco, dal santo che ha inventato il presepio per rivivere la dolcezza della presenza di Gesù nel nostro mondo. Il mattino dopo sul giornale, alla TV, tutti hanno parlato di Ottaviano Augusto. Oggi più nessuno lo ricorda, interessa solo gli archeologi o gli storici. Non decide più la vita di nessuno e non fa più paura a nessuno con i suoi eserciti, le sue tasse, le sue guerre. Invece noi, come quei pastori possiamo ancora commuoverci davanti a quell’insignificante bambino e come loro “andiamo, vediamo, conosciamo.. “andarono, trovarono, videro, si stupirono, tornarono, glorificavano e lodavano. Come sempre le cose più importanti sono invisibili agli occhi. Sono verbi da coniugare per dare sapore alla nostra vita, perché in quella notte, in questa notte noi possiamo scoprire il sole. Le mille luci delle nostre case sono solo la strada per arrivare al sole. Le luci si spegneranno, ma ci porteremo via il sole che non perderemo più.

Non si tratta di scandalizzarci del consumo, ma di non perdere l’anima dell’attesa. Dobbiamo convivere con le abitudini e le operazioni commerciali con la capacità di guardare oltre.

Oggi però ci è richiesto un supplemento di atteggiamento critico e di assunzione di responsabilità perché le operazioni di consumo stanno esorbitando e stanno cancellando la memoria. Il rumore di fondo non ci permette più di stabilire e gustare un dialogo. Sembriamo due giovani in discoteca che mettono le mani alla bocca attaccata alle orecchie del vicino per dirsi qualcosa perché la voce non si sente più e gli occhi non riescono a parlare per l’intensità delle luci che li avvolgono. 

Dalla discoteca forse non si può uscire, ma la si può cambiare. C’è una attenzione al povero che non è occasionale, ma progettuale e fa parte del bilancio di ciascuno di noi o della parrocchia o della  famiglia; c’è una decisione di spiritualità che non è sentimentalismo, ma percorso di interiorità e di meditazione; c’è un commercio equo e solidale, che mentre ti permette di esprimere gratitudine fa crescere chi è nel bisogno; c’è possibilità di accoglienza che va oltre il gesto di compassione del momento; c’è una comunità in cui decidere di fare passi semplici, ma continui nella direzione del vangelo.

 

Accogliere Dio che si fa come noi, non come la soluzione dei nostri problemi o la botola che chiude i nostri tombini

 A ragione il vangelo di Matteo non può non cominciare a parlare di Lui se non con un lungo elenco di nomi, che tessono la trama della storia di un popolo. Gesù è il Figlio di Dio, ma ha preso carne, lineamenti, razza, configurazione somatica, cultura, modi di rapportarsi con sé e con gli altri da un popolo. Nel lungo elenco non casuale o da registro anagrafico di Matteo ci stanno santi e peccatori, grandi e piccoli, buoni e cattivi. Ci stiamo tutti noi. Dio si è fatto uomo, ha condiviso tutto della nostra vita eccetto il peccato. La sua carne è il punto di arrivo di tutti i tentativi anche falliti di umanità di chi lo ha preceduto. Questo Figlio di Dio che ancora oggi a Natale rinnova l’Incarnazione, prende su di sé tutte le nostre caratteristiche umane, direi quasi somatiche. Si rimette ancora nella fila degli uomini: una fila ancora di santi e peccatori, di pacificatori e di guerrafondai, di onesti e depravati, di esuli e di occupanti. Non bada se gli uomini sono credenti o atei, mussulmani o cristiani, bianchi o neri, terroristi o soldati, drogati o sani… Tutti se li scrive nella sua carne. In essa, quest’anno, gli chiediamo che assuma i terroristi e i kamikaze, i soldati e i volontari, gli immigrati che attraversano il mediterraneo e quelli che vi vengono sepolti, le popolazioni sballottate e schiacciate, i feddaim e gli eserciti regolari, le bande di mercenari, guerra chiavi in mano, che seminano guerra e terrore in Africa, l’Isis e i Boko Haram, i bambini-soldato e i poveri di tutte le favelas del mondo, i nostri giovani opulenti dell’occidente… tutti hanno un posto in quel corpo di bambino, di figlio di Dio che pure oggi non disprezza la nostra umanità, non si adatta a nessuna equidistanza o neutralità, non è di parte, ma tutti vuol riportare al Padre.

Fare Natale è per noi cristiani non disprezzare, né aver paura di questa umanità, sapere e tenere per certo che in Gesù è tutta rinnovata, purificata, amata perché sa far nascere nel cuore di chi lo ascolta il suo amore per gli uomini; sa che qualcuno di noi è disposto a lasciarsi mettere in croce come ha fatto Lui, a tenere le braccia aperte per tutti come lui, a farsi ostaggio perché sia snidato dal cuore del violento tutto l’odio che ha.

Quando andiamo in clinica a visitare un bimbo appena nato, stiamo a intuire nei lineamenti il volto del papà, gli occhi della mamma, il mento della nonna, il labbro dello zio…Poi ciascuno ci vede quello che vuole. Nel volto di Gesù cerchiamo di intuire i lineamenti della storia di questa nostra umanità, i tratti fermi del suo regno di pace e di giustizia, che sicuramente vincono le nostre paure e superano le nostre attese.

Il volto di un bimbo ti tiene il cuore sospeso, ti forza anche controvoglia a un sorriso, ti apre alla meraviglia,  ti ripaga della attesa. Di fronte a Lui non puoi non uscire dal tuo torpore.

 

Lo attendiamo come Zaccaria, che resta muto dalla sorpresa del compimento

Zaccaria era un vecchio prete del tempio, apparteneva alla tribù sacerdotale. Nel Vecchio testamento non si diventava preti per vocazione, ma per nascita. In un popolo così religioso come il popolo ebreo occorreva garantirsi un servizio ineccepibile nel tempio. L’uomo aveva nostalgia di Dio, agognava di vederne il volto, sapeva che tutta la vita dipendeva da Lui. Aveva bisogno di mettersi in contatto con Lui: rispetto, propiziazione, ringraziamento, supplica avevano bisogno di uno spazio sacro in cui dirsi, di alcuni intermediari per ridurre la distanza abissale tra il profano dell’uomo e il sacro di Dio: il tempio appunto e i sacerdoti del tempio. Ebbene Zaccaria è di turno al tempio. E’ una vita che svolge questo compito ed è ormai giunto alla vecchiaia; ha sempre rispettato leggi, consuetudini, riti e turni. Non gli mancava certo la regolarità, la disciplina e la serietà, ma aveva un cruccio: gli si era spenta la possibilità ed era morta la speranza di avere un figlio. Tutti i giorni si diceva quell’ormai che negli anziani anticipa la pietra tombale. Vivi ancora, hai una buona pensione, ci facciamo compagnia, siamo ancora autosufficienti, ma siamo soli, lo siamo sempre stati e lo saremo per sempre. Per fortuna che la vita regolare dei turni del tempio gli danno ancora motivo per vivere. Ma ciò non toglie che si senta come di aver toccato il fondo. Crede che nella sua vita ci sia più passato che futuro. “Ecco io sono un albero secco” dice la bibbia. L’insignificanza del futuro lo fa sentire più un sacrista che un pontefice. Che ponti può costruire se la sua vita si spegne senza un appiglio di continuità? Spero che non abbiamo a descrivere così la nostra vita di preti. Non aspettiamo di avere un filgio, ma attendiamo di far rinascere speranza in tante nostre famiglie, vita in tanti nostri paesi odve il numero dei funerali è sempre dieci volte il numero di battesimi.

Quante nostre vite sono considerate spente o perché siamo vecchi, o perché viviamo di ricordi, o perché ci lasciamo indurire il cuore, o perché ci lasciamo seppellire nel passato o perché non abbiamo più attese!

Ma proprio in questa esperienza di mancanza di prospettive umane, Dio si fa sentire. “Zaccaria, non è vero assolutamente che c’è più passato che futuro. Il futuro non è una quantità di anni, ma una qualità di orizzonti. Il tuo orizzonte ti si apre proprio ora: tua moglie Elisabetta ti darà un figlio!”

Ve lo immaginate questo vecchio prete del tempio, infastidito dalle volute di incenso che sente una voce, una presenza, una notizia, che tra il fumo prende forma di un angelo?  La mia vecchiaia mi gioca brutti scherzi! E’ più la forza dell’ormai che del possibile che lo abita. Fa domande, si rimette davanti alla sua esperienza quotidiana di questi lunghi anni. Gli pare irriverente in questo momento dell’offerta dell’incenso essere richiamato a quei gesti, a quei rapporti di amore aridi che sapevano di impurità di cui lavarsi bene prima del servizio al tempio. Il profano stia fuori non contamini il luogo sacro! Grande sarà la rivoluzione che Gesù porterà nel matrimonio che per il battesimo diventerà segno dello stesso amore di Dio, dell’intima unione con Lui, non profanità di cui purificarsi.

Ebbene, dice Zaccaria, non facciamoci tirare in giro da tutti. Ma l’angelo non sparisce con le volute di fumo: gli lascia un segno, gli muoiono le parole in cuore, non arrivano più alla bocca, la lingua è inchiodata tra i denti. Saltano tutti gli orari rituali, la messa, diremmo noi quando ci stiamo con l’orologio in mano, è troppo lunga. Sto prete è fuori di testa, non tiene conto dei bisogni della gente.

E lui esce, muto, ma preso e convinto. Gli è impossibile contenere e chiudere nel suo mondo di vecchio ciò che Dio gli ha fatto e smania di voglia di comunicare, ma non gli esce parola e si mette a fare segni. Ne farà tanti d’ora in poi, da muto dovrà dialogare con Elisabetta. E la sua vita data per finita, cambia.  Il vecchio prete Zaccaria viene tirato dentro nel turbine di un mondo nuovo. Un’altra debolezza di cui si serve Dio nei suoi piani. Il rampollo che nascerà, Giovanni, sarà l’ultimo di una vecchia casta sacerdotale e il primo dito puntato verso Gesù.

 

Lo attendiamo come Elisabetta, la donna che aveva già sepolto il futuro

Elisabetta è di classe sacerdotale, è discendente della famiglia di Aronne: un nobile lignaggio per il tempo. E’ moglie di Zaccaria, ha tutte le carte in regola per una vita non solo dignitosa, ma anche rispettabile. La classe sacerdotale non serve solo al culto, ma determina la vita del popolo d’Israele. E’ timorata di Dio, ne osserva la Legge, sa andare oltre il formalismo in una società che ne faceva una bandiera indipendentemente dall’interiorità, ma si porta in cuore un grande dolore, si vergogna di fronte a tutti, così dice il vangelo: non ha figli. E a quel tempo la colpa era solo delle donne. Tanta fortuna, tanti progetti, stimata collocazione in società, ma anche lei come Zaccaria si sente addosso i bei ricordi del passato: il futuro è già sepolto. Un giorno si ritrova a casa il vecchio Zaccaria e per giunta muto. Solo a segni dovrà ora condurre la sua routine di moglie del sacerdote. Neanche due parole potranno scambiarsi, il loro lungo amore li aveva allenati a una comunicazione più profonda: è vero, non occorrono troppe parole tra chi si vuol bene, ma nella vecchiaia è una ulteriore mutilazione. Invece no! Dopo un po’ di tempo Elisabetta si accorse di aspettare un figlio e non uscì di casa per cinque mesi. La tirerà fuori di casa proprio Maria, la giovane cugina che ha saputo di questa inaspettata maternità. E la scena che vogliamo contemplare è l’incontro delle due madri: la donna attempata e confusa, la ragazza entusiasta, protesa al soccorso carica di un segreto gioioso. Questo incontro evoca ataviche immagini della bibbia: il passaggio dell’arca dell’Alleanza con il suo carico di speranza e di certezza della presenza di Dio o la corsa saltellante tra i monti dell’amata in cerca dell’amore da accogliere e donare. Ma i primi a salutarsi, a rompere il silenzio, a interpretare il momento unico nella storia dell’uomo di questo incontro tra antico e nuovo, tra vecchio e giovane, tra passato e futuro sono loro due: Giovanni e Gesù. ”Il bambino si è mosso dentro di me per la gioia”, dice il vangelo. Chi ha ancora il coraggio di parlare di grumi di carne, di pezzi del corpo della madre, di coacervo  pure ordinato di cellule, di appendici di vita? Il primo balzo di gioia della salvezza l’hanno fatto loro. Scioglierò il dolore in danza. Loro hanno fatto completare alle madri l’Ave Maria, quella preghiera che ha attraversato i secoli e le stesse religioni e fedi, oltre le fredde distinzioni tra praticanti e non praticanti. Un’ave Maria affiora sulle labbra di tutti coloro che hanno la gioia di conoscere il vangelo. Tra poco queste due vite verranno alla luce, conosceranno strade diverse, avranno caratteri diversi, le loro visioni di mondo si incroceranno, le loro vicende dipenderanno l’una dall’altra. Ciascuna porterà l’impronta della sua terra, della sua famiglia, ciascuno risponderà alla sua vocazione, le due storie si uniranno: il regno di Dio è al suo inizio. Passeranno ancora trent’anni prima che questa consapevolezza esploda, ma già ora per Giovanni e per Gesù comincia la sfida del regno. E sono le due mamme che portando in grembo i figli vengono orientate ad esso. Ti credi di donare di offrire a tuo figlio quando lo pori in grembo debole, dipendente in tutto da te, il sacrificio della tua vita e della tua libertà invece è lui che porta te nel piano di Dio.

Elisabetta non è più la moglie di un uomo senza futuro, ma la madre del Precursore. Si porta in seno quello che sarà chiamato la voce. Maria è la madre del mio Signore, dice Elisabetta, e si porta in grembo la Parola.

Lo attendiamo come Giovanni, che non si adatta al declino

Nel grembo di Elisabetta, Giovanni scalciava; le note del magnificat di Maria lo preparavano alla sua missione. E venne finalmente il tempo della sua nascita. Il vecchio Zaccaria ha passato la settimana più bella e stupita della sua vita. L’attesa, la consapevolezza di un segno misterioso di Dio, la tensione e la speranza, il timore e lo stupore, il sentirsi ancora muto davanti a questo bambino che presto avrebbe voluto parlare con lui hanno riempito la settimana che ha separato la nascita dalla circoncisione. C’è un nome da dare al bambino. In ogni casa, in ogni famiglia è sempre un momento bello; c’è una tradizione da rispettare: così si chiamava il nonno, così si chiamava la zia, così dovrebbe chiamarsi. Ma che suono avrà questo nome sulla bocca di chi lo chiamerà? Forse lo storpieranno! Ma c’è anche la mia esperienza di papà e mamma, non solo la tradizione, che può portare novità; purtroppo talvolta è solo ideologia o infatuazione televisiva se non un basso servilismo agli idoli del tempo. Ma il nome è una vocazione, è un progetto, è una storia: è un passato aperto al futuro; è l’accoglienza di un compito. E mentre Zaccaria scrive su una tavoletta: Giovanni è il suo nome, ritorna a parlare. E’ finito l’isolamento, ha capito la lezione, ma ha il cuore pieno di gioia e le cose che dirà resteranno memorabili nei secoli. Il silenzio non fu vano. E la gente si chiede. Chi sarà mai questo bambino?

Sarà un dito puntato verso il futuro, sarà la fine di una tribù sacerdotale per indicare l’inizio di una nuova era. Lo vedranno tra poco riflettere sul mestiere del padre Zaccaria, ma non ci si troverà più. Il tempio non gli darà più risposte vere al suo anelito di Dio. La gente è stanca di riti morti, di assolutizzazioni cultuali, di commercio di cose di Dio. Ma Dio abita proprio nei riti mercenari, nei culti di facciata? Chi ha ingessato il Signore? Chi tenta continuamente di farlo prigioniero? “ Chi vi ha chiesto di venire a calpestare i miei atri? Misericordia voglio non sacrifici. Come vi permettete di vendere un povero per un paio di sandali e di venire poi a bruciare incenso e sacrificare animali? Le voci dei profeti risuonavano nella vita austera di Giovanni. Lascia la casa, lascia la casta sacerdotale, si stacca dal tempio, lui figlio per parte del padre della classe di Abia e, per parte di madre, discendente di Aronne, si stabilizza nel deserto. Chi ha a cuore i disegni di Dio mi segua. E la gente non lo abbandona più. Fa rinascere solo speranza, li strappa dal torpore dei supermercati anche del sacro, dal chiasso dei propri affari meschini, richiama la gente all’essenziale, fa spegnere le luci di babbo natale, sferza soldati, vigili urbani e banchieri. Dio non si aspetta così. Avete in cuore una profonda sete di Dio, sentite urgere dentro una aspirazione insopprimibile e la spegnete con la droga, con l’ecstasi, con i compromessi! Avete una sete insaziabile di pace e la cercate con armi e tritolo! Sentite desiderio di interiorità e sperate di trovarla nei talk show! Giovanni non ha mezze misure. Avete desideri di affetto pulito e profondo e vi prendete le mogli o i mariti degli altri? Gli costerà caro questo parlare chiaro: la testa stessa come premio di un ballo! 

Ma lui, Giovanni, non demorde. E Gesù non potrà non seguirlo. I cugini si incontreranno sulle rive del Giordano, in questo rito purificatore necessario per cominciare a vivere in maniera nuova. E quando Giovanni vedrà Gesù, si sentirà subito superato. Lui è la voce, Gesù è la Parola, lui sa di dover aprire una strada, ma la strada di Dio non è quella che decide lui. Dio è più grande di ogni sua vista e si ritirerà perché Gesù sarà il colpo d’ala che staccherà definitivamente il vecchio dal nuovo, il passato dal futuro.

 

Lo attendiamo come Giuseppe, che si fida completamente di Dio

 

Giuseppe è un professionista, un carpentiere, un lavoratore deciso, concreto e di poche parole. Non è  necessariamente  vecchio e pelato come spesso lo si dipinge per dire la nostra incredulità nel pensarlo accanto a Maria innamorato perso e proprio per questo delicatissimo in ogni sfumatura d’amore. L’abbiamo dipinto spesso così per dire la nostra incapacità a pensare un amore pieno, vero, profondo, intenso e nello stesso tempo vergine. Se il centro dell’amore tra Giuseppe e Maria è Gesù, l’amore fatto persona, la sorgente dell’amore, di cui ogni nostro palpito ne è solo una pallida concretizzazione, ogni nostro gesto di affetto, ogni bacio ne è solo una immagine imperfetta… non possiamo non immaginare la pienezza e profondità dell’amore tra Giuseppe e Maria, la sua unicità, se all’interno di esso prende carne proprio Gesù. Ogni amore umano tra uomo e donna chiama in causa l’amore di Dio, ne è una degna, ma velata immagine. E’ Dio che si dà a vedere nell’intensità di amore tra i due. Per Giuseppe e Maria in questo amore non c’è solo l’immagine, ma compare proprio Lui, la sorgente dell’amore, il suo senso, la completezza, la pienezza, Gesù. Il cuore di Giuseppe ha sicuramente rischiato di scoppiare. E’, San Filippo Neri, mi pare, quel santo che aveva le costole del petto dilatate per l’espansione d’amore del suo cuore, a contatto con il Signore Gesù?! E allora come facciamo ad essere increduli nel pensare a Giuseppe entusiasta, felicissimo di questo amore che lo legava in maniera così originale a Maria? Certo se guardiamo a tutte le contraffazioni dell’amore che ci sono nella nostra cultura, se distacchiamo il nostro amore dalla sorgente che è Dio, il nostro orizzonte si chiude su tutte le impossibilità e i tradimenti di cui siamo capaci. Giuseppe invece è nell’amore vero anche se la strada è in salita. L’amore di Dio gli si svela nell’intimo della coscienza con la lama dello stupore, del disorientamento. E’ una esperienza senza via di uscita se non nel massimo dell’abbandono a Dio. Maria è sua promessa sposa, è già orientata a Giuseppe e aspetta un bambino. Giuseppe ne viene a conoscenza, ma quel bambino non è suo. Aveva immaginato un amore pulito, se lo stava cesellando giorno per giorno. Non lo sfiora nessun dubbio su Maria, ma gli si lacera il cuore. Gli crolla tutto il suo progetto. Non riesce a darsene una ragione, non si abbassa a mettere in campo avvocati o leggi o tanto meno l’opinione pubblica. E mentre conosce la sconfitta umana dei suoi progetti, quando il suo cuore è stato svuotato dell’ultimo sentimento, nella sua coscienza, che è dialogo intimo con Dio, dichiara il massimo di adesione a Dio, scritta nella sua onestà. E decise di lasciare libera Maria “In segreto, poiché era giusto”, dice il vangelo. Solo a questo punto Dio si dà a sentire. “Giuseppe, non temere, è da sempre che sto pensando alla tua onestà, alla tua giustizia, alla tua grinta, al dolcissimo amore che ti lega a Maria. Mi ha affascinato la tua delicatissima relazione con Maria. In questo vostro amore meraviglioso, noi, la Trinità, abbiamo deposto Gesù, il Figlio di Dio. Quel bambino è la Parola, che era fin dal principio, è il nostro essere persona umana.”

Il cuore di Giuseppe che già scoppiava di amore per Maria s’è dilatato ancora di più. Quel dialogo con Dio gli ha ridato Maria e ha portato al massimo compimento il suo amore, la sua stessa vita. Aveva cercato come ogni giovane  uno scopo alla sua esistenza, ma Maria lo ha fatto andare oltre, gli ha indicato il vero scopo, il vero centro della vita: Gesù.

 

L’attendiamo come Maria, che se lo sente in corpo

 

Maria è l’immagine più bella e affascinante di questa attesa. Lei è provocata dall’arcangelo Gabriele, è sconvolta dalla proposta che le taglia i sogni o meglio: capisce che deve sconvolgere i suoi progetti, ma, se dall’altra parte c’è Dio, non possono esserci dubbi, si fa strada solo un allargamento massimo della disponibilità a una pienezza che si cerca a tentoni nella vita e che ti viene collocata su un piatto d’argento, dove l’argento non è la facilità di averlo, ma l’altezza e l’incommensurabilità della proposta rispetto alla fragilità della sua umanità e per noi della nostra vita. Maria però non si acquieta sul fatto meraviglioso avvenuto in lei, ma continua a lasciarsi sfidare da Dio e risponde con la fede. La solitudine in cui si trova dopo la grande emozione e esperienza divina con lo Spirito, che porta con sé non certezze, ma speranze; la socialità difficile con le donne del vicinato che avrebbero visto crescerle in grembo un bimbo, prima di sposarsi; la mentalità omicida del tempo che puniva con la lapidazione ragazze così; ne sarebbe morto anche il figlio che portava in sé. Maria si fida e si abbandona alla grande bontà di Dio: scommette, non tergiversa, si dona completamente, non pone riserve. E Dio si fa in lei l’Emmanuele.

 

+ Domenico Sigalini

 

 

 

 

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Cookie strettamente necessari.

Si tratta di cookie indispensabili per il corretto funzionamento del sito. La durata dei cookie è strettamente limitata alla sessione di navigazione (chiuso il browser vengono cancellati)

Cookie di analisi e prestazioni.

Sono cookie utilizzati per raccogliere e analizzare il traffico e l'utilizzo del sito in modo anonimo. Questi cookie, pur senza identificare l'utente, consentono, per esempio, di rilevare se il medesimo utente torna a collegarsi in momenti diversi. Permettono inoltre di monitorare il sistema e migliorarne le prestazioni e l'usabilità. La disattivazione di tali cookie può essere eseguita senza alcuna perdita di funzionalità.

Cookie di profilazione.

Si tratta di cookie utilizzati per identificare (in modo anonimo e non) le preferenze dell'utente e migliorare la sua esperienza di navigazione.


Cookie di terze parti

Visitando un sito web si possono ricevere cookie sia dal sito visitato ("proprietari"), sia da siti gestiti da altre organizzazioni ("terze parti"). Un esempio notevole è rappresentato dalla presenza dei "social plugin" per Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn. Si tratta di parti della pagina visitata generate direttamente dai suddetti siti ed integrati nella pagina del sito ospitante. L'utilizzo più comune dei social plugin è finalizzato alla condivisione dei contenuti sui social network.

Durata dei cookie

Alcuni cookie (cookie di sessione) restano attivi solo fino alla chiusura del browser o all'esecuzione del comando di logout. Altri cookie "sopravvivono" alla chiusura del browser e sono disponibili anche in successive visite dell'utente.

Questi cookie sono detti persistenti e la loro durata è fissata dal server al momento della loro creazione. In alcuni casi è fissata una scadenza, in altri casi la durata è illimitata.

Questo sito non fa uso di cookie persistenti, è possibile però che durante la navigazione su questo sito si possa interagire con siti gestiti da terze parti che possono creare o modificare cookie permanenti e di profilazione.

 

Come Gestire i Cookie

L'utente può decidere se accettare o meno i cookie utilizzando le impostazioni del proprio browser. Occorre tenere presente che la disabilitazione totale dei cookie può compromettere l'utilizzo delle funzionalità del sito.

Di seguito è possibile accedere alle guide per la gestione dei cookie sui diversi browser:

Chrome: https://support.google.com/chrome/answer/95647?hl=it

Firefox: https://support.mozilla.org/it/kb/Gestione%20dei%20cookie

Internet Explorer: http://windows.microsoft.com/it-it/windows7/how-to-manage-cookies-in-internet-explorer-9

Opera: http://help.opera.com/Windows/10.00/it/cookies.html

Safari: http://support.apple.com/kb/HT1677?viewlocale=it_IT

E' possibile inoltre avvalersi di strumenti online come http://www.youronlinechoices.com/ che permette di gestire le preferenze di tracciamento per la maggior parte degli strumenti pubblicitari abilitando o disabilitando eventuali cookie in modo selettivo

Interazione con social network e piattaforme esterne

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