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Il segreto della Cattedrale

mons-mariniAlla vigilia del IX Centenario della Dedicazione della Cattedrale

Palestrina, Cattedrale, 17 dicembre 2016

 

Il 26 aprile 1959, il Cardinale Montini, allora Arcivescovo di Milano, divenuto poi Papa Paolo VI, oggi beato, in occasione della riapertura della Cattedrale di Crema, appena restaurata, fece una toccante omelia. Con il suo consueto procedere per via di interrogativi, l’Arcivescovo si chiedeva: “Che cosa costituisce l’attrattiva di una Cattedrale?”. A una tale domanda egli rispondeva enumerando alcune possibili ragioni: la grandiosità delle sue dimensioni, la sua antichità, la storia che vi si legge scolpita nelle pietre.

Non soddisfatto da queste pur significative motivazioni, Mons. Montini riproponeva l’interrogativo iniziale, provando a rintracciare altri possibili motivi di un’attrattiva tanto reale quanto un po’ misteriosa. E si soffermava a considerare la dimensione tipicamente religiosa propria di ogni chiesa Cattedrale.

Compiendo un ulteriore e decisivo passo in avanti, l’Arcivescovo interrogava e si interrogava ancora una volta: “Che cosa costituisce l’attrattiva di una Cattedrale?”. Questa volta la risposta era quella ultima e decisiva: “Egli [il Signore] è presente! Questo è il segreto della Cattedrale. Essa non è semplicemente un interessante monumento d’architettura, un venerabile monumento storico, un vasto museo di belle arti; non è un solenne salone di conferenze, o un auditorium di musica arcana per orecchi raffinati. Essa è per noi una casa viva, un luogo privilegiato di abitazione divina. Qui possiamo dire di Cristo: ‘E venne ad abitare in mezzo a noi’ (Gv 1, 14). E’ il palazzo di Cristo Re; è l’aula di Cristo Maestro; è il tempio di Cristo Sacerdote”.

Ecco, dunque, nelle parole appassionate dell’Arcivescovo di Milano, il segreto dell’attrattiva della Cattedrale, di ogni Cattedrale, di questa Cattedrale di Palestrina: la presenza del Signore, resa visibile e operante nella persona e nel ministero del Vescovo, attorno al quale si raduna e prende forma la Chiesa di Cristo Pastore, Maestro e Sacerdote.

Alla conclusione del suo intervento, il futuro Paolo VI ancora affermava: “Bisogna ridare alla Chiesa la sua importanza nella nostra spiritualità […] Ma soprattutto occorrerà dare alla Chiesa umana uno spirito soprannaturale, alla Chiesa materiale un’animazione spirituale. E’ quello che ora chiamiamo vita liturgica […] Essa è la voce propria della Cattedrale: è la preghiera, è l’azione, è il mistero della Chiesa nel suo vero posto, nella sua più gloriosa epifania. E’ la liturgia che fa parlare le pietre; è la liturgia che fa corrispondere a ogni pietra morta un’anima viva; è la liturgia che svela e realizza il segreto della Cattedrale, perché rende qui attuale, nella sua migliore pienezza, il mistero della presenza di Cristo”.

Ed è proprio della liturgia, di questa voce cristallina e armoniosa propria della Cattedrale, capace di svelarne e realizzarne il segreto, che desidero riproporre alcune note fondamentali. Offrendo un piccolo contributo, perché questa voce, il cui timbro riflette le voci del Cielo, sia sempre fedele alla sua vocazione di svelare e realizzare il segreto delle nostre Cattedrali, il mistero della presenza di Cristo.

 

La liturgia e l’opera di Cristo

Afferma la Sacrosanctum Concilium: “Per realizzare un’opera così grande [l’opera della salvezza], Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche” (7). Con queste semplici parole, la costituzione conciliare sulla sacra liturgia sottolinea con chiarezza che il primo e principale protagonista di ogni celebrazione liturgica è il Signore.

Ciò che si è realizzato nella storia, ovvero il mistero pasquale, il mistero della nostra salvezza, si rende oggi presente nella celebrazione liturgica della Chiesa. In tal modo il Salvatore non è un ricordo del tempo passato, ma è il Vivente che continua la sua azione salvifica nella Chiesa, comunicando la sua vita divina.

La liturgia della Chiesa ha una modalità discreta e al contempo chiara di ricordare al popolo di Dio, radunato per la celebrazione dei divini misteri, la presenza fondamentale del grande Protagonista. Mi riferisco al saluto liturgico “Il Signore sia con voi”, che più volte ricorre, ad esempio nella Messa. Questo saluto è scambiato tra celebrante e fedeli all’inizio della celebrazione, più avanti ritorna al momento della proclamazione del vangelo, ancora lo troviamo all’inizio della preghiera eucaristica e, infine, prima della benedizione finale e del congedo. Ogni volta viene così augurata e manifestata la presenza del Signore. All’inizio una tale presenza è invocata e affermata nella comunità radunata e, in un modo peculiare, nella persona del sacerdote a motivo del sacramento dell’ordine; al vangelo si ricorda la presenza del Signore nella sua parola proclamata e si chiede che diventi anche presenza radicata nel cuore dei fedeli; più tardi, introducendo la preghiera eucaristica, si annuncia la reale presenza di Cristo nel suo Corpo dato e nel suo Sangue sparso, presenza implorata per la vita di tutti; infine, prima della benedizione e del congedo, si invoca la presenza del Signore nella vita quotidiana dei suoi discepoli.

E’ solo un esempio tra i molti, per dire che non è pensabile andare all’essenza della liturgia senza riaffermare che il suo primo Protagonista è Gesù Cristo. Si ricordi ancora ciò che afferma la Costituzione sulla sacra liturgia del Concilio Vaticano II: «Per realizzare un’opera così grande [la comunicazione della sua opera di salvezza] Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche. E’ presente nel Sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, “egli che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso per il ministero dei sacerdoti”, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. E’ presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. E’ presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura. E’ presente, infine, quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro” (Mt 18, 20)» (n. 7).

La liturgia della Cattedrale è voce che rimane fedele alla sua vocazione di svelare e realizzare il segreto di questo edifico sacro quando in essa risplende la presenza operante di Cristo Salvatore. In essa non può che risuonare un nome: il Signore! In essa non può che rendersi visibile un volto: quello del Signore! La liturgia della Cattedrale è chiamata a essere ciò che il grande Cristo Pantocratore è per le antiche chiese: vi si entra e, subito, si viene rapiti dalla presenza figurata del Signore che, in qualche modo, riempie di sé ogni spazio.

La liturgia e l’azione della Chiesa

“Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza” (Sacrosanctum Concilium, n. 7). E’ sempre il Concilio Vaticano II, con queste parole, a ricordarci che la liturgia è azione del Cristo totale e, dunque, anche della Chiesa.

Dall’affermazione che la liturgia è azione della Chiesa derivano alcune considerazioni di non poca importanza. In effetti, quando si dice che la Chiesa è soggetto agente si fa riferimento alla Chiesa tutta, in quanto soggetto vivente che attraversa il tempo, che si realizza nella comunione gerarchica, che è insieme realtà ancora pellegrinante sulla terra e realtà già approdata sulle rive della Gerusalemme celeste.

Celebrare la liturgia significa entrare nel “noi” della Chiesa che prega. Questo “noi” ci parla di una realtà, la Chiesa appunto, che va al di là dei singoli ministri ordinati e dei singoli fedeli, delle singole comunità e dei singoli gruppi. Perché lì la Chiesa si manifesta e si rende presente nella misura in cui si vive la comunione con la Chiesa intera, quella Chiesa che è cattolica, universale, di una universalità che raggiunge tutti i tempi, tutti i luoghi, lasciandosi raggiungere dall’eternità.

Ne consegue che fa parte dell’essenza della liturgia il fatto che questa abbia anzitutto il tratto della cattolicità, dove unità e varietà si compongono in armonia così da formare una realtà sostanzialmente unitaria, pur nella legittima diversità delle forme. E poi il tratto della non arbitrarietà, che evita di consegnare alla soggettività del singolo o del gruppo ciò che invece appartiene a tutti come tesoro ricevuto, da custodire e trasmettere. E ancora il tratto della continuità storica, in virtù della quale l’auspicabile sviluppo appare quello di un organismo vivo che non rinnega il proprio passato, attraversando il presente e orientandosi al futuro. E, infine, il tratto della partecipazione alla liturgia del cielo, per il quale è quanto mai appropriato parlare della liturgia della Chiesa come dello spazio umano e spirituale nel quale il cielo si affaccia sulla terra. Si pensi, solo a titolo esemplificativo, al passaggio della Preghiera eucaristica I, nella quale chiediamo: “…fa’ che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull’altare del cielo…”.

Nell’agosto del 2006, a Castelgandolfo, Benedetto XVI, rispondendo alla domanda di un sacerdote, nel corso di un incontro con il clero della diocesi di Albano, si esprimeva così nello stile discorsivo tipico di un colloquio: “La Liturgia è cresciuta in due millenni e anche dopo la riforma non è divenuta qualcosa di elaborato soltanto da alcuni liturgisti. Essa rimane sempre continuazione di questa crescita permanente dell'adorazione e dell'annuncio. Così, è molto importante, per poterci sintonizzare bene, capire questa struttura cresciuta nel tempo ed entrare con la nostra mens nella vox della Chiesa. Nella misura in cui noi abbiamo interiorizzato questa struttura, compreso questa struttura, assimilato le parole della Liturgia, possiamo entrare in questa interiore consonanza e così non solo parlare con Dio come persone singole ma entrare nel «noi» della Chiesa che prega. E così trasformare anche il nostro «io» entrando nel «noi» della Chiesa, arricchendo, allargando questo «io», pregando con la Chiesa, con le parole della Chiesa, essendo realmente in colloquio con Dio”.

La liturgia della Cattedrale è voce che rimane fedele alla sua vocazione di svelare e realizzare il segreto di questo edifico sacro quando in essa risplende la presenza e l’agire della Chiesa. Entrando in una Cattedrale, da qualunque parte del mondo provenga, ciascuno deve poter dire con gioia: “Eccomi a casa! Ecco la Chiesa di Dio con gli uomini!”.

 

La liturgia e la preghiera della Sposa in adorazione del suo Sposo

Nella liturgia l’opera di Cristo e l’azione della Chiesa si intrecciano vitalmente. Ed è qui che si inserisce il tema della partecipazione, di quella partecipazione piena, consapevole e attiva raccomandata dal Concilio Vaticano II (cf. Sacrosanctum Concilium, n. 14).

Ci domandiamo: Che cosa è l’opera di Cristo? E’ quell’atto pregato mediante il quale il Signore offre la vita al Padre per la salvezza del mondo.

Ma che cosa avviene in quell’atto pregato del Signore, in quel suo atto che è preghiera? In quell’agire gli elementi della terra vengono accolti e trasformati nel suo corpo e nel suo sangue, così che il nuovo cielo e la nuova terra vengono anticipati. In quell’agire si compie il gesto di adorazione supremo che riconduce alla verità del proprio essere l’umanità tutta e la creazione intera: ogni realtà ritrova la sua ragione d’essere in Dio e nella dipendenza da lui.

Così la liturgia è adorazione in quanto rende presente in modo sacramentale il sacrificio della croce nel quale Gesù ha reso gloria al Padre con il suo sì, segno di un amore condotto “fino alla fine”, adorazione radicale di Dio e della sua volontà. La liturgia è preghiera in quanto preghiera di Cristo rivolta al Padre nello Spirito, perché accolga il suo sacrificio.

Ecco perché la liturgia cristiana è atto che conduce all’adesione, ovvero alla riunificazione dell’uomo e della creazione con Dio, all’uscita dallo stato di separazione, alla comunione di vita con Cristo.

Tutto questo è quanto la Chiesa, Sposa di Cristo, vive nella celebrazione della liturgia. In effetti, ciò che ancora risulta essenziale per la liturgia è che coloro che vi partecipano preghino per condividere lo stesso sacrificio del Signore, il suo atto di adorazione, diventando una sola cosa con lui, vero corpo di Cristo. In altre parole, ciò che è essenziale è che alla fine venga superata la differenza tra l’agire di Cristo e il nostro agire, che vi sia una progressiva armonizzazione tra la sua vita e la nostra vita, tra il suo sacrificio adorante e il nostro, così che vi sia una sola azione, ad un tempo sua e nostra. Quanto affermato da san Paolo non può che essere l’indicazione di ciò che è essenziale conseguire in virtù della celebrazione liturgica: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 19-20).

Ciò che si è chiamato essenziale si realizza attraverso la “partecipazione attiva”, secondo la felice terminologia usata dal documento conciliare più volte citato.

Al riguardo, ritengo importante ritrovare sempre più il senso pieno della partecipazione attiva, alla quale si perviene sia prendendo parte effettiva al rito, sia anche ascoltando e guardando con attenzione di fede un rito che per la sua nobiltà è capace di favorire l’ingresso nel mistero celebrato per via di commozione interiore, emozione spirituale; nel senso più alto del termine, per via di cuore.

Non poche persone, mi riferisco ad esempio al canto, riescono a cantare meglio con il cuore che con la bocca, e a esse il canto di coloro cui è dato di cantare con la bocca può realmente far cantare il cuore, in modo che queste cantano, in qualche modo, anche in quelle persone e sia l’ascolto riconoscente sia l’esecuzione dei cantori diventano insieme un’unica lode.

Con grande equilibrio e saggezza siamo chiamati a percorrere le vie di una partecipazione attiva e davvero piena, grazie alla quale ogni componente della persona che prega - intelligenza, volontà, affetti, sentimenti - possa essere aiutata a entrare nel grande atto di adorazione di Cristo al Padre. E’ l’umanità tutta intera che deve trovare accoglienza ed espressione nell’atto liturgico; sia la mente che cuore devono sentirsi interpellati.

La liturgia della Cattedrale è voce che rimane fedele alla sua vocazione di svelare e realizzare il segreto di questo edifico sacro, quando in essa si realizza una vera partecipazione attiva, quando tutti e ciascuno, per le vie molteplici della partecipazione al rito, aderiscono mente e cuore all’atto di adorazione di Cristo al Padre. In questo senso, la liturgia della Cattedrale deve essere sorgente viva di santità!

 

La liturgia e l’orientamento del cosmo

La liturgia della Chiesa, che ha senza dubbio il carattere della storicità in quanto radicata negli eventi della storia della salvezza, rimane pur sempre anche in relazione alla liturgia cosmica, riferibile alla creazione e alla natura. Vi è infatti, nella liturgia della Chiesa, tutta la novità unica della realtà cristiana; e tuttavia essa non ripudia la ricerca della storia delle religioni, ma accoglie in sé tutti gli elementi portanti delle religioni naturali, mantenendo in tal modo un significativo legame con loro.

E’ riscontrabile, pertanto, un legame inscindibile tra creazione e alleanza, ordine cosmico e ordine storico di rivelazione.

La liturgia cristiana, che porta in sé tutta la novità della salvezza in Cristo, conserva e raccoglie ogni espressione di quella liturgia cosmica che ha caratterizzato la vita dei popoli alla ricerca di Dio per il tramite della creazione. Nell’Eucaristia trovano approdo di salvezza tutte le espressioni cultuali antiche. E’ quanto mai significativa e istruttiva, anche da questo punto di vista, la Preghiera eucaristica I o Canone romano, là dove ci si riferisce ai “doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedech, tuo sommo sacerdote”.

Come non ritrovare in questo passaggio della grande preghiera della Chiesa un riferimento ai sacrifici antichi, al culto cosmico e legato alla creazione che ora, nella liturgia cristiana, non solo non è rinnegato, ma anzi è assunto nel nuovo ed eterno sacrificio di Cristo Salvatore?

D’altra parte, in questa stessa prospettiva, non si può che guardare ai molteplici segni e simboli cosmici dei quali la liturgia della Chiesa, insieme ai segni e ai simboli tipici dell’alleanza, fa uso al fine di dare forma al nuovo culto cristiano. Si pensi alla luce e alla notte, al vento e al fuoco, all’acqua e alla terra, all’albero e ai frutti. Si tratta di quell’universo materiale nel quale l’uomo è chiamato a rilevare le tracce di Dio. E si pensi ugualmente ai segni e ai simboli della vita sociale: lavare e ungere, spezzare il pane e condividere il calice.

L’intero cosmo, nella liturgia, è assunto nella grande preghiera del Signore e ritrova il suo vero orientamento: le altezza dei Cieli, Dio.

E’ stato scritto: “La vera liturgia si riconosce dal fatto che è cosmica, non su misura di un gruppo. Essa canta con gli angeli. Essa tace con la profondità dell'universo in attesa. E così essa redime la terra” (J. Ratzinger, Cantate al Signore un canto nuovo, p. 153-154)

Non dimentichiamo queste parole. Vivendo la liturgia si ha la grazia di partecipare a questa redenzione della terra. Pensiamo all’invito della Chiesa che sta al cuore del rito, all’inizio della Preghiera eucaristica: “sursum corda” – “in alto i cuori”. Alla liturgia è affidato lo straordinario compito di introdurre gli uomini riuniti in preghiera, qui e ora, in questo luogo e in questo tempo, nella comunione con Cristo; alla liturgia è affidato l’esaltante servizio di portare un’assemblea orante e l’intera creazione verso l’Alto, verso l’altezza di Dio, verso l’altezza che è Dio e che in Cristo tocca la terra, l’attira e la eleva a sé.

Ecco il motivo per cui la liturgia è santa. Ed è a motivo di questa santità che non gli si addicono stili tipici della quotidianità secolare. In liturgia si esce dal quotidiano per ritornarvi nuovi, rinnovati dal Signore. La liturgia è “una soglia sull’altrove”, ha una dimensione estatica: ci conduce fuori di noi stessi per approdare in Dio, ovvero nel cuore di noi stessi. La liturgia è un ponte sull’eternità sul quale è necessario transitare per essere raggiunti dal mistero della salvezza.

La liturgia della Cattedrale è voce che rimane fedele alla sua vocazione di svelare e realizzare il segreto di questo edifico sacro, quando in essa si respira aria di Cielo. Vivendo la liturgia della Cattedrale bisogna poter sperimentare, nel giubilo del cuore, lo splendore dei cieli nuovi e della terra nuova; bisogna avvertire che dal caos della dispersione, tutto ritrova la propria armonia indirizzandosi a Dio.

 

La liturgia e la missione

Quella tra liturgia e missione è una relazione ricca e necessaria. Laddove la dimensione “missionaria” è da intendere soprattutto con riferimento a un orientamento ricorrente nel recente magistero pontificio, sia di Papa Benedetto che di Papa Francesco, secondo il quale la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione (cfr. Evangelii Gaudium, 14).

La Chiesa che celebra la liturgia, infatti, rimane gioiosamente “attratta”, conquistata dalla bellezza dell’amore di Dio, che in Gesù si rivela come volto di misericordia infinita; e nell’incontro con il Signore diviene, a sua volta, “attraente”, realmente missionaria perché capace di comunicare al mondo la Misericordia che salva e dona vita. E il canto liturgico, riguardo a una tale divina bellezza, ha tanto da dire.

Un’antica leggenda delle origini del cristianesimo in Russia racconta che al principe Vladimiro di Kiev, che si era messo alla ricerca della giusta religione per il suo popolo, si presentarono in successione i rappresentati dell’Islam, del Giudaismo e della Chiesa di Roma. Ciascuno dei rappresentanti propose la propria fede come quella giusta, ma il principe non rimase soddisfatto delle proposte presentate. La decisone venne presa, invece, quando gli inviati del principe ritornarono da una solenne liturgia, alla quale avevano partecipato nella chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli. Essi tornarono entusiasti e riferirono al principe: “E giungemmo presso i Greci e siamo stati condotti laddove essi servono il loro Dio. Non sappiamo se siamo stati in cielo o sulla terra. Abbiamo sperimentato che là Dio abita con gli uomini”. Quegli uomini erano stati “attratti” nel mondo di Dio, conquistati dallo splendore del suo volto, reso presente nella celebrazione dei santi misteri. La liturgia alla quale essi avevano partecipato era stata davvero “missionaria”, dal momento che aveva reso possibile la contemplazione gioiosa della bellezza del Signore. Anche se il racconto non è storico porta in sé un nucleo di verità, in quanto la forza interiore della liturgia ha avuto un ruolo importante nella diffusione del cristianesimo.

“La via della bellezza”. Come sottolinea l’attuale Pontefice: “L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di rinnovato impulso a donarsi” (Evangellii Gaudium, n. 24).

Sarebbe riduttivo immaginare la bellezza e la gioia come il semplice prodotto di un impegno umano. La bellezza e la gioia di cui si parla sono anzitutto un dono che viene dall’Alto e che comunica una vita di Cielo alla terra abitata dagli uomini. Si pensi all’esperienza che ebbe sant’Agostino a Milano, dopo aver ricevuto il Battesimo, da lui raccontata nelle Confessioni: “Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dei tuoi inni e cantici, che risuonavano dolcemente nella tua chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, eccitandovi un caldo sentimento di pietà. Le lacrime che scorrevano mi facevano bene (Confessioni, 9, 6, 15).

Come ebbe a scrivere G.K. Chesterton: “Il mondo non perirà certo per mancanza di meraviglie, piuttosto per mancanza di meraviglia”. E’ proprio questa “meraviglia” che è necessario custodire e conservare con straordinaria cura. La Chiesa è custode di una meraviglia che le è stata consegnata. Le meraviglie, prodotto della fantasia umana, hanno vita corta e presto perdono la loro capacità attrattiva. La meraviglia, invece, che si è rivelata nel volto di Cristo ed è meraviglia di amore e di misericordia, è sempre nuova e non perde mai la sua freschezza. Quella meraviglia non smette di attrarre il mondo degli uomini, perché è la meraviglia di Dio, l’unica in grado di placare la sete di una terra altrimenti destinata a una mortale aridità. La Chiesa, nella celebrazione eucaristica, si immerge nella meraviglia di Dio, nella meraviglia che è Dio. E ne esce capace di meravigliare il mondo, introducendolo nell’amicizia del Signore.

La liturgia della Cattedrale è voce che rimane fedele alla sua vocazione di svelare e realizzare il segreto di questo edifico sacro, quando in essa si fa esperienza della meraviglia, quando per mezzo di essa si rimane conquistati a Cristo e al suo amore.

 

Mons. Guido Marini

Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie

 

 

 

 

 

 

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