Osare la pace: una giornata che ha 50 anni

colomba

Quest’anno è stata proprio la cinquantesima volta che il Papa invia a tutti gli uomini di buona volontà e in particolare alle comunità cristiane una lettera per il primo dell’anno, dichiarato dal beato papa Paolo VI, giornata della pace. Sarà utile fare uno studio comparativo di questi 50 anni, che hanno visto la chiesa continuamente proporsi la tematica, approfondirla, facendola diventare spazio formativo sulla pace e preghiera a Dio, diffondendola a livello mondiale.

Per quel che riesco a ricordare, anche pensando solo alle chiese che sono in Italia, la giornata ha sempre segnato un cammino molto interessante e impegnato.

Si è iniziato a proporre una marcia della pace nella notte di fine d’anno, senza intenti partitici o di manifestazione di forza, ma sempre con grande attenzione al territorio, alle grosse sfide interne alla nostra vita pubblica e spesso al panorama internazionale. Ricordo che all’inizio, come sempre avviene nella chiesa, i primi a rispondere concretamente sono stati movimenti agili e interdiocesani.

Penso a «Pax Christi» che non ha mai risparmiato energie e riflessioni attente e concrete. Ricordo per esempio una marcia della pace fatta a Brescia con la presenza vivace del vescovo di Ivrea mons. Bettazzi per sensibilizzare il territorio alla necessità di convertire le industrie di armi, caratteristiche del luogo, in industrie di pace. Non furono solo slogan, ma anche riflessioni specializzate di tipo economico.

Alcune persone maturarono una attenzione particolare alla pace, tanto che alcuni anni dopo, divenne il responsabile di Pax Christi un prete bresciano, don Fabio Corazzina, abitante a Castenedolo (BS), in cui c’era una famigerata fabbrica di mine anti uomo, messe al bando internazionale, anche se, purtroppo, sempre troppo tardi.

Lo scrittore di preziosi libri sulla pace e la non violenza, Anselmo Palini, nacque in quest contesto reso esplicito e fortificato anche da quella giornata della pace. Ne ricordo un’altra fatta a Torino, dove sorgeva l’arsenale della pace con la bella figura di Ernesto Olivero, che ha trasformato un luogo di armi e di stoccaggio bellico in una residenza di relazioni costanti e di vite dedicate alla pace non solo contro la guerra, ma anche contro ogni violenza.

Un’altra importante marcia di fine anno fu fatta a Lecce, nel profondo Sud, rievocando anche la preziosa immagine di un uomo di pace, don Tonino Bello, che fu vescovo in Puglia e che fu antesignano di un viaggio di Papa san Giovanni Paolo II nei luoghi della guer- ra dei Balcani. Va messa in evidenza la costante attenzione dell’Azione cattolica a livello nazionale che ha costituito un forum e un centro studi di diritto internazionale per la pace e ha sempre coinvolto, nella proposta all’Italia del discorso annuale del papa, le Congregazioni romane interessate all’argomento. Infine, è di questi ultimi decenni la presa in carico della giornata da parte della Caritas nazionale e dell’ Azione cattolica nazionale. Ci sono altre marce per la pace in Italia (vedi quella di Assisi), in cui tanti convergono ed ègiusto che si moltiplichino. E’ giusto però che la Chiesa, proprio per quel Principe della Pa- ce che è Gesù, si sporga e prenda posizione nelle coscienze, nelle vite delle persone e delle istituzioni delle sfide che la pace sempre di nuovo ci impone.

Oggi la sfida si chiama “terza guerra mondiale a pezzi” come dice papa Francesco ed è stato notevole che abbia legato la giornata mondiale di quest’anno alla “non violenza”. E’ un termine che non sempre è stato ben accolto nella esperienza cristiana, dandone spesso una interpretazione faziosa o ideologica o addirittura quasi a suo modo violenta. Giustamente il papa dice: «la non violenza potrà assumere un significato più ampio e nuovo: non solo aspirazione, afflato, rifiuto morale della violenza, delle barriere, degli impulsi distruttivi, ma anche metodo politico realistico, aperto alla speranza. Si tratta di un metodo politico fondato sul primato del diritto. Se il diritto e l’uguale dignità di ogni essere umano sono salvaguardati senza discriminazioni e distinzioni, di conseguenza la non violenza intesa come metodo politico può costituire una via realistica per superare i conflitti armati. In questa prospettiva, è importante che si riconosca sempre più non il diritto della forza, ma la forza del diritto.» Molti gruppi non violenti non hanno sempre visto bene la chiesa. Spero che con questa solenne presa di posizione ci si possa collegare ancora di più e lavorare assieme proprio in pace tra noi e ancora più forti per la pace

 

+ Domenico Sigalini

 

Lazio Sette

08-01-2017