Mercoledi, 29  Gennaio  2020  09:08:18


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Mazzolari, Milani e la nostra Chiesa

presbiteri-17Presbiteri, ma anche tutta la gente che ama la Chiesa, hanno sicuramente seguito questo ultimo viaggio del Papa in due paesi italiani, o meglio in due parrocchie italiane, perché Barbiana, per l’esiguo numero di abitanti, si fa fatica a chiamarlo paese. Tv 2000 ha seguito, preparato, predisposto i suoi telespettatori che, come dicono gli ultimi rilevamenti di share, stanno veramente aumentando, attraverso vari film, documentari, dibattiti sulle vite di questi due preti italiani, di diversa estrazione, di diversa cultura, ma ambedue carichi di un amore granitico, anche sofferto, per il Vangelo e la Chiesa. Sono due parroci che hanno fatto i conti e condiviso la vita della gente di cui erano pastori. Papa Francesco ha potuto  indicare in loro la vera figura del pastore, che sta davanti, dentro e dietro il suo gregge, piccolo o grande che sia. Don Mazzolari nelle sue campagne, sugli argini del Po, in parrocchie deserte, entro contrapposizioni ideologiche, si è dedicato a creare coscienze libere in tempi di grandi disordini sociali e populismi esacerbati, che scalzavano la tradizione, la fede, la libertà delle persone. Dentro costrizioni pericolose per la sua stessa vita ha saputo levare sempre alta la sua voce, i suoi scritti, la sua passione per il Vangelo, dentro la Chiesa che ne è il naturale contesto in cui va letto e vissuto. Ha condiviso la povertà della sua gente, le sofferenze dovute a ordinarie ingiustizie verso i poveri, rischiando di essere collocato ideologicamente dalla parte dei nemici della Chiesa, così allora si pensava di chi non era al potere e lo contrastava. Il Vangelo, la Messa, le liturgie erano le esperienze che dall’immersione nella vita della gente gli permettevano di rendere presente la paternità di Dio, la sua misericordia. Ricordo che da ragazzo venivo aiutato dai presbiteri della mia parrocchia di campagna a riflettere sulla famosa predica del Giovedì Santo: «Nostro fratello Giuda». Rimanevo un poco scandalizzato, ma sicuramente stimolato a trovare un modo di pensare, capace di interpretare il mondo che si complicava e il Vangelo che doveva dare luce all’intelligenza e cuore alla fede.
Diversa è la personalità di don Milani, la sua decisa struttura mentale, di una logica ferrea, non disposto mai a nessun compromesso e, per questo, dichiarato tante volte, fin troppe, imprudente, dannoso, destabilizzante la vita quotidiana di una parrocchia. I suoi scritti però cominciarono a circolare tra di noi, inconsapevoli allora delle diatribe ecclesiastiche e affascinati dalla sua chiarezza, lucidità e amore indistruttibile alla Chiesa. L’opera che mi ha colpito maggiormente e che è stata pure un riferimento per la mia vita è stata La lettera a una professoressa. Ero studente di matematica alla Statale di Milano a cavallo proprio del famoso ‘68. C’era una grande vivacità tra noi studenti. I cattolici, dal 1965, alla fine del Concilio, avevamo già popolato le parrocchie con i nostri gruppi, le chitarre, i canti, entusiasti del cambiamento nella liturgia, nella mentalità, del modo di fare catechesi. Quando è scoppiato il ‘68 eravamo già preparati, anche se imprudenti. Ebbene, distribuita nei corridoi della facoltà di fisica leggevamo La lettera a una professoressa, in un taze–bao in fogli ciclostilati, prima ancora che fosse pubblicata. Ne abbiamo tratto ispirazione poi nelle richieste, convinte di ammettere all’università tutti gli studenti che avevano raggiunto una maturità, non solo quelli del liceo classico o del liceo scientifico, ma di ogni scuola superiore. L’università smise di essere un privilegio per pochi e divenne una possibilità per tutti.
A me poi come prete, stimolava l’amore profondo, sofferto, alla Chiesa. «Dove andrei a confessarmi se fossi fuori dalla chiesa? Chi mi potrà dare il perdono di Dio». Andai varie volte a Barbiana, vi incontrai la Leda, i suoi primi alunni. Ho pregato su quella scarna tomba al cimitero, infestata pure da serpi campagnole. Ho lasciato anche qualche mio pensiero, ho letto tutta la sua pubblicazione e anche i vari commenti. Un interessante testo che raccoglieva i saluti, le aspirazioni, i pensieri dei visitatori del cimitero sembrava continuasse la sua voce e il suo fascino, il suo esempio e la sua fede cristallina.
Mi permetto qui di citare una frase di un bell’articolo sull’Huffington Post di Piero Schiavazzi: «Viaggio autobiografico, dunque. Storia di due pastori finiti troppo avanti nella ricerca di nuovi pascoli. Sulle piste di periferia che un Pontefice venuto da un altro emisfero avrebbe battuto mezzo secolo dopo, promuovendole a strade maestre del Vangelo, nell’epoca dell’umanità globalizzata». «Il prete trasparente e duro come un diamante ha detto riferito a Don Milani continua a trasmettere la luce di Dio sul cammino della Chiesa»: onorando con la unzione più alta, di vescovo di Roma, il vulnus di legittimazione che l’allora cardinale di Firenze non volle sanare, neppure in punto di morte. È un  rande impegno nel mondo e ancor più grande disimpegno dalla mondanità, come sempre ci spinge ad avere papa Francesco.

 

+ Domenico Sigalini

 

Lazio Sette 25 giugno 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

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